Dai tedeschi ci guardi Iddio

Povera e castigata a Roma con Francesco (viva il gregge), ricca e tassatrice in patria (pena la scomunica). La chiesa di Germania e la fuga dei fedeli. Storia di un flop culturale. L’arcidiocesi di Colonia pubblica per la prima volta il proprio bilancio: il patrimonio supera i tre miliardi di euro.

Dai tedeschi ci guardi Iddio

Un uomo scia lungo la scalinata della cattedrale di Colonia durante il carnevale (foto LaPresse)

Alla ricchezza, anche se abbonda, non attaccate il cuore”, recita il salmo 62. Perfetto per questo tempo di Quaresima, di penitenza e purificazione, di altari spogli e di ritiro nel deserto dove – come ha detto domenica scorsa all’Angelus il Papa – “si può ascoltare la voce di Dio e la voce del tentatore”. Lo Spiegel lo recupera per commentare la pubblicazione, avvenuta per la prima volta nella storia, del bilancio dell’arcidiocesi di Colonia, della cui antica cattedrale gotica i gargoyle lasciarono a bocca aperta il giovane Patrick Leigh Fermor, di passaggio nella sua traversata d’Europa a piedi da Londra a Costantinopoli. Diocesi vasta e soprattutto ricchissima. Il suo patrimonio ammonta a più di tre miliardi di euro, le attività finanziarie (obbligazioni a tasso fisso, fondi immobiliari e azionari) valgono due miliardi. Nel 2013, inoltre, è stato documentato un surplus di 59 milioni dovuto alle maggiori entrate legate alla tassa sulla chiesa. “Almeno ridistribuiscano gli utili a chi ne ha veramente bisogno”, chiedeva lo Spiegel nella sua versione online: “Certo, è vero che una diocesi ha bisogno di soldi. E’ necessario pagare i sacerdoti e gli insegnanti, la gestione di servizi sociali come la Caritas (che tra l’altro mantiene anche gli atei). Ma davvero deve avere tutte queste società immobiliari, una delle quali si trova in Olanda? Davvero deve avere attività finanziarie per più di due miliardi di euro? Ha bisogno di un miliardo e mezzo di euro depositati nelle riserve per eventuali futuri reclami?”. Per il direttore finanziario della diocesi, Hermann J. Schon, rendere noti i conti è “un grande passo verso la trasparenza finanziaria”, visto anche il controverso precedente dell’ex vescovo di Limburgo, Franz-Peter Tebartz van Elst, rimosso dall’incarico un anno fa perché reo d’aver autorizzato preventivi per 31 milioni di euro (di cui tre per il restauro della sua residenza privata). Costretto alle dimissioni benché nulla di penalmente rilevante gli sia stato imputato, solo qualche giorno fa è stata annunciato il suo imminente impiego nel Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione.

 

Quella che si legge sui libri contabili della curia di Colonia è “una cifra oscenamente elevata”, scrive Daniel Deckers sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, e chissà se il severo commento è legato al fatto che sulla cattedra episcopale di Colonia siede il pupillo del vecchio Joachim Meisner, Rainer Maria Woelki, e non qualcuno – come del resto voleva il Capitolo metropolitano, prima che da Roma rispedissero al mittente i nomi dei “preferiti” – legato al giro novatore del cardinale arcivescovo di Magonza Karl Lehmann, di cui Deckers è il biografo ufficiale. Dati e numeri che stridono e non poco con i continui appelli alla povertà lanciati da Francesco, il Papa che fa installare le docce al limitare del colonnato petrino, che per i clochard dispone una barberia e li ricorda quando s’affaccia alla finestra dello studio privato nel palazzo apostolico. Ed è curioso che tra i più convinti latori pubblici del messaggio che vuole fondare una chiesa povera per i poveri siano proprio i porporati tedeschi. Il teologo della misericordia Walter Kasper e il giovane e rampante Reinhard Marx che mette insieme la presidenza della Conferenza episcopale tedesca, la guida della diocesi di Monaco e Frisinga e il coordinamento del Consiglio per l’Economia vaticano e che era finito nel tritacarne mediatico per aver speso 130 milioni di euro per un “centro servizi” multifunzionale e per aver impegnato otto milioni di euro versati dal land bavarese nella ristrutturazione del proprio appartamento.

 

Il National Catholic Register s’era chiesto come tutto questo potesse coniugarsi con la visione di chiesa che Francesco va indicando quotidianamente ai vescovi, invitati a rifuggere dalla mentalità mondana e a occuparsi un po’ più delle pecore (specialmente delle più povere) del proprio gregge. Il portavoce della diocesi di Monaco, Bernhard Kellner, spiegò che bastava rifarsi al “principio della sussidiarietà”. Insomma, le tasse recuperate a livello centrale possono essere spese a livello locale. E comunque, chiariva Kellner, i soldi per il centro multifunzionale erano stati spesi per l’arcidiocesi, non per il cardinale Marx. Il fatto è che anche i vescovi di Germania devono fare i conti con le chiese sempre più vuote, preda del contagio che dai paesi più secolarizzati d’Europa si sta estendendo ineluttabilmente sul cuore del continente. Solo qualche giorno fa, il nunzio apostolico, monsignor Nikola Eterovic, ha lanciato l’allarme su quanto sta accadendo nei länder orientali: i credenti sono solo il quattordici per cento della popolazione, numero che si è dimezzato dal 1990 al 2008. Dato in forte controtendenza, ha aggiunto il nunzio, con quanto si riscontra negli altri paesi membri del Patto di Varsavia, dove la percentuale di chi crede in Dio o è cresciuta o è solo lievemente diminuita. Un primo passo per invertire la tendenza drammatica, ha detto Eterovic, è quello di predicare il Vangelo e di “migliorare le omelie”. Non è un caso che il giornalista e saggista Markus Günther, sulla Faz dello scorso 29 dicembre, scriveva che la chiesa tedesca è oggi paragonabile alla vecchia Germania dell’est comunista nei suoi ultimi giorni: “Sembra stabile, ma in realtà è sull’orlo del collasso”. Come i funzionari del vecchio regime della Ddr, “pastori e vescovi, ma anche molti laici attivamente impegnati vedono paesaggi in fiore dove in realtà non c’è nulla, se non il deserto. L’amore, come si dice, è cieco”. L’ottimismo, aggiungeva Günther, “spesso offusca il modo di vedere la realtà”. La chiesa tedesca garantisce sì un milione di posti di lavoro al suo servizio, “ma solo se è una comunità di fede, e non solo un datore di lavoro o un pilastro del sistema sociale, può essere presa sul serio”, osservava ancora.

 

“Dieci mesi prima del Sinodo, avevo chiesto a un ben informato osservatore delle questioni cattoliche tedesche perché i vertici del cattolicesimo di Germania insistessero nel voler riformare la questione della santa comunione in riferimento a coloro che si sono risposati civilmente in seconde nozze. Come risposta, ho ottenuto una sola parola: ‘Soldi’”. George Weigel, biografo di Giovanni Paolo II e capofila degli intellettuali cattolici conservatori americani, spiegava così, in un lungo saggio apparso su First Things, la ragione dell’attivismo matto e disperatissimo dei vescovi capeggiati dal cardinale Marx per rivoluzionare in sede sinodale la morale cattolica in materia di famiglia. Soldi, Kirchensteuer. E’ la tassa che riempie le casse della chiesa tedesca, che sempre più gente nel popolo più o meno fedele vorrebbe veder cancellata. Varia dall’otto al nove per cento della propria imposta sul reddito. E’ obbligatoria per chiunque si faccia battezzare. In pratica, entrare a far parte della comunità cristiana è come compilare il Modello 730: ti dichiari devoto a Gesù Cristo e automaticamente sei obbligato a pagare la tassa. L’unico modo per scappare all’annuale appuntamento con l’ottocentesco balzello è di firmare una dichiarazione formale in cui si rinuncia a essere credenti. Sarà per questo che l’esodo, prima appena accennato, sta sempre più assumendo dimensioni quasi bibliche.

 

Scriveva il mese scorso il Telegraph che nell’ultimo anno fino a duecentomila protestanti hanno lasciato la chiesa (erano 138 mila l’anno prima). Mai negli ultimi vent’anni s’era giunti a tanto. Un numero simile ha riguardato i cattolici. Vista la situazione, nel 2012 i vertici dell’episcopato locale tentarono maldestramente di arginare il mare agitato pubblicando un decreto in cui si chiariva che chiunque avesse “lasciato la chiesa” volontariamente sarebbe stato una sorta di apostata di fatto e che quindi, come naturale conseguenza, sarebbe stato escluso dalla vita sacramentale, a patto di non trovarsi in pericolo di morte. “La dichiarazione di abbandono della chiesa davanti a funzionari dell’anagrafe civile è un atto pubblico di volontaria e intenzionale presa di distanza che costituisce grave colpa verso la comunità ecclesiastica”, misero nero su bianco i vescovi, sventolando la minaccia della scomunica per chi se ne fosse andato pur di non pagare più la tassa. L’elenco dei provvedimenti per gli apostati aveva una lunghezza quasi pari alle tesi affisse da Lutero sul portale della cattedrale di Wittenberg: divieto di ricevere i sacramenti della penitenza, eucarestia, confermazione e unzione degli infermi; divieto di ricoprire ministeri ecclesiastici o svolgere qualunque funzione nella chiesa; divieto di essere padrino o madrina al battesimo e alla confermazione; divieto d’accesso ai consigli parrocchiali o diocesani; perdita del diritto attivo e passivo di voto nella chiesa; divieto di far parte delle associazioni pubbliche della chiesa; possibilità di negare le esequie cattoliche a quanti usciti dalla chiesa senza aver manifestato un qualche segno di pentimento prima della morte. Oltre a non spaventare nessuno, il documento si attirò pure le critiche di decine di canonisti, a giudizio dei quali ci voleva ben di più che una firma davanti a un impiegato comunale o di un’abiura in stile cinque-secentesco per “lasciare la chiesa” e non essere più cattolico. Un atto, insomma, paragonabile a quelle folcloristiche cerimonie dove ci si sbattezza in compagnia. Ecco che allora, abbandonati i metaforici roghi dei fuggitivi, può risultare più utile e profittevole ammiccare e scendere a patti con essi. Porte aperte a tutti, dare qualche colpo alla dottrina – “c’è tanto lavoro da fare in campo teologico”, osservava Marx in un contributo pubblicato su America magazine – e ampia riflessione con i laici: “ Dobbiamo trovare il modo perché le persone ricevano l’eucaristia. Non si tratta di trovare modi per tenerle fuori! Dobbiamo trovare modi per accoglierle. Dobbiamo usare la nostra immaginazione e chiederci se possiamo fare qualcosa.

 

L’attenzione deve focalizzarsi su come accogliere le persone”. Un ragionamento che non convince tutti nella chiesa di Germania. Il vescovo di Passau, il giovane Stefan Oster – che denunciava le troppe aspettative alimentate sul doppio appuntamento sinodale che si concluderà il prossimo ottobre (“la delusione in Germania sarà grande”) – osservava che “la chiesa oggi è ridotta a una dimensione sociologica” in cui si dà retta “alle mode, alla volontà della maggioranza dei fedeli”. Quel che servirebbe non sono certo le rivoluzioni fatte allo scopo di riempire i banchi delle chiese quasi fossero le sedie rimaste vuote durante qualche noiosa conferenza o di contenere l’esodo di massa: per prima cosa, si dovrebbe partire dalle cose semplici, ad esempio “insegnare ai credenti fin dal principio cosa è la chiesa”.

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