Quel tasso (non lieve) di antisemitismo che proviene dagli illuministi

Se vi sembra che sia poco coerente col retaggio dei Lumi la tentazione antisemita che sta attraversando la Francia, vuol dire che avete perso un bel pezzo di storia della cultura francese: l’atteggiamento dell’illuminismo nei confronti degli ebrei è stato a dir poco ambiguo e per questo ha infiammato il dibattito nei secoli successivi.

Quel tasso (non lieve) di antisemitismo che proviene dagli illuministi

Un ritratto di Voltaire

Se vi sembra che sia poco coerente col retaggio dei Lumi la tentazione antisemita che sta attraversando la Francia, vuol dire che avete perso un bel pezzo di storia della cultura francese: l’atteggiamento dell’illuminismo nei confronti degli ebrei è stato a dir poco ambiguo e per questo ha infiammato il dibattito nei secoli successivi. E’ un problema che si pose già Heinrich Graetz, forse il più grande storico dell’ebraismo, il quale nel 1868 cercò di giustificare l’avversione mostrata dagli illuministi ascrivendola all’ostilità per il giudaismo come radice del cristianesimo, esacerbata da esperienze non esaltanti di alcuni philosophes con singoli ebrei dell’epoca. Nel 1927 il periodico newyorchese “The Menorah Journal” pubblicò un articolo in cui Herbert Solow individuava le radici dell’antigiudaismo illuministico in un atteggiamento edonistico, parossisticamente antigiansenista, portato alle estreme conseguenze.

 

Il culmine della diatriba viene inevitabilmente raggiunto con la Seconda guerra mondiale. In pieno regime di Vichy esce a Parigi “Voltaire antijuif” (1942), raccolta di passi ferocemente antiebraici ma accuratamente decontestualizzati il cui curatore è Henri Labroue, deputato radicale convertito all’antisemitismo militante; la pubblicazione gli procura la cattedra di storia del giudaismo alla Sorbona. I postumi sono a lungo termine e arrivano fino allo snodo decisivo del 1968, quando a Parigi l’editore Calmann-Lévy pubblica il terzo volume della monumentale “Storia dell’antisemitismo” di Léon Poliakov, che individua nell’illuminismo un gradino decisivo della progressiva degenerazione che porta a Hitler; mica per niente il volume in questione s’intitola “Da Voltaire a Wagner”. Poliakov scrive da ebreo non credente e questo scetticismo non manca di fargli rinvenire nel corrosivo spirito illuminista tracce “dell’inquieto temperamento ebraico, dell’anima ebraica negatrice ed eterna”. Questo spiegherebbe perché l’apologia degli ebrei scritta nel 1762 (in francese) dall’economista portoghese Isaac de Pinto consistesse in un capolavoro di antigiudaismo: la difesa degli ebrei sefarditi passava paradossalmente per una devastante requisitoria contro gli askenaziti, tacciati dei peggiori e più ritriti stereotipi.

 

Sempre nel 1968, ma a New York, il rabbino Arthur Hertzberg pubblica un apposito “The French Enlightenment and the Jews”, la cui tesi è che l’ostilità degli illuministi non sia che il naturale sviluppo di una tradizione antisemita radicata nella cultura dell’antica Roma, che i philosophes cercavano di trasporre nella riforma della civiltà francese del Settecento. Per Hertzberg questo lato nero dell’illuminismo resta inscindibile dal versante luminoso e tollerante che di lì a poco avrebbe portato all’emancipazione degli ebrei francesi nel corso della rivoluzione.

 

Il libro di Hertzberg è il più duro attacco sferrato dall’ebraismo all’illuminismo e ha per bersaglio una tendenza critica di segno opposto che era sorta in Francia qualche anno prima grazie soprattutto allo storico e giornalista Pierre Aubery. A questa corrente bisogna dare qualche ragione: è vero che un Montesquieu scrisse sempre in difesa degli ebrei dell’epoca, e che perfino Voltaire mitigò il proprio furibondo antiebraismo con un benché freddo riconoscimento razionale dei diritti degli ebrei, e soprattutto è vero che la categoria di antisemitismo non può essere applicata al Settecento poiché anteriore all’emancipazione e quindi anacronistica; ma è vero anche che i philosophes non mostrarono alcuna curiosità intellettuale nei confronti della cultura giudaica, con la singola eccezione di d’Argens che fu l’unico di loro a sapere un po’ di ebraico.

 

[**Video_box_2**]Questa corrente è riuscita a prevalere  nel corso degli anni ’90, instaurandosi come interpretazione scientificamente adeguata dei rapporti fra illuministi ed ebrei, anche se non sono mancati sussulti contrari: nel 1997 l’editore Claudio Gallone pubblicò a cura di Elena Loewenthal un pamphlet in cui decontestualizzava alcuni brani antiebraici di Voltaire, col titolo “Juifs” e il sottotitolo “Il manifesto dell’antisemitismo moderno a cura del padre della tolleranza”. Non rigorosissimo ma piuttosto efficace.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi