C’è trattativa e trattativa

Renzi, Nap., il Csm e quel processo parallelo alla procura di Palermo

L’udienza al Quirinale. I prossimi schizzi di fango. L’alleanza a tre per imporre discontinuità sul prossimo procuratore.

Renzi, Nap., il Csm e quel processo parallelo alla procura di Palermo

Matteo Renzi e Giorgio Napolitano (foto LaPresse)

Roma. Da una parte ci sono le prossime quarantotto ore, dall’altra i prossimi settanta giorni. Al centro di tutto, però, ci sono sempre loro: Giorgio Napolitano e Matteo Renzi. Andiamo con ordine. La cronaca di oggi ci dice che questa mattina alle dieci, al Quirinale, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, verrà ascoltato dai magistrati di Palermo come testimone nell’ambito del famoso processo sulla trattativa stato-mafia. Il protocollo non dovrebbe subire variazioni. All’udienza parteciperanno quaranta persone (tra giudici, pm e avvocati delle parti civili e degli imputati non ammessi a partecipare alla testimonianza). A nessuno sarà concesso di portare con se telefonini, computer, tablet e qualsiasi altro strumento di registrazione. E a meno di sorprese non sarà possibile ascoltare in diretta il contenuto dell’udienza (ieri il quirinalista del Corriere, Marzio Breda, suggeriva la possibilità di diffondere in filodiffusione la testimonianza, ma l’ipotesi, nell’ora in cui questo giornale va in stampa, non ha trovato riscontri al Quirinale). Per conoscere i dettagli si dovranno dunque aspettare almeno 48 ore, ovvero il tempo necessario per dare alle parti le trascrizioni complete, e tra oggi e domani le uniche notizie su quello che è successo al Quirinale saranno affidate ai professionisti dello spiffero – con il rischio, come sa Napolitano, che ogni parola e ogni non parola possa essere colorata da mille schizzi di fango dai campioni del giustizialismo chiodato (per farsi un’idea: l’avvocato di Riina, Cianfarone, ha comunicato via sms a tutti i giornalisti l’albergo in cui oggi alloggerà a Roma, tanto per farsi due chiacchiere dopo l’udienza). In questo percorso scivoloso sul quale il presidente ha accettato di confrontarsi c’è un fatto importante, che riguarda l’appoggio non solo formale garantito da Renzi al capo dello stato. Un appoggio valido sia dal punto di vista mediatico (la Leopolda, nel 2013 critica con Napolitano, ha regalato un’ovazione al presidente – “Quando si sentono tante menzogne nei confronti del nostro presidente credo sia doveroso che l’Italia per bene faccia sentire tutto l’affetto”); sia dal punto di vista istituzionale. Dove per istituzionale si intende un tema che potremmo definire così: il processo al processo alla trattativa.

 

La storia del processo sul processo alla trattativa parte da lontano e nasce in particolare il giorno in cui il presidente della Repubblica sceglie di sfidare la procura di Palermo sul capitolo “legittimità delle intercettazioni telefoniche”, sollevando il famoso conflitto di attribuzione (16 luglio 2012) e portando i figliocci di Antonio Ingroia (che fallita la scalata a Palazzo Chigi oggi si è accontentato di un posticino caldo nel sottogoverno di Rosario Crocetta) a scontrarsi – con perdite – contro il muro della Corte costituzionale (gennaio 2013). Nel corso del tempo il conflitto tra il capo dello stato e la procura di Palermo ha attraversato altre fasi di tensione (il presidente non è mai riuscito a togliersi dalla testa l’idea che l’infarto che ha colpito a morte il suo ex consigliere Loris D’Ambrosio fosse in qualche modo legato anche alla velocità con cui i ventilatori delle gazzette delle procure avevano cominciato a lanciare fango sul suo conto) e oggi si può dire che il prossimo capitolo di questa partita delicata è relativo a un dossier sul quale Napolitano e Renzi stanno giocando in un clima di profonda sintonia. E che riguarda proprio il futuro della procura di Palermo. La storia è questa: dal 31 luglio 2014, giorno in cui scadde il mandato di Francesco Messineo, la procura è rimasta senza procuratore capo e da qui alla fine dell’anno il Consiglio superiore della magistratura sceglierà il sostituto. La nomina sarà una delle tante (sono più di 400) che il Csm di Giovanni Legnini (neo vicepresidente, ex sottosegretario del governo Renzi) dovrà fare entro il 2014 per ridisegnare la geografia di quegli uffici giudiziari che per l’effetto della norma sul prepensionamento introdotta dal governo Renzi (legge sulla Pa) si ritroveranno già quest’anno in carenza di organico.

 

[**Video_box_2**]Ma come confessano dal governo – e dal Csm – quella relativa alla procura di Palermo sarà la nomina più delicata e la più importante anche dal punto di vista simbolico. Il terzetto che si gioca la successione di Messineo è composto da Guido Lo Forte, Sergio Lari e Francesco Lo Voi. Il primo (tendenza Gian Carlo Caselli, era il suo braccio destro) rappresenta la continuità con la vecchia procura di Palermo. Il secondo è il capo di una procura della repubblica, Caltanissetta, che ha mostrato in più occasioni maggiore prudenza di Palermo rispetto al tema trattativa (a Caltanissetta, negli stessi giorni in cui l’ex pm Ingroia definiva Ciancimino “un’icona dell’anti mafia”, un giudice definiva Ciancimino un testimone “inattendibile”). Il terzo (area Magistratura indipendente) fra tutti è quello più lontano anche culturalmente dall’impostazione data da Palermo al processo sulla trattativa. A inizio agosto, con il Csm in scadenza, il segretario generale del Quirinale aveva chiesto di rinviare la nomina a Palermo per dare precedenza ad altri incarichi. Oggi il Csm è in carica. E Napolitano e Renzi e Legnini sono d’accordo. La linea è semplice: rottamare la linea dell’utilizzazione politica del processo sulla trattativa stato mafia e asfaltare la ridotta ingroiana presente a Palermo con lo stesso stile con cui Renzi ha asfaltato la minoranza del Pd. E’ il processo parallelo. Sentenza prevista entro la fine dell’anno. Settanta giorni. E la battaglia tra Napolitano e la procura, oggi, si spiega anche partendo da qui.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi