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Altri buchi neri

Dio è un tema che non passa. Aumentano le conoscenze, ma il dibattito appassiona sempre teologi, filosofi e scienziati. Stephen Hawking – che deve la sua fama allo studio dei buchi neri e al suo “Dal Big bang ai buchi neri”, nel quale, sia detto en passant, non compare nemmeno una volta il nome di Lemaître.

Altri buchi neri

Stephen Hawking al Seattle Science Festival Luminaries Series del 2012 (foto LaPresse)

Dio è un tema che non passa. Aumentano le conoscenze, ma il dibattito appassiona sempre teologi, filosofi e scienziati. Stephen Hawking – che deve la sua fama allo studio dei buchi neri e al suo “Dal Big bang ai buchi neri”, nel quale, sia detto en passant, non compare nemmeno una volta il nome di Lemaître, il sacerdote padre del big bang stesso – è uno di questi appassionati. Tra il 1965 e il 1970 proprio Hawking, insieme con Roger Penrose, formulò il cosiddetto teorema della singolarità, riguardo a cui ebbe a scrivere: “Mostrammo che qualsiasi modello ragionevole di universo doveva iniziare con una singolarità. Ciò significava che la scienza poteva predire che l’universo doveva aver avuto un inizio, ma che non poteva predire come l’universo doveva cominciare, poiché tale compito era competenza di Dio”. In “Dal Big bang ai buchi neri” aggiunse che nonostante le opposizioni “sia da parte dei russi in conseguenza della loro fede marxista nel determinismo scientifico”, sia da parte di altri, alla fine “il nostro lavoro fu generalmente accettato e oggi quasi tutti ammettono l’ipotesi che l’universo abbia avuto inizio con la singolarità del Big bang”.

 

Si tratta di una “ironia”, aggiunge subito dopo, il fatto che “avendo cambiato parere, io cerchi ora di convincere altri fisici che in realtà non ci fu alcuna singolarità all’inizio dell’universo”. Cosa accade? Che mentre in vari interventi S. Hawking sosteneva che l’esistenza di una nascita con il tempo e nel tempo dell’universo, assieme all’esistenza di un ordine e di leggi razionali che lo governano, postulassero in qualche modo l’esistenza di Dio, e di una mente creatrice, in seguito è divenuto sostenitore di una filosofia ben diversa. Espressa per esempio in un diffusissimo dvd intitolato “L’universo di S. Hawking£. In questo dvd, vero e proprio manifesto dell’ateismo, Hawking afferma: “Ci sconcerta pensare che l’intero universo, tutte le galassie, il tempo, lo spazio e le stesse forze della natura, si siano materializzate dal nulla”. E poi, dopo aver tirato in ballo, con incredibile nonchalance, vari “colpi di fortuna” necessari alla formazione del cosmo in cui viviamo, aggiunge: “Molti faticano a credere a questa spiegazione (il caso, la fortuna, ndr): come può essere frutto del caso la straordinaria concatenazione di eventi che ha portato alla comparsa dell’uomo? Forse esiste una autorità superiore che ha stabilito le leggi della natura in modo che noi e il nostro universo possiamo esistere. Sembra davvero improbabile che la vita sia solo una coincidenza… pensateci bene…”. Qui Hawking inizia ad elencare tutte le cosiddette “coincidenze cosmologiche” che permettono la vita, coincidenze che vanno sotto il nome di “costanti fisiche fondamentali”. E conclude: “E’ stata dunque una mano superiore a mettere in fila tutti questi eventi? Secondo me non necessariamente…”. Per spiegare il suo nuovo punto di vista (non serve un Dio progettista dietro la comparsa dell’universo e le coincidenze innumerevoli che lo regolano), Hawking ripropone quanto già scritto in “Il grande disegno.

 

[**Video_box_2**]Perché non serve Dio per spiegare l’universo” (2010). Riprendiamo le parole esatte del dvd: “Proviamo ad immaginare che esistano altri universi. Ognuno di essi potrebbe essere generato da un Big Bang. Per mille ragioni altri universi potrebbero essere comparsi e poi svaniti, senza generare alcunché. Forse quindi non dovrebbe sorprenderci il fatto di trovarci in un universo perfetto in un pianeta perfetto” (perfetto nel senso di capace di ospitare la vita, definita “uno dei fenomeni stupefacenti avvenuti nell’universo”, di cui “dobbiamo ancora scoprire l’origine”). “Forse – continua parlando dell’uomo – siamo poco più che scimmie evolute su un piccolo pianeta, ma siamo comunque in grado di interrogarci sull’universo… la spiegazione più verosimile è che, probabilmente, noi siamo dovuti al caso”, a “fortunate coincidenze”. Si notino il linguaggio, i “forse”, i verbi condizionali, la chiamata in causa di entità come il caso: è chiaro che quella di Hawking è, anche per lui, una ipotesi non scientifica, ma filosofica, che come nota tra gli altri il fisico italiano Franco Saporetti (già docente all’Università di Bologna), nel suo “Big bang: chi ha acceso la miccia?” (Pendragon, 2014), non è né verificabile né falsificabile. Il fatto è, spiega il Saporetti, in un testo da leggere tutto d’un fiato, che il multiverso di Hawking, a differenza del modello standard del Big Bang, è un atto di fede nel caso, a cui viene data la possibilità di moltiplicare all’infinito le partite, per permettergli di produrre un singolo universo, di per sé altamente improbabile, così finemente regolato da essere “bioamichevole”. In secondo luogo, l’idea di Hawking, secondo cui l’universo potrebbe “crearsi dal nulla, sulla base delle leggi della fisica”, è, scrive Saporetti, una forzatura: Hawking parla di nulla ma intende il vuoto quantistico, uno stato fisico instabile, che non è un nulla, ma qualcosa presente nella struttura spazio-tempo. Da dove questo qualcosa? Da dove la struttura spazio-tempo? Da dove le leggi “intelligenti” della fisica? Fare la torta senza ingredienti, tortiera e ricetta, è difficile.

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