Il testo che crea l’incidente di percorso del Sinodo: note sull’estensore

L’arcivescovo Bruno Forte deve averla fatta un po’ grossa quando ha scritto le cose che ha scritto sul secondo matrimonio da benedire e sui gay da accogliere nel segno di un qualche loro magistero in umanità, se il cardinale Erdö stava per ritirare la firma dal testo del documento di mezza via del Sinodo dei vescovi su sesso e famiglia.

Il testo che crea l’incidente di percorso del Sinodo: note sull’estensore

L'Arcivescolo di Chieti-Vasto Bruno Forte

L’arcivescovo Bruno Forte deve averla fatta un po’ grossa quando ha scritto le cose che ha scritto sul secondo matrimonio da benedire e sui gay da accogliere nel segno di un qualche loro magistero in umanità, se il cardinale Erdö stava per ritirare la firma dal testo del documento di mezza via del Sinodo dei vescovi su sesso e famiglia, invitandolo in pubblico a sentirsene personalmente responsabile (“queste cose le hai scritte tu, difendile tu”); se il cardinale Müller è andato su tutte le furie; se mezzo collegio ed episcopato, dal Sudafrica all’America alla Polonia, si è dissociato poco festevolmente; se, infine, il Reverendo Padre Lombardi S.I. ha dovuto precisare e riprecisare che non si deve equivocare, apertura e svolta va anche bene, una chiesa più umana e in sintonia col mondo, tutto a posto, ma quelle formulazioni sono una traccia di lavoro, poi si vede, non vi allarmate. Insomma, il Sinodo è spericolato di per sé e per la materia che tratta, il Papa ha invocato parresia cioè apertura e chiarezza spirituale, i cardinali tedeschi procedono come panzer con Kasper e Marx, l’operoso vicepapa Maradiaga non vuole riflussi più o meno curiali, lo spettro del Concilio Vaticano II e dei suoi “colpi di stato procedurali” incombe sull’aula sinodale, ma Bruno Forte deve averci messo qualcosa di suo per portare il tutto al calor bianco. Roberto Bellarmino, che attizzò il fuoco sotto Giordano Bruno, era al confronto un disputatore meno incauto.

 

[**Video_box_2**]Forte è un teologo napoletano di 65 anni. Certamente intelligente, con un’aria anche furba, volgarmente si direbbe paracula; la sua formazione universitaria di teologo e filosofo è buona, sebbene essenzialmente locale, non stratosferica; la sua produzione è varia e ampia, esprime il contatto diretto e consentaneo con filosofia e pensiero moderno, in particolare il pensiero indebolito dalla critica nicciana dell’idealismo tedesco e dall’esistenzialismo heideggeriano nelle sue varianti filosofico-letterarie, francesi. In una scuola romana, di recente, ha spiegato bene la sua idea di verità: approssimazione, cammino, percorso, lasciarsi raggiungere dal vero della fede, e saper anche dubitare, misurarsi e inverarsi nell’altro, e poi anche Cristo, certo, che è via verità e vita, un intingolo di ratio nella fides, ma il succo è che non la si possiede e se sia verità morale, bè, questo è un altro paio di maniche. Forte è stato consacrato vescovo di Chieti-Vasto da Ratzinger cardinale nell’ultimo anno di pontificato di s. Giovanni Paolo II, il lignaggio gerarchico c’è, ma se prendete la enciclica Veritatis splendor (1993) di s. Giovanni Paolo e del futuro Benedetto XVI, vi accorgerete subito della differenza: la materia di Forte non è l’autoevidenza della fede nutrita da una idea razionale di legge naturale, che magari sarà un ferrovecchio teologico prestatosi alla predicazione morale non negoziabile (in particolare su sesso, vita e famiglia) di cui vuole liberarsi la chiesa missionaria di Francesco, proiettata nelle periferie secolarizzate del mondo contemporaneo, alla conquista di un contatto purchessia, ma è un culmine di questo tempo; insomma, l’esistenzialismo di questo vescovo segretario speciale del Sinodo ha spalmato le sue tinte teologiche su un testo che è divenuto, diciamo così, un incidente di percorso. 

 

Sua Eccellenza Forte, alla morte del cardinal Martini, l’antepapa che chiedeva di recuperare un ritardo ecclesiale di duecento anni, giusti giusti quelli che ci separano dalla Rivoluzione francese e dal trionfo dell’illuminismo, fu polemico con noi che ricordavamo i presupposti di morale e teologia gesuita del suo progetto, e ci bacchettò dando una sua interpretazione, certamente più canonica della nostra, della celebre “indifferenza gesuitica” e del “cercare Dio in tutte le cose”. Polemica aspra ma civile, che non poteva non tornare alla mente ora che il testo martiniano di Forte ha messo le maggioranze e le minoranze incrociate del Sinodo di fronte alla loro responsabilità davvero evangelica di dire un chiaro “sì” o un chiaro “no” a una chiesa né madre né maestra ma discente alla scuola del mondo secolare. Con risultati per ora piuttosto accidentati.

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