Ecco che fine fanno i veri musulmani moderati che criticano la “legge nera”

Il professor Muhammad Shakil Auj era segnato. Gli imam delle madrasse lo avevano condannato a morte. Una fatwa con l’accusa di “blasfemia”. Aveva ricevuto minacce di morte dagli stessi colleghi di università, che lo avevano chiamato “apostata”. Giovedì sera il professor Auj è stato ucciso mentre andava a una conferenza.

Ecco che fine fanno i veri musulmani moderati che criticano la “legge nera”

Ottobre 2011, manifestazione a favore dell'assassino di Salman Taseer, governatore del Punjab ucciso perché troppo moderato (foto AP)

Il professor Muhammad Shakil Auj era segnato. Gli imam delle madrasse lo avevano condannato a morte. Una fatwa con l’accusa di “blasfemia”. Aveva ricevuto minacce di morte dagli stessi colleghi di università, che lo avevano chiamato “apostata”. Giovedì sera il professor Auj è stato ucciso mentre andava a una conferenza. Era il preside della Facoltà di studi islamici dell’Università di Karachi, la più importante del Pakistan. Auj era orgogliosamente un “musulmano liberale”, teneva lezioni sull’islam negli Stati Uniti, partecipava a dibattiti televisivi e aveva scritto quindici libri sul Corano e l’islam, contro il letteralismo takfir dei fondamentalisti, a favore del matrimonio fra musulmani e persone di diversa confessione, contro il velo delle donne durante le preghiere e contro la “legge nera” sulla blasfemia che condanna a morte i cristiani. Un eroe, dunque. Una settimana fa un altro studioso di religione islamica, Masood Baig, è stato anche lui ucciso. Auj era come il riformatore islamico Muhammad Taha, giustiziato in Sudan per aver protestato contro l’imposizione della sharia e per aver scritto che le sure medinesi corrispondono a una società del VII secolo e che per questo sono modificabili in funzione delle dinamiche storiche. E’ così che finiscono i veri “musulmani moderati”, ma non vengono mai celebrati dagli stessi apologeti che in occidente gongolano per il veleno di Socrate, il rogo di Giordano Bruno, la mannaia di Thomas More.

 

Come il governatore del Punjab, Salman Taseer, musulmano, laico, modernizzatore, uno che beveva alcolici e ballava, per questo assassinato dai talebani pachistani. Difendeva Asia Bibi, la ragazza cristiana in carcere con una condanna a morte per blasfemia. Dal 1986 al 2005, 695 persone sono state processate con questa accusa in Pakistan. Oggi, sedici di loro si trovano nel braccio della morte e altre venti scontano l’ergastolo. Dal 1990 52 pachistani sono stati uccisi prima di arrivare in aula. Come l’avvocato pachistano Rashid Rehman Khan, noto per il suo attivismo a favore dei diritti umani, assassinato dai terroristi in quanto difensore di alcuni cristiani imputati per blasfemia. Khan era coordinatore della Human Rights Commission of Pakistan. Altri avvocati gli avevano detto: “Non arriverai alla Corte la prossima volta”. “Non aveva paura di nulla – hanno detto i colleghi del legale assassinato – diceva che non bisogna aver paura della morte, perché si può morire anche per una puntura di zanzara”. Così parlava un musulmano moderato. Il prossimo pachistano sulla lista nera è un Junaid Hafeez, poeta, docente di Letteratura e Fulbright scholar, in carcere con l’accusa di blasfemia. Il suo avvocato era proprio Rehman Khan. Prima di morire aveva dato un’intervista alla Bbc: “Chi viene accusato di blasfemia è già vicino alla morte. La società è intollerante e fanatica e nessuno bada se le accuse sono vere o false. La gente uccide per cinquanta rupie, perché qualcuno dovrebbe farsi problemi a uccidere in un caso di blasfemia?”. Rehman aveva accettato di difendere Hafeez dopo che per quattro mesi questi non era riuscito a trovare nessuno disposto ad assisterlo in tribunale. A rischio è anche l’avvocato di Asia Bibi, Sardar Mushtaq Gill. E Sherry Rehman, donna, musulmana, laica, colpita da una fatwa degli integralisti islamici per aver chiesto di abrogare la legge sulla blasfemia. Sherry è “wajib-ul-qatl”, degna di essere uccisa.

 

[**Video_box_2**]Si ripete il copione dell’Algeria degli anni Novanta, quando decine di intellettuali vennero assassinati dai terroristi. Lâadi Flici. Romanziere. Ucciso nel suo studio con la penna in mano. Djilali Liabès. Sociologo. Aveva squarciato il velo del chador per raccontare come amano le algerine. Abderrahmane Chergou. Saggista. Lasciato lì a morire dissanguato come un agnello. Abdelkader Alloula. Commediografo. Tre pallottole nel cranio. Mahfoud Boucebci. Scrittore. Ucciso a coltellate. Tahar Djaout. Giornalista e autore dei versi “Se taci, muori; se parli, muori; allora di’ e muori”. Youcef Sebti. Scrittore e poeta francofono e poeta, sacrificato sull’ara della “purezza islamica”. Sgozzato in casa sotto una riproduzione delle esecuzioni del “3 maggio” di Goya. Sul comodino aveva le bozze dell’ultimo romanzo, “Les illusions fertiles”.

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