Campioni di mare e di monti

Ieri Pantani, oggi Nibali: nati a quota zero per scoprirsi grandi corridori sulle Alpi e sui Pirenei. Corridori simili e differenti. Lo Squalo vince il Tour de France a 16 anni dalla vittoria del Pirata, dopo una corsa eccezionale, durante la quale ha fatto tacere gli scettici del "se ci fossero stati Froome e Contador".

Campioni di mare e di monti

Vincenzo Nibali (foto LaPresse)

La montagna è di chi ci è nato e in montagna ci sa andare chi qui è sempre vissuto. Così almeno dice un detto popolare veneto. Vero, sacrosanto, almeno per chi dalla montagna trae nutrimento e se per essa si intendono chiodi e funi, scarponi e zaini, scalate e bivacchi, se si considera quella reale, quella fatta di boschi, creste, sentieri e canaloni. Ma c’è un’altra montagna però, che è reale allo stesso modo, ma fatta di strade e pedali, di forcelle e telai, di uomini soli al comando e sudore, quella ciclistica, scalate e discese su due ruote. Questa montagna, però, non sempre è di chi la abita, di chi qui è nato e sempre vissuto, ma è di chi la sa amare, l’ha sognata, ha deciso di farla sua. Sono due universi diversi, uniti dalla stessa fatica, ma se per conoscere una realtà è necessario vivere all’interno di essa, per sognare si può stare ovunque, anche in riva al mare, anzi soprattutto in riva al mare, perché la lontananza è innesto di un ordigno incredibile, la passione. Mare e montagna, mondi diversi, molte volte opposti, ma uniti. Luoghi particolari, distanti dalla normale vita cittadina, molto spesso stagionali e melanconici. Solitudine e bellezza, natura e spazi aperti. E poi Marco Pantani e Vincenzo Nibali, se consideriamo la bicicletta, uomini nati in riva al mare, divenuti grandi in montagna, o Bernard Hinault e Richard Virenque, ciclisti d’oltralpe, ma che hanno percorso anch’essi lo stesso cammino, a salire.

 

Hinault è stato il primo, ma il suo mare era oceano, Atlantico, la sua terra la Bretagna, il suo terreno qualsiasi terreno, perché il Tasso ovunque andava, andava forte e staccava tutti. Anche Virenque viene dall’oceano, che è lo stesso, sempre Atlantico, ma diverso, non Francia del nord, ma Marocco, Casablanca, nonostante sia sempre stato francese, sia per nazionalità, sia per formazione, sia per spocchia. Immense distese d’acqua, nulla a che vedere con l’Adriatico di Pantani e lo Stretto di Nibali. Ma l’Italia, si sa, è più piccola, lontana anni luce dalla grandeur francese. Eppure le strade per arrivare alle grandi montagne sono le stesse, partano esse da mari microscopici o da distese oceaniche, e sono sinuose, difficili, piene di insidie e avversari pronti a tutto pur di lasciarti sui pedali, di metterti la ruota davanti. Sono quelle del Giro e della Vuelta, sono soprattutto quelle del Tour de France.

 

Vincenzo Nibali da Messina oggi raggiungerà Hinault e Pantani su quello che era stato il loro gradino del podio, quello più alto, quello che compete a chi riesce a portare la maglia gialla a Parigi. Quello del migliore, almeno per tre settimane l’anno. Ce l’ha fatta dopo una corsa regale, sempre al comando, gestita da corridore maturo, da campione. Lo Squalo s’è preso il primato a Sheffield in Inghilterra, alla seconda tappa, con forza e scaltrezza, con uno scatto a due chilometri dall’arrivo da vero finisseur; l’ha consolidata ad Arenberg, lì dove inizia la foresta per antonomasia, quella della Roubaix, proprio sulle pietre di quella Francia che odora di Belgio, con un’azione di potenza e coraggio, da equilibrista della bicicletta, sotto una pioggia scrosciante e un vento gelido nonostante l’estate; l’ha esaltata in salita, sui Vosgi, lasciando tutti sui pedali, involandosi verso la Planche des Belle Filles, perché doveva dimostrare a tutti che il più forte in salita era lui e che Froome o non Froome, Contador o non Contador, sapeva volare in bicicletta; l’ha suggellata sulle Alpi, a Chamrousse, dopo aver seminato gli avversari con una semplicità imbarazzante, perché agli scettici serviva un’altra dimostrazione ed era necessario allontanare definitivamente l’idea che la resa degli altri due grandi favoriti potesse sminuire in qualche modo la sua cavalcata in giallo; infine l’ha difesa sui Pirenei e poi l’ha resa magnifica, eccezionale, quasi commovente, sicuramente ancora più gialla, attaccando a dieci chilometri dall’arrivo di Hautacam, la salita che fece scoprire Pantani ai francesi nel 1994, quella del suo primo scatto, del suo primo affaccio solo in testa al Tour (arrivò terzo quel giorno). All’attacco anche quando tutto era già deciso, per dare un segnale, per vincere un’ultima volta, almeno per quest’anno, con il simbolo del primato addosso. Ha attaccato forse perché viene dal mare e il mare è assalto, corsaro, arrembaggio a prua, perché i corsari della bicicletta è lì che sempre attaccano, è lì che quando la strada sale si trovano: in testa.

 

 

Pirata nel ciclismo ce n’è stato solo uno, almeno per nome. E’ Pantani, dal 1997, da quando per sua stessa scelta ripose i panni di Elefantino, come veniva chiamato in Francia (per via delle sue orecchie a sventola), e indossò la bandana, stufo dei consigli di chi gli diceva “sei senza capelli, mettiti un cappellino che prendi l’insolazione”, stufo soprattutto di perdere cappellini per strada a causa della sua testa piccola. Divenne un’icona. Corsaro lo era già, da sempre, da quando passò professionista nella Carrera nel 1993, da quando l’anno seguente s’involò prima sul passo di Giovo e planò primo a Merano e il giorno dopo spiccò il volo sul Mortirolo per vincere poi all’Aprica, togliendosi il lusso di affondare la corazzata Indurain, il ciclista più forte di allora, tra i più forti di sempre. Pirata non da mare, ma da montagna. E quando Gianni Mura gli chiese il perché andasse così forte in salita, lui rispose secco, “per abbreviare la mia agonia”. Perché è questo la bicicletta, questo il ciclismo quando la strada sale: fatica, muscoli che fanno male, fiato che si accorcia, pena, ma dolce, “perché a salire ci si avvicina a Dio e questo ti fa capire che è meglio una bicicletta di una crocefissione”, almeno secondo Gino Bartali, che scalatore è stato, e provetto.

 

Mare vuol dire acqua, distese azzurre che seguono i loro tempi e i loro cicli, di vita un po’ così, alla buona, senza troppe certezze, perché il mare non è possibile controllarlo, segue il suo corso e chi ci vive deve avere la pazienza e il buon senso di adeguarsi a esso. Montagna vuol dire salita, distese di verde che seguono i loro tempi e i loro cicli, di vita un po’ così, alla buona, senza certezze, perché nemmeno la montagna è possibile controllarla, anch’essa segue il suo corso e chi ci vive deve avere la pazienza e il buon senso di adeguarsi a essa. Montagna vuol dire montanari, alpinisti, gente sulle sue, perché hanno imparato a seguire e interpretare la natura e a lei si sono adeguati. Mare vuol dire pescatori e navigatori. Ma è adeguamento lo stesso, anche se ora è diverso, perché ormai in questi due posti ci vive sempre meno gente e anche al mare e in montagna si è iniziato a vivere un po’ alla cittadina.

 

Nibali e Pantani di pazienza ne hanno avuta, è il buon senso che gli è mancato. Perché per fare il ciclista quest’ultimo deve essere deficitario: i chilometri, siano essi sotto il sole o la pioggia, la fatica cane, il freddo pungente o il caldo asfissiante, lo spettro del doping rinfacciato da tutti, anche e soprattutto da chi questo mondo lo dovrebbe capire, i sospetti se si va forte, le critiche di chi dice di sapere tutto e non perde occasione di aprire bocca quando le cose vanno male. Chi di buon senso ne è dotato questo sport lo rifugge, perché il ciclismo “è cosa per pazzi, di chi il senno l’ha smarrito tra tubolari e vento in faccia”, scrisse Bruno Raschi commentando sulle pagine della Gazzetta la vittoria di Imerio Massignan a Superbagnères sotto una tormenta di neve al Tour del 1961.

 

Nibali e Pantani, corridori che in qualche modo si somigliano. Sarà per la salita, il loro punto forte. Sarà quel modo garibaldino di correre, sempre a spada tratta, un assalto continuo, alla faccia di chi dice aspetta, di chi dice non è tempo, non è possibile, all’attacco, perché tanto il vento arriva sempre in faccia e non ci si può nascondere per sempre. Sarà per Beppe Martinelli, loro mentore e ds, loro guida verso le vittorie, perché persona capace di ascoltare, di capire e poi di fare comunque di testa sua, capace soprattutto di parlare all’uomo e non solo al ciclista. Sarà perché vincenti e predestinati. Sarà per la classe, uscita presto, uscita giovane, capace di farli vincere subito e già questa basterebbe a spiegare il grosso equivoco del doping, che ci sarà o forse c’è, ma che è per tutti e non trasforma un ronzino in un purosangue, o che, se anche così accade a volte, ritrasforma presto il ronzino in ronzino, perché una bolla prima poi si sgonfia e alla fine rimane evidente la sostanza delle cose. Sarà per il mare, culla di entrambi, loro patria natìa. Sarà per l’amore per la bicicletta, perché se non ti spinge questo sentimento si ha vita breve su di un sellino a spingere rapporti.

 

Nibali e Pantani, corridori differenti. Divisi da un ciclismo diverso, che si scopriva corrotto quello di Marco, che prova a riscoprirsi pulito quello di Vincenzo. Divisi dal modo di andare in salita, sofferenza e martello quello del Pirata, uno scatto continuo, sempre sui pedali a mani basse sul manubrio: in una parola grimpeur; eleganza e tenacia quello dello Squalo, che allo stare ritto sui pedali intervalla la sella ed è capace di staccare tutti anche solo salendo di ritmo: scalatore. Divisi dal mare e non solo in senso geografico, ma anche a livello d’affetti.

 

Perché Pantani dalla sua Cesenatico, dal suo Adriatico, non si è mai dovuto e voluto allontanare, lì è nato e lì è sempre vissuto, profeta in patria, idolo domestico, legato al suo mondo in maniera viscerale, amore e passione di quella Romagna contadina e mondana, pescatrice ma dal cuore urbano, animata da feste popolari e adunate in discoteca. Nibali invece dalla sua Sicilia, dalla sua Messina, dal suo Stretto se ne è dovuto andare ancora adolescente, perché quella terra magnifica non è prodiga d’amore per chi sceglie la bici per professione, almeno se non ci si chiama Calò Montante (costruttore di biciclette di Serradifalco, provincia di Caltanissetta) e all’impresa ciclistica si preferisce l’imprenditoria. Lo Squalo è salpato diciasettenne per la Toscana, direzione Lamporecchio, o meglio Mastromarco, frazione a trazione ciclistica, appena sotto quel crinale che separa, come spina dorsale di balena, la piana empolese da quella di Pistoia, Prato e Firenze. Lì ai piedi del San Baronto, salita simbolo dei cicloamatori della zona e del G. P. Industria e Artigianato di Prato, scoperta dal Giro nel 1988, poi abbandonata per essere riscoperta l’anno scorso al Mondiale di Firenze come dente d’apertura prima del circuito cittadino che ha incoronato Rui Costa e lasciato Vincenzo ai bordi del podio con una medaglia di legno durissimo in mano. Errante e perfezionista, Nibali sul San Baronto inizia a “fare la gamba”, che poi rifinisce altrove, sulle Dolomiti, in ritiri in altura, seguendo come un’ombra il suo preparatore, Paolo Slongo, mentore e guida. Perché Vincenzo è figlio di un ciclismo evoluto, perfezionato, che cura posizione in sella e aerodinamica, che simula in allenamento le dinamiche di gare, che fa delle ripetute in salita il pane con il quale ogni corridore deve prima o poi cibarsi, che ha un occhio al cardiofrequenzimetro e un orecchio alla radiolina. Pantani no, lui era figlio di un ciclismo vecchio come il Tour, che si basava sulle sensazioni, che la gamba la faceva sulle sue salite, quelle di sempre, quelle dietro casa, in quella Romagna che prende quota, che si fa Appennino e che diventa chilometro dopo chilometro Marche. La condizione poi la testava sul monte Carpegna, la sua salita, quella nella quale capiva cosa poteva fare in corsa. Perché Pantani era fatto così, refrattario a ogni innovazione o miglioria, allergico a preparatori e piani di allenamento, a piani di corsa e ordini di squadra. Era anarchia e sentimento, libertà di inventare, incapacità di scendere a compromessi. Era onda, maremoto, mare all’ennesima potenza, indomito, ingestibile, inafferrabile. Nibali invece è più laguna, acqua cheta che corrode, gli altri, non se stesso.

Nibali è nato al mare, lì ha vissuto, ma è diventato corridore in pianura a un passo dalla collina. Lì ha imparato altri ritmi, ha visto altri orizzonti, ha capito l’insegnamento delle vigne, ovvero l’attesa. Ha scoperto che il ciclismo è come un buon vino e ha bisogno di diventare mosto, essere vinificato, infine trattato. Nibali alle grandi vittorie è arrivato in modo graduale, prima gregario rispettoso di Ivan Basso, poi battitore libero, che in salita andava forte, ma in discesa di più. Una vittoria al Giro al quinto anno da professionista, nel 2010, dopo essersi involato sulla discesa del monte Grappa, il terzo posto finale, la vittoria alla Vuelta nella stessa stagione. Secondo al Giro l’anno successivo, terzo al Tour nel 2012, dietro a Sir Bradley Wiggins e a Chris Froome. Infine il trionfo in maglia rosa l’anno scorso, una Vuelta sfiorata, un Mondiale da protagonista. Infine la sublimazione in giallo, il traguardo dei traguardi, il sogno di ogni ragazzino: il Tour.

 

Vincenzo è cresciuto nel mito di Pantani, come tutti quelli della sua generazione, perché Marco è stato uno dei pochi corridori totalizzanti, quando lui correva non c’erano fazioni, c’era solo il partito unico dei pantaniani. Ma è diventato Gimondi, è riuscito ad assorbire l’impeto del mare per diventare uomo di valle, montanara ovviamente. Ha messo da parte l’impeto degli anni giovanili, ha imparato a gestire la corsa e a gestirsi in corsa, è diventato uomo. Come Felice, Nibali è corridore completo, capace di battersi su ogni terreno, capace di volare in salita e di difendersi egregiamente a cronometro, capace soprattutto di controllare la corsa e decidere quale sia il momento giusto per forzare. E’ diventato Bernard Hinault. Come lui partito dal mare per andare altrove, per prendersi tutto. Come lui capace di vincere il Giro, la Vuelta e, da oggi, il Tour. E proprio oggi lo Squalo raggiungerà il Tasso (il francese) e Nuvola Rossa (l’italiano) tra i grandi cinque, che diventeranno sei, ovvero quei ciclisti che durante la loro carriera sono riusciti a vincere Giro, Tour e Vuelta, ovvero Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Felice Gimondi, Bernand Hinault e Alberto Contador. Nibali è entrato nel gotha di uno sport che si è riscoperto amatissimo, forse anche grazie a lui, forse anche grazie ai suoi modi gentili, alla sua disponibilità e simpatia. Lunga vita a Nibali quindi, eroe in giallo, che fa riscoprire all’Italia l’amore per le due ruote a pedali, sedici anni dopo Marco Pantani.

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