Lo scatto di Marco pantani sul Galibier nel 1998

Allez les italiens

Giovanni Battistuzzi

Bottecchia, Gimondi, Chiappucci: quando al Tour i francesi tifavano per gli italiani. Oggi al via l’edizione numero 101 della grande corsa. Si parte da Leeds, in Inghilterra. Tra i favoriti c’è  Vincenzo Nibali, che potrebbe far battere il cuore dei francesi

Asserire che il ciclismo sia un linguag gio universale, se è corretto almeno per quanto riguarda la sintassi – la bici è una, è fatta di ruote e pignoni, di manubrio e pedali, di corse e montagne – nasconde in realtà diversi errori. Parliamo di lessico, di famiglie non solo linguistiche, sportive. Italia-Francia, scuole antiche. Rivalità vecchie come la bicicletta, modi di pensare, di vivere questo sport. Mondi simili, certo, costruiti attorno a una passione profonda, quasi viscerale. Cugini simili, accomunati da lingua, quella vera, neolatina, da tradizioni enogastronomiche e culturali, divisi però da tutto, soprattutto da queste ultime e poi dal ciclismo. Sfida iniziata all’alba del velocipede, proseguita lungo tutte le curve della storia sino ad arrivare ai giorni nostri. Antagonismo, sicuramente, a tratti odio, a ondate. Infine qualche amore, mosche bianche. C’era un tempo nel quale i francesi amavano gli italiani. Un rispetto spesso stagionale, passione sincera in altri casi: tre su tutti, Bottecchia, Gimondi e Chiappucci, almeno al Tour, e poi Ballerini, ma in primavera, quando le sue ruote incrociavano le pietre della Roubaix.

 

Il Tour che parte oggi da Leeds, Inghilterra, vedrà tra i partenti pochi italiani, ma tra i favoriti ce ne è uno che potrebbe rinverdire i fasti di questo amore. Vincenzo Nibali piace perché ha coraggio e ai francesi manca un corridore d’alta classifica, gli avversari poi (l’algido e poco simpatico Chris Froome è britannico, Alberto Contador, bravo e generoso, troppo spagnolo e con passati dopati) non possono entusiasmare i transalpini.

 

Lontani i tempi di Bartali e Bobet, di Nencini e Rivière, sfide figlie di una rivalità di origini antichissime, ottocentesche. Un romanzo fatto di corsi e ricorsi storici, di attribuzioni di paternità, di competizioni verbali e sportive. In ballo c’è l’origine delle corse: oltralpe asseriscono Parigi, in Italia sono sicuri: Pistoia-Firenze, 1870. La storia ci ha dato ragione. Il resto è una Francia in fuga e noi a inseguire. La Parigi-Roubaix si corre per la prima volta nel 1896, seconda (almeno tra le classiche monumento) solo alla Liegi-Bastogne-Liegi (1892); il Giro di Lombardia si correrà nel 1905, la Milano-Sanremo solamente dal 1907. E poi c’è il Tour de France che nasce nel 1903, ben sei anni prima del Giro d’Italia. La prima corsa a ospitare le grandi montagne, le Alpi, unica corsa a tappe a spegnere le 100 candeline. La Grande Boucle ha anticipato epoche, ospitato i successi dei più grandi campioni, è stato il primo evento globale e ancora oggi è l’avvenimento ciclistico più seguito, superato soltanto per numero di spettatori da Olimpiadi e Mondiali di calcio. A loro la visibilità e il marketing, a noi la bellezza e la durezza dei percorsi, a loro i grandi campioni internazionali, a noi le sfide casalinghe che dividono il popolo. Noi profeti in patria, loro spettatori di successi altrui. Tutto vero, niente esatto, chiacchiere che evidenziano una rivalità vera, accesa, a volte strabordante, sicuramente sincera.

 

C’è dal tempo dei pionieri. 1904, seconda edizione, quando i tifosi di Aucouturier, il “Terribile”, amor di popolo, rendono la vita impossibile a Giovanni Gerbi, il “Diavolo Rosso”, il nostro corridore più celebre in quegli anni. Tranelli, sassi, puntine da disegno sulla strada gettate al suo passaggio e strattoni in salita, tanto per dare il benvenuto. Continua a vivere lungo le strade percorse da Gino Bartali, prima e da Fausto Coppi con Ginettaccio poi. E’ il 1949, la guerra finita da poco, il Giro e il Tour immagine di due paesi feriti dalle macerie del Conflitto mondiale, ma che vogliono ripartire, ricostruirsi, rinascere. E’ il 22 luglio, 19esima tappa, da Losanna a Colmar, 283 chilometri. Tre giorni prima lungo la discesa del Piccolo San Bernardo il volo di Fostò (così i francesi chiamavano Coppi) verso la maglia gialla. Sempre lungo quella discesa va in scena qualcos’altro. I tifosi italiani ricoprono d’insulti gli atleti transalpini. Il più bersagliato è Jean Robic, il più forte dei francesi, alla cui mamma vengono rivolte le ingiurie peggiori. Il fatto non passa inosservato ai cronisti. Un editoriale sull’Equipe denuncia l’atteggiamento degli italiani con toni accesi, nazionalistici. I francesi giurano vendetta. Appena la corsa torna in Francia gli insulti vengono restituiti, poi si passa ai pomodori e alle uova, infine ai sassi. Uno di questi spezza due raggi di una ruota di Bartali, Coppi si trova al centro di un fitto lancio di ortaggi, a Corrieri arriva una manciata di sabbia in piena faccia. La Gazzetta dello Sport denuncia, il Figaro e l’Aurore, minimizzano. Tutto si placa il giorno dopo e i francesi tornano ad ammirare i due italiani. E’ sentimento sincero il loro. A Parigi, nel giro d’onore al velodromo di Saint Denis, oltre trentamila persone tributano un applauso caloroso ai due campioni, primo e secondo nella classifica generale. “Le tribune erano un tripudio di ‘Fostò”, di ‘Bartalì’, quello che meritano due campioni che hanno reso onore al Tour”, scrive Jacques Goddet, direttore della corsa e dell’Equipe, nell’articolo di fondo con il quale riassume l’edizione appena conclusasi. Anche Félix Lévitan nel Parisien Libéré esalta l’Airone: “Coppi è il più completo di tutti i corridori che hanno vinto il Tour. Non uno era in possesso a un tempo della sua facilità d’azione in montagna e nelle gare a cronometro. Non uno era in grado di condurre a buon fine così lunghe fughe solitarie”. C’è rispetto in queste parole, esaltazione del più forte, ma non amore. Quello era riservato a Robic e Bobet, atleti di casa, che hanno avuto nella loro corsa “la sola sfortuna di incontrare atleti contro i quali nulla si può fare se non sperare che incorrano in giornate storte o sfortune passeggere”.

 

Altra cosa è l’amore. Coppi e Bartali sono i più forti e tutti lo riconoscono, ma sono anche orgoglio italiano, dividono un paese, sono immagine di due modi di vivere e di pensare. E questo è troppo. Soprattutto per i francesi. Se però un italiano non è profeta in patria, se incarna quelle caratteristiche che piacciono oltralpe, la pazzia, la volontà di essere il migliore, la schiettezza e l’indifferenza a quanto accade attorno a loro, allora l’amore può scoccare. E’ il caso di un personaggio a tratti oscuro, taciturno, “dagli occhi arrossati, dagli abiti logori, dal viso intagliato dalla fatica dal quale spunta il naso, dai baffetti striminziti”, o così almeno se lo ricorda Monsieur Montet capo dell’Automoto. E’ il 1923 e l’azienda francese di ciclomotori e biciclette cerca gregari per la squadra corse. Lo fa in Italia perché nel nostro paese ha aperto una succursale, a Torino. Ci provano con i più quotati, rifiutano. Trovano, su suggerimento di un loro collaboratore d’origini italiane, un semisconosciuto corridore trevigiano, Ottavio Bottecchia. Lo accolgono con scetticismo. Un uomo così sciatto e dimesso non può convincere. Il tempo però gioca a suo favore, tanto da divenire “la nostra miglior scoperta, il vanto di un’intera carriera”, dirà Monsiuer Pierrard, direttore sportivo dell’Automoto, dieci anni dopo.

 

[**Video_box_2**]Ottavio Bottecchia non lo conosce nessuno quando inizia il Tour del ’23, gregario dei fratelli Pélissier. Henri è il capitano, bello e aitante, amato dalle donne e già vincitore di numerose classiche, Francis, suo fratello minore, il delfino, terza punta è Charles, il piccolo della famiglia. Poi c’è Honoré Barthélémy, il protetto. Tavio scudiero, “sempre se riuscirà a concludere due tappe”. Monsieur Pierrard è scettico alla vigilia e pronto a licenziare in tronco Aldo Borella, colui che portò a Parigi il veneto.
Il Tour parte e Ottavio dimostra subito il suo talento. Corre per “schei”, non lo nasconde mai. E’ sempre davanti, in fuga per raccattare più soldi possibile nei traguardi a premi che Henri Desgrange, patron del Tour e del quotidiano L’Auto, aveva inserito lungo il percorso per rendere più movimentate le tappe. Va talmente forte che riesce a vincere la seconda tappa e a conquistare la maglia gialla. Il simbolo del primato lo tiene per diversi giorni. Ottavio Bottecchia non lo conosce nessuno e proprio per questo il suo cognome viene storpiato: chi lo chiama Botechia, chi Bottechià, chi Botecchia. Sui Pirenei diventerà per sempre Botescià. E’ la folla che lo acclama così. La gente impazzisce per lui, lo aspetta all’arrivo, lo circonda, lo applaude. E non sono solo gli italiani emigrati, sono soprattutto i francesi. Lo innalzano a simbolo: il boscaiolo veneto che dopo mille sofferenze raggiunge il successo grazie alla sua testardaggine. Poco importa se quel Tour non lo riuscirà a vincere, se arriverà secondo dietro a Pélissier, francese, ma dai modi troppo aristocratici, troppo sbruffone per piacere davvero. La folla acclama Botescià nonostante i suoi modi timidi, il suo viso dal quale non traspare alcuna emozione. “Sulle strade di Francia si è assistito a un fatto mai visto. Chi a bordo strada aspettava l’arrivo del Tour non attendeva la maglia gialla Henri Pélissier, la gente urlava ‘Botescià, Botescià’. Pochi avevano avuto modo di osservar il di lui volto, ma tutti lo chiamavano, volevano fargli omaggio per quello che aveva fatto in gara”, così scriveva Emile Grayduc sul Petit Parisien.

 

Bottecchia viene adottato dalla Francia. I francesi si sentono scopritori, padri adottivi di un campione costretto a trovare il successo oltralpe perché impossibilitato a essere profeta in patria a causa della “tirannia” del bel Girardengo, Campionissimo troppo amato da tutti per lasciare posto a qualcun altro. In Francia torna l’anno dopo. Domina il Tour del 1924. In testa dalla prima all’ultima tappa, con quattro successi e oltre mezz’ora di vantaggio sul secondo. Apoteosi, un successo incredibile, mai in discussione. Per la prima volta nella storia un ciclista riusciva a mantenere la maglia gialla dall’inizio alla fine. “Un fulmine, un pezzo di Francia dai natali lontani, Bottecchia ha dominato questa edizione del Tour. Le folle non avevano dubbi, solo un nome usciva dalle loro bocche ed era un grido di giubilo, ‘Botescià’”. Scrive dalle pagine del Petit Parisien Grayduc. Gli fa eco l’Èco des Sports: “Vi sono anni nei quali il vincitore del Tour lasciò un margine al dubbio sia per aver beneficiato di disavventure capitate agli avversari, sia per il suo debole vantaggio in classifica. Niente di tutto questo, stavolta. Bottecchia è stato in testa da un capo all’altro della corsa. Egli l’ha condotta da maestro”. Tavio vince anche l’edizione successiva e viene considerato a tutti gli effetti francese. Un amore antico ma che arriva fino a oggi, tanto che qualcuno da anni chiede al Tour una partenza dal Veneto come omaggio a quel campione che da italiano reietto fece grande la Francia.

 

Bottecchia il primo, poi Gimondi. Tra i due una guerra, l’occupazione nazista. Il giudizio dei francesi su Coppi e Bartali è condizionato dalla storia. Troppo fresco il ricordo, troppo bravi gli atleti transalpini. Felice corre nell’epoca sbagliata per vincere molto, durante l’egemonia di Eddy Merckx, ma si presenta nel momento e nel modo giusto: vince il primo Tour post Anquetil, anno 1965, appena 23enne, dopo una lotta serratissima con Poulidor, l’eterno perdente, il sempre piazzato. Raymond è francese, corridore coriaceo, ma paga agli occhi dei connazionali un atteggiamento troppo lassista e le continue dichiarazioni dell’anno prima contro “le Roi” Jacques. Giovane e poco loquace, Felice riesce a colpire l’immaginario dei francesi. Non passione, piuttosto atteggiamento materno e paterno. Durante la mezza crisi sul Mont Ventoux “gli incitamenti erano per questo ragazzino italiano, ‘forza non mollare’, battimano, applausi. Gimondi ha colpito i tifosi che hanno imparato ad apprezzare la sua classe e i suoi silenzi”, scrive Pierre Chany sul Miroir Sprint dopo la 14esima tappa di quel Tour che riuscì a vincere a con una cronoscalata spaventosa sul Mont Revard. “Con l’impeto che ci aveva sbalordito, con la costanza che lungo la corsa non ha mai cessato di meravigliarci, con l’abilità che appartiene soltanto ai veri campioni, Gimondi ha dimostrato di essere il migliore di tutti. Grande per il suo valore fisico, eccezionale per le sue qualità morali, sorprendente per la sua modestia, Gimondi è un atleta nuovo, un uomo che rifiuta di lasciarsi esaltare dalla gloria. Abbiamo trovato in lui lo stile di Anquetil e la robustezza di Bobet, la tenacia di Koblet e l’agilità di Coppi”. Parola di Félix Lévitan, sul Parisien Libéré. Gimondi incontra Merckx sulla sua strada. Per lui è una disgrazia se si considerano le vittorie ottenute, sicuramente inferiori alle sue possibilità, ma grazie a questo conquista l’amore dei francesi, che al Cannibale hanno sempre preferito il bergamasco.

 

Pantani riporterà il Tour in Italia nel 1998 dopo 33 anni di digiuno. Prima del romagnolo però i francesi sono impazziti per Claudio Chiappucci, El Diablo, scalatore varesotto, corridore indomito e spettacolare, “matto come un cavallo imbizzarrito, sempre pronto a dichiarar guerra ascia in mano, solitario contro eserciti schierati”, lo descrive Serge Bolloch sulle pagine del Monde. Chiappucci è per i transalpini Sciapuscì. S’impadronisce della scena alla fine dell’ultima epoca d’oro del ciclismo francese, quella degli Hinault e dei Fignon e assiste al dominio dei passisti, LeMond e Indurain, che vincevano il Tour a cronometro e si difendevano in salita. Sciapuscì è quanto di più distante da loro, piccolo e sgraziato, uno scricciolo d’uomo tra avversari immensi sia per stazza sia per classe. L’unico modo per tentare di vincere è rendere la corsa impossibile in salita. Ne fa un vezzo, un segno distintivo. La strada s’inerpica e Clodiò scatta, fregandosene della distanza dal traguardo. La gente ne ammira il coraggio e la determinazione. Inizia ad amarlo, a fare il tifo per lui, Davide in mezzo a Golia più forti e preparati. La passione si scatena nel 1990, quando Clodiò ottiene la maglia gialla alla 12esima tappa e la lascia a LeMond solo all’ultima cronometro; l’amore sboccia l’anno successivo sui Pirenei. Sciapuscì corre sempre in testa. Il 19 luglio durante la 13esima tappa ci sono da affrontare Aubisque, Tourmalet, Aspin e l’ascesa verso la Val Louron, ovvero tre cime antonomasia di fatica, immagine stessa del Tour e un’erta dura, temibile, da poco scoperta dall’organizzazione. Passato e futuro, storia e ignoto, ovvero ciclismo. L’italiano fa corsa dura sin dalla prima salita, decima il gruppo sulla seconda, s’invola sulla terza. Un coro unico, “Sciapuscì, Sciapuscì, gridavano come ossessi i tifosi sulla strada che portava a Val Louron. Non importava loro – scrive il giorno seguente l’Equipe – avere bandiere francesi o indossare la maglietta di Leblanc o Fignon, Chiappucci era in quel momento l’unica cosa importante. Lo incoraggiavano, lo spingevano, gli urlavano ‘allez, allez’ come uno di loro. Dell’italiano ammiravano l’indomita grinta, la volontà di provarci, di ridere di chi gli dava dell’incosciente. Con Chiappucci torna ad esistere tifo che non ha bandiere o nazioni. In cima a Val Louron oltre a Chiappucci ha vinto l’amore per questo sport”. In carriera non riuscì mai a vincere una grande corsa, salì sul podio sei volte ma mai sul gradino più alto. E’ riuscito però a emozionare e a farsi amare, talmente tanto che nel 1994 il giorno del suo ritiro alla 12esima tappa José Alain Fralon scrisse sul Monde: “Il Tour domani affronterà il Ventoux. Sarà festa di grande ciclismo su di una delle salite più belle e spietate. Festeggerà però senza Claudio Chiappucci, senza uno dei grandi protagonisti di questi anni, un uomo capace di infiammare i cuori francesi come in pochi sono riusciti a fare. Un italiano che in Francia era stato abbracciato dall’amore di un popolo”. Dopo di lui ci sarà Pantani, Pantanì, l’ultimo fuoriclasse del pedale capace di seminare in Francia rispetto e una stima enorme, ma portò con sé anche i postumi di un mondo che era cambiato, macchiatosi per colpe che non possono essere ascritte solo a Marco. Era amato, certo, ma di un amore colmo di sospetti. Non era più lo stesso sport, non più lo stesso ciclismo. Il Pirata ha pedalato su di uno spartiacque. Ma questa è un’altra storia.