L’Ucraina, piccola Rus’

C’è stato un tempo in cui gli anziani di Dikanka si riunivano nelle taverne per conversare sino a notte fonda, seduti secondo il rango loro. Erano locande di vecchi cosacchi e montoni, case di legno e paglia nella campagna dorata, luci di ceri nelle sere di luglio e fuochi dopo la festa di Giovanni il Battista. Allora la campagna dell’Ucraina era un tempio afoso e senza voci, una striscia di covoni di paglia disposti per i campi come le tende di un’armata: da qualche parte un carro carico di sacchi, canapa e tela avanzava tirato da buoi, a passo incerto, verso un villaggio vicino, e nelle case oltre il fiume le donne aspettavano il tramonto per ritirarsi a filare e parlare. I mariti con le camicie logore si scambiavano storie di santi e maledizioni, di cosacchi avari divorati da un demone per l’amore dell’oro.

L’Ucraina, piccola Rus’

C’è stato un tempo in cui gli anziani di Dikanka si riunivano nelle taverne per conversare sino a notte fonda, seduti secondo il rango loro. Erano locande di vecchi cosacchi e montoni, case di legno e paglia nella campagna dorata, luci di ceri nelle sere di luglio e fuochi dopo la festa di Giovanni il Battista. Allora la campagna dell’Ucraina era un tempio afoso e senza voci, una striscia di covoni di paglia disposti per i campi come le tende di un’armata: da qualche parte un carro carico di sacchi, canapa e tela avanzava tirato da buoi, a passo incerto, verso un villaggio vicino, e nelle case oltre il fiume le donne aspettavano il tramonto per ritirarsi a filare e parlare. I mariti con le camicie logore si scambiavano storie di santi e maledizioni, di cosacchi avari divorati da un demone per l’amore dell’oro.

Fuori un giovane armato s’avvicinava a una finestra, ci bussava, e da lì appariva una giovane e bella testa di donna, e si sentivano discorsi allegri e affettuosi. Un bracciante con gli zigomi sporgenti e la pelle bruciata dal sole varcava la soglia dell’izba piegato dalle canne dopo un giorno di lavoro. Le vacche e le bufale sazie vagavano lente per le strade, si fermavano alle pozze, procedevano stanche alle fattorie. Dikanka esiste, si trova poco lontano da Poltava, nella parte orientale dell’Ucraina. E’ lì che è nato Gogol’, ed è lì che i genitori hanno deciso di chiamarlo Nikolaj, come il santo dell’icona custodita nella chiesa del villaggio. Per uno strano gioco della storia, a Poltava la lingua ucraina è cresciuta e s’è sviluppata con forza dal Diciottesimo secolo in avanti, in quella parte del paese che oggi parecchi considerano “russa”: da Donetsk a Kharkiv migliaia di persone domandano l’indipendenza, minacciano la secessione, chiedono il diritto di scegliere come hanno fatto in Crimea – e quelli della Crimea, meno di un mese fa, hanno deciso di passare sotto la Russia. Per Gogol’ la campagna intorno a Poltava era la “Piccola Rus’”, la terra morbida che ha descritto con decine di racconti, da “Le veglie alla fattoria presso Dikanka” (pubblicato usando lo pseudonimo di Rudyj Pankò, professione guardiano d’api), sino a “Mìrgorod”. Quei campi ortodossi producevano grano e fantasmi, e chi usciva di notte per un bisogno poi temeva che nel letto si fosse messo a dormire qualche oriundo dell’altro mondo. E non bastavano sbronze e benedizioni e domeniche alla chiesa con preti chiamati Afanasiy o Pantaley: nelle case, dietro le stufe, la legna bruciava assieme alle storie di antenati e viaggiatori partiti senza tornare, di imboscate di truppe lontane, di ricordi di caccia e diavoli dei boschi. Allora pareva che tutto, intorno, fosse morto: l’unica voce per quella distesa di campi veniva dagli uomini riuniti in cerchio, nel bagliore della sera limpida, sotto un cielo blu come la vaghezza. Di villaggi come Dikanka era piena la Russia.
Il culto delle campagne ha plasmato l’animo russo, per questo i racconti di Gogol’ sono così familiari a Mosca come a Kiev, e nelle terre che separano le due capitali: è una fede in Cristo e nella natura, è un rosario diviso in egual modo fra immagini di santi e nomi di arbusti. Oggi è impossibile stabilire chi sia l’erede di quei racconti, decidere chi è il custode di Dikanka. Secondo Massimiliano Di Pasquale, un autore italiano che conosce l’Ucraina quanto un ucraino diligente, la letteratura nazionale ruota intorno a una trinità di scrittori e poeti che hanno vissuto fra il Settecento e l’Ottocento (non bisogna pensare che sia tardi, è lo stesso periodo in cui le tesi panslave raggiungono la massima popolarità). Il padre è Ivan Kotliarevsky, che è nato a Poltava come Gogol’, ha combattuto la guerra contro i turchi nell’esercito russo e ha scritto un poema ironico, una parodia dell’“Eneide” di Virgilio intitolata “Eneyida”, con i cosacchi di Zaporzhian al posto degli eroi di Troia. Kotliarevsky è stato il primo a trasformare l’ucraino – che era parlato comunemente da milioni di persone fra le città e le campagna della Piccola Rus’ – da vernacolo a lingua letteraria. Poi viene Gogol’, che è sempre stato cauto su questioni delicate come il nazionalismo slavo, ma nelle sue opere ci sono richiami alla “libera Ucraina cosacca”, alla terra di fede e scaramanzia che ha attraversato nei pellegrinaggi giovanili, alla “patria buona” ben più gioiosa rispetto alle nebbie di San Pietroburgo. Nel titolo originale delle “Veglie” (“Vechera na chutor bliz Dikanki”) c’è il termine “vechera”, che significa “serate” e ricorda molto un’altra parola, “veche”, ovvero le assemblee popolari diffuse nelle città della Rus’ prima dell’impero. E il testo è pieno di riferimenti agli scritti di Kotliarevsky e di citazioni dell’“Eneyida”. Alla fine viene Taras Shevchenko, che è stato poeta, pittore e patriota, ed è considerato un padre della patria in Ucraina: la sua figura ha ispirato la rivolta del 2004, ma già alla fine dell’Unione sovietica le amministrazioni di alcune città ucraine avevano sostituito i busti di Lenin con quelli del loro poeta. Anche a Mosca esiste una grande statua di Shevchenko e si trova lungo la Moscova, proprio di fronte alla Casa Bianca, la sede principale del governo russo. Fra gennaio e febbraio, quando gli scontri tra poliziotti e oppositori sono diventati più violenti nelle strade di Kiev, molti hanno portato lì fiori e candele per ricordare le vittime delle violenze. Si cerca quasi sempre di spiegare il rapporto della Russia con l’Ucraina usando la politica, o lasciando che gli strumenti di quella disciplina prendano il sopravvento sul resto.

Seguendo questa logica, oggi il Cremlino sarebbe interessato soprattutto a mantenere una sfera di influenza intorno ai suoi confini, un corridoio strategico fra sé e i paesi della Nato: la spiegazione è razionale, risulta completamente accettabile secondo i criteri della politica. Ma se fosse tutto, squadre di mediatori ben allenati riuscirebbero a risolvere il caso in poche settimane. Per la maggior parte degli europei è difficile comprendere sino in fondo quel che accade fra Mosca e Kiev perché non esiste un caso simile da usare come paragone. E’ un fatto pratico. In Europa tutti gli stati moderni comprendono le loro capitali storiche. Roma ha generato la nostra cultura oltre duemila anni fa e si trova ancora oggi al centro del paese. Ma nulla ci impedisce di fare uno sforzo e immaginare che cosa accadrebbe se, dopo decenni di Unità materiale e secoli di fratellanza culturale, un territorio grande più o meno come quello del Lazio ottenesse l’indipendenza e diventasse una Repubblica autonoma con tanto di bandiera, inno e una lingua leggermente diversa dalla nostra, se gli amministratori di Roma si proclamassero “anti italiani” e stringessero alleanze militari con “paesi stranieri”. Nel discorso che ha stabilito l’integrazione della Crimea, Vladimir Putin ha parlato di una “linea rossa” che l’occidente avrebbe varcato in Ucraina. Quella linea si trova fuori dai confini della Russia, ma è tracciata sulla sua carne viva. In generale i russi credono di avere molte più cose in comune con quelli di Sebastopoli, di Donetsk, di Kharkiv e Kiev rispetto a ceceni e tatari, che pure sono cittadini della Federazione a tutti gli effetti. Naturalmente non si può sostenere il contrario: gli ucraini hanno il loro codice nazionale, un codice vecchio di secoli che è fiorito anche in contrapposizione a Mosca, e oggi ritengono che l’indipendenza sia il vero obiettivo della nazione, prima ancora di una alleanza chiara e netta con l’Europa. Questo vale soprattutto per la parte occidentale del paese, mentre in quella sud-est è forte la spinta verso una forma di stato che permetta maggiore autonomia rispetto al governo centrale. Nel Bacino del Don l’ipotesi del federalismo è superata da attacchi contro gli uffici del governo locale, proclami d’indipendenza, richieste di referendum sul futuro della regione: le possibilità che questi centri possano tornare russi è reale.

“Gogol’ è uno scrittore russo nato in Ucraina”: così dicono i libri di testo delle scuole di Mosca quando il discorso arriva all’autore delle “Veglie”. Esistono ancora due parole molto simili per chiamare la Russia, ma sono parole che nascondono significati diversi. La prima è “Rossyia”, il nome formale del paese, un termine classico che si è diffuso rapidamente fra il Sedicesimo e il Diciassettesimo secolo, e poi durante l’impero di Pietro il Grande. Da quel momento in avanti “Rossiya” s’è sovrapposto al vecchio nome della nazione, che era “Rus’” e rappresentava il popolo di guerrieri e contadini distribuito dal mar Nero al Baltico, dalle terre nere dell’Europa orientale sino alle piane del Volga. Nel linguaggio comune i due termini hanno vissuto insieme, seguendo storie parallele: “Rossiya” ha assunto un valore politico, mentre “Rus’” è associato ancora oggi all’anima della nazione e al destino del paese (molti poeti hanno raccontato la Rus’, pochissimi la Rossiya, ha scritto giustamente uno studioso britannico, Robin Milner-Gulland, in un suo libro pubblicato in Italia dalle edizioni Ecig con il titolo “I Russi”). Queste due espressioni hanno generato due serie di aggettivi diversi che aiutano a comprendere sia l’opinione dei russi nella crisi dell’Ucraina, sia le parole e gli appelli di Putin e dei suoi consiglieri. Si pensa che la questione abbia molto a che fare con la guerra scoppiata nel 2008 lungo un altro confine russo, il confine della Georgia. Allora il pretesto era l’attacco portato a termine in luglio dalle forze georgiane contro l’Ossezia del sud, una provincia povera fra le montagne del Caucaso che rivendicava l’indipendenza da almeno quindici anni. E la guerra era stata preceduta da mesi e mesi di preparativi, secondo i georgiani l’esercito russo aveva studiato ogni mossa con cura, aveva riparato le vie di collegamento, saldato le ferrovie, ammassato centinaia di soldati alle porte di quella regione in attesa che gli avversari commettessero un errore. Ma i georgiani avevano compreso che cosa sarebbe accaduto per un altro particolare. Qualche settimana prima dello scontro, nei villaggi e nelle città dell’Ossezia, i russi avrebbero distribuito migliaia di passaporti nei villaggi e nelle città dell’Ossezia: la nazionalità era il motivo del Cremlino per giustificare l’intervento. “Difenderemo i nostri cittadini ovunque essi siano, come farebbe qualunque governo al mondo, questo è il nostro dovere”, diceva Dmitri Medvedev, oggi premier, allora presidente – e i suoi diplomatici ripetevano l’orientamento come se fosse un’Ave Maria. Oggi in Ucraina non c’è bisogno di proteggere soltanto i cittadini della Federazione (ovvero i “rossiyane”, o “grazhdane Rossiskoy Federatsii”), bensì gli uomini e le donne che parlano russo (quelli che si possono chiamare “ruskoyazichnye” e “russkogovoryashiye”), come ha spiegato Putin poche settimane fa nella sua dimora fuori Mosca di fronte a una decina di giornalisti. A dire il vero la minaccia sembra ancora misteriosa: è il ritorno del nazionalismo violento? E’ la paura di vedere i militari della Nato appena dopo il confine? O la percezione di perdere un mercato importante? Secondo la maggior parte degli analisti europei le parole di Putin sono una sofisticazione, sono l’ennesimo pretesto per decidere gli affari dei vicini. Ma con i termini scelti dal presidente russo avanza un passaggio decisivo. Nel cambio di priorità – dalla “difesa dei cittadini” durante la guerra in Georgia alla “difesa di coloro che parlano russo” in Ucraina – c’è lo slittamento dalla componente legalista dell’intervento (il prefisso “Ros” di “Rossiya” e “rossiyane”) a quella culturale (il nome della “Rus’” che torna oggi in “ruskoyazichnye”), con tutto ciò che ne segue. Chi ignora questa differenza può compilare ottime analisi sulla strategia militare, può descrivere con cura uniformi e carri armati, ma conosce poco o niente chi tiene in mano le armi.

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