Ranch e libertà

La questione dell’appropriazione della terra, del diritto a recintarla e farla propria a condizione di renderla produttiva con il sudore della fronte rimane un pilastro lockiano della Costituzione materiale degli Stati Uniti, anche se la colonizzazione senza regole, la corsa all’oro, l’epica del manifest destiny e tutto il resto sembrano ormai cimeli di una cultura americana che fu. Il lato oscuro dello slancio privatistico è l’autorità federale, potere centrale che fa ribollire il sangue a una certa America che si definisce, politicamente e moralmente, per contrasto con quella forma di controllo dedita al trasferimento della sovranità dall’individuo allo stato che va sotto il nome sintetico di “big government”.

Ranch e libertà

La questione dell’appropriazione della terra, del diritto a recintarla e farla propria a condizione di renderla produttiva con il sudore della fronte rimane un pilastro lockiano della Costituzione materiale degli Stati Uniti, anche se la colonizzazione senza regole, la corsa all’oro, l’epica del manifest destiny e tutto il resto sembrano ormai cimeli di una cultura americana che fu. Il lato oscuro dello slancio privatistico è l’autorità federale, potere centrale che fa ribollire il sangue a una certa America che si definisce, politicamente e moralmente, per contrasto con quella forma di controllo dedita al trasferimento della sovranità dall’individuo allo stato che va sotto il nome sintetico di “big government”. Per questo una remota disputa territoriale nelle sterpaglie del Nevada fra una famiglia di allevatori e gli agenti federali può diventare la rappresentazione simbolica di una pugnace visione politica e persino antropologica.

Da vent’anni la famiglia Bundy ha un contenzioso aperto con il Bureau of Land Management (Blm), l’autorità federale che si occupa della gestione del suolo pubblico degli Stati Uniti, circa un ottavo dell’intero territorio nazionale. Il Blm sostiene che Cliven Bundy e i suoi figli non hanno mai pagato allo stato i dazi previsti per l’uso del suolo pubblico su cui la mandria di vacche  liberamente circola dal 1993, e dopo un’interminabile serie di richieste, ricorsi, avvocati e udienze, l’autorità ha dichiarato che il bestiame di famiglia, circa 900 capi, è fuori dalla proprietà che i Bundy possono legittimamente rivendicare, dunque lo stato può disporne come crede. A complicare la  situazione c’è anche una specie di testuggine in via d’estinzione che vive da quelle parti, dunque il terreno gode di un’ulteriore forma di protezione che fa scattare altri riflessi pavloviani su un altro fronte ideologico. I dazi non pagati e la testuggine a rischio hanno spezzato la tradizione di famiglia, che possiede un ranch nella zona dal 1870.

Le autorità hanno mandato dei cowboy e dispiegato gli elicotteri per sequestrare il bestiame, e allo scopo di “proteggere i contractor”, cioè i cowboy, hanno dispiegato qualche centinaio di agenti armati intorno al ranch, con tanto di fucili di precisione. Esistono senz’altro modi più accorti per non trasformare un litigio territoriale in un negoziato cinematografico con fucili puntati e cariche ideologiche pronte a esplodere. Uno dei figli del proprietario, Dave, è stato anche arrestato per aver tentato di filmare i tiratori scelti schierati fra i cespugli. “Nelle ultime due settimane  i governi degli Stati Uniti sta mettendo insieme il suo esercito per fare il suo lavoro e dimostrare due cose: primo, se vogliono, possono; secondo, vogliono provare che il loro potere è illimitato”. Il ranch sotto l’attenzione del governo federale è diventato il catalizzatore della sensibilità libertaria che si sente particolarmente umiliata in questi tempi obamiani di centralizzazione. Centinaia di manifestanti sono arrivati in questo angolo di terra a un centinaio di chilometri da Las Vegas con cappelli Stetson e cartelli per protestare contro quella che considerano una prevaricazione dello stato. Gridano contro lo stato che con qualunque scusa, persino le tartarughe, controlla e impone dazi su ogni cosa e si appellano all’antico principio dell’“homestead”: è la delimitazione di un terreno che viene trasformato dall’attività umana il criterio supremo con il quale si assegna la proprietà. Come se non bastasse, l’autorità federale ha deciso di creare attorno al ranch “aree del primo emendamento”, riserve recintate dove i manifestanti possono esprimere il loro dissenso. Fuori da quelle transenne il diritto di protesta svanisce e il primo emendamento alla Costituzione non vale più. La trovata ha scatenato anche la protesta del governatore, Brian Sandoval, che ha parlato di una misura che “depreda gli abitanti del Nevada di un diritto costituzionale” e ha caricato di ulteriori significati ideologici uno scontro che era nato come una banale disputa intorno all’uso di un remoto pezzo di terra. Ora quel pezzo di terra è un fatto di libertà.
 

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