Maledetto sarai tu

Ancora lui. Rimbaud, Jean-Nicolas-Arthur, da Charleville, lugubre cittadina delle Ardenne sulle rive della Mosa. Sempre lui, superba fonte di potins e vapeurs. Solo perché, sembra, scelse per sé una vita eccentrica. Perché scrisse dei versi e condivise le lenzuola con un uomo. E, alla resa dei conti, tragico e attraente, il più sublime poeta e a un tempo il più screanzato ballista d’ogni costellazione letteraria. Depistatore sommo, soprattutto per un bel giro di creduloni. Prima suoi contemporanei e poi giù giù fino al tempo nostro. Sono insomma quasi duecento anni di diffuse supposizioni e ciarle, rievocazioni “scientifiche” e fantasiose, biografie romanzate, saggi accademici, introspezioni psicologiche, sceneggiate e film più o meno riusciti. Emblema del peccato angelicante, Rimbaud ha anche prodotto squadroni di spudorate, introflesse e pretese autoidentificazioni.

di Giuseppe Mercenaro

Maledetto sarai tu

Ancora lui. Rimbaud, Jean-Nicolas-Arthur, da Charleville, lugubre cittadina delle Ardenne sulle rive della Mosa. Sempre lui, superba fonte di potins e vapeurs. Solo perché, sembra, scelse per sé una vita eccentrica. Perché scrisse dei versi e condivise le lenzuola con un uomo. E, alla resa dei conti, tragico e attraente, il più sublime poeta e a un tempo il più screanzato ballista d’ogni costellazione letteraria. Depistatore sommo, soprattutto per un bel giro di creduloni. Prima suoi contemporanei e poi giù giù fino al tempo nostro. Sono insomma quasi duecento anni di diffuse supposizioni e ciarle, rievocazioni “scientifiche” e fantasiose, biografie romanzate, saggi accademici, introspezioni psicologiche, sceneggiate e film più o meno riusciti. Emblema del peccato angelicante, Rimbaud ha anche prodotto squadroni di spudorate, introflesse e pretese autoidentificazioni. E chissà quanti, vocati alle variazioni del “famolo strano”, per giustificare scriteriate forme scrittorie e celebrazioni di un sé poetico gaglioffo, per accertare la propria omosessualità, farsi perdonare carognate, aver coglionato imbecilli, tracannato intrugli superalcolici, rollato joints ecc., assimilandosi alla celebrata legera, avranno dichiarato, esibendo una egocentrica autoconsiderazione: “Sono un Rimbaud”.

Metaforico e meraviglioso feuilleton d’antan, va in libreria adesso la corrispondenza completa proprio di lui, dello “sposo infernale” (Arthur Rimbaud, “Non sono venuto qui per essere felice, Corrispondenza 1870-1891”, a cura e con prefazione di Vito Sorbello, Nino Aragno Editore, 2 volumi, pagg. 464-499). Simile al cartellone della mise en scene di una sceneggiata con prim’attori – Rimbaud e Verlaine – comprimari, caratteristi e comparse, l’epistolario è la radiografia di una superchiacchierata vicenda umana e letteraria, ovvero la storia di una vita esibitissima e impenetrabile a un tempo. L’universo privato di un uomo dalle mille sorprese e dai milionesimi misteri. Una véritable pochade, con sullo sfondo due “smilzi” libri: “Une saison en enfer” e “Les Illuminations”, poesia sublime, miracoloso diorama delle immagini, azione, suono che si fa forma, scrittura che decostruendolo inventa un altro mondo. E l’autore, Rimbaud, un posseduto da un altro di sé medesimo. E se vagheggiava d’essere altro – “Io è un altro” – gli era tuttavia impossibile, come ogni vivente, uscire da sé. La vita impone d’essere prigionieri del proprio corpo. L’arcana voce della naturale condizione umana dichiara perentoriamente: “Perché ti avventi inutilmente contro le sbarre della tua gabbia?”. Il corpo è una prigione dove la vita condanna il sé all’ergastolo. Anche per il “veggente” Rimbaud, per quanto cercasse di evadere, il proprio corpo era la sua cella. Eppure aveva tentato di “costruire un’altra immagine poliedrica”: quella di un disadattato geniale. Era Rimbe (come amorevolmente lo chiamava Verlaine) e azzardava buscar l’ignoto “mediante un ragionato sregolamento di tutti i sensi”. Già a sedici anni il pubere Arthur voleva sfuggire le convenzioni. Quali?

Salta fuori una lettera di Ernest Delahaye, un tipo di Charleville, un compagno di scuola di Rimbaud, che sosteneva essere al corrente d’ogni sua “impresa”. Insomma, dell’amico, pretendeva conoscere vita e miracoli.

La lettera di Delahaye inviata a Paul Verlaine è del 7 dicembre 1887. Allora i giochi per Rimbaud sembravano essere ormai fatti. Stava in Africa, imbucato all’Harar. Dopo le note mattane, aveva agguantato un fagotto e girate le spalle alla “stramba Europa”, era uscito dalla comune. Si era tolto di dosso la “polvere della civiltà”: “Mandavo al diavolo le palme dei martiri, gli splendori dell’arte, l’orgoglio degli inventori, l’ardore dei saccheggiatori; ritornavo all’Oriente e alla saggezza prima ed eterna… Conosciuto abbastanza. Le decisioni della vita… Oh Rumori e Visioni! Partenza in affetto e fragori nuovi!”. Per sé aveva scelto l’ignoto.

La combriccola dei tanti “rimasti a terra” – colleghi letterati, amici, disistimatori – vagheggiava di lui, sbandito in qualche parte del mondo. Era stato Verlaine a rivolgersi a Delahaye. L’ormai tristo e accasciato Paul, il poeta di “Fêtes galantes” e di “Sagesse”, l’“inventore” dei poètes maudists, il “convertito” a una fede contraddittoria, si occupava di stampare le poesie abbandonate inedite di Rimbaud, di cui non sapeva più nulla. Arcinota la storia tra i due: l’amorosa folgorazione a Parigi, l’erotico viluppo, la fuga in Belgio, a Londra, la storia dello sparacchiamento a Bruxelles, il tentativo di ritrovarsi a Stoccarda: “Verlaine è arrivato qui l’altro giorno, con un rosario tra le grinfie… tre ore dopo avevamo rinnegato il suo dio e fatto sanguinare le novantotto piaghe di Nostro Signore. E’ rimasto per due giorni e mezzo, molto ragionevole. Alle mie rimostranze se ne è tornato a Parigi”. Non si vedranno mai più. Fu in quei giorni che Rimbaud consegnò a Verlaine un suo manoscritto che le pauvre Lelian conservò religiosamente. Erano “Les Illuminations”. L’opera che Verlaine si accingeva a far pubblicare dall’editore Vanier e per la quale, volendo scrivere una “notizia” dell’autore, come non lo avesse conosciuto abbastanza, si era rivolto a Delahaye per avere più informazioni possibili su Rimbaud. Mai nota biografica fu più improbabile. Intanto perché compilata sulle spacconate con cui Arthur aveva imbottito la testa di un torpido supercredulone. E poi, per fare buon peso, giacché svanito per il mondo Rimbaud non avrebbe mai potuto negare strampalate rivelazioni, Delahaye ci mise del suo. Si può immaginare il galoppo d’una mente già gonfia di avventure che finalmente può aumentare la dose, liberamente. Senz’argine. Fantasticando.

Il compagno di scuola di Rimbaud, senza rendersene conto, diede corso alla leggenda. Inventò Arthur Rimbaud. Ernest Delahaye scrisse in uno stile telegrafico-dialettale. La prosa sincopata della lettera sembra frutto di scrittura automatica. “Ecco le poche rimembranze che posso fornire su Rimbe”. Delahaye comincia ceffando la data di nascita: 1855 invece di 1854. Ma questo è nulla. Racconta degli studi classici del pubere Arthur, della sua “precocità intellettuale” tale da sbalordire gli insegnanti. All’epoca era molto religioso. Professava una fede intollerante e fanatica. E in quarta classe, mentre il professore di grammatica di quello scolaro dallo spirito singolare faceva l’elogio al preside, se ne era uscito – Delahaye docet – con una frase che somigliava a una sinistra premonizione: “Il ragazzo farà tutto ciò che vorrà. E’ intelligente, ma finirà male”. Al corrente di quanto avvenuto dopo, per Delahaye era stato evidentemente facile “inventare” il vaticinio.

Il ragazzino spaventava il corpo insegnante con il suo talento. “In Retorica assai stupefacente – annotava l’antico compagno di studi – Preside e professori assolutamente entusiasti al suo riguardo. Parecchi primi premi al Concorso accademico. Tranne quello di matematica – Facilità inaudita nei versi latini. Possiede tutti i poeti moderni e contemporanei – Ateo con provocazioni – Il suo professore di retorica (Izambard) diventa suo amico e non è lui stesso senza un inizio di inquietudine. Nell’attesa gli fa fare delle cattive conoscenze: Bretagne e, tramite Bretagne, Verlaine. La violenza e la cattiveria reale di quest’ultimo lo seducono particolarmente… Dichiara alla madre che non continuerà gli studi. Vende i suoi premi, e va a Parigi pochi giorni dopo il 4 settembre – Urla contro il capo del governo: Abbasso Trochu! Tratta da vacca, da porco, spione, un sergente che gli muove qualche rilievo, e, per questo, sbattuto al Dépôt, poi 15 giorni nel carcere di Mazas, il che gli impedisce di crearsi le relazioni che era andato a cercare nella Ville lumière. Reclamato dalla madre – Ritorna a Charleville. Vende il suo orologio, e, con il ricavato, torna nuovamente a Parigi – Passa una settimana crepando di fame, dormendo nei battelli a carbone, mangiando i resti di insalata e legumi gettati dai fruttivendoli; il grand’uomo compra un’aringa e ne mangia un pezzetto al giorno… ritorna pedibus a Charleville, si lascia crescere i capelli fino a quando Verlaine gli scriverà di raggiungerlo a Parigi… Primo viaggio in Inghilterra. – Affare di Bruxelles. – Germania, dove inizia poliglottismo – Soggiorno di qualche mese a Stoccarda – poi vende la valigia, niente più soldi, valica il San Gottardo a piedi. Arriva infine a Milano, dove viene raccolto da una buona donna. Vuole raggiungere non so quale individuo che produce sapone in una delle Cicladi. Per questo vuole andare a piedi sino a Brindisi. Insolazione tra Siena e Livorno – Ospedale – Soggiorno a Marsiglia. Si arruola in una banda di carlisti e ritorna a Parigi con la paga. Da lì a Vienna, dove si ubriaca. Viene derubato – mendicità – rimpatriato a seguito di una rissa con la polizia. Ritorna a Charleville, fila in Belgio, dove trova un propagandista che lo porta con sé. Si arruola nel servizio olandese… Si imbarca, arriva a Sumatra – si annoia e diserta. – Erra un mese nell’isola, si imbarca su un veliero inglese e ritorna a Charleville… malgrado i 3 anni di prigione che ha meritato in Olanda, guadagna questo paese di cuccagna e diventa propagandista. Poiché conosce il tedesco, vagabonda e adesca non pochi sprovveduti prussiani, guadagna non pochi soldi e fila ad Amburgo, dove finisce di dissipare i suoi guadagni. Da lì a Copenaghen, dove vive come può, poi a Stoccolma, dove è bigliettaio al circo Loisset. Da lì Egitto, Alessandria, poi Cipro, dove è capocantiere per sei mesi. Ritorna a Roche malato, lo si vede per l’ultima volta, fine 1879. Da lì parte per lo Harar e niente più informazioni”.

La “scheda” di Delahaye è quanto di più inattendibile possa esservi. Ed è la fonte cui si rifaranno i posteri per ricostruire una ipotetica vita di Rimbaud. Da dove presero “ispirazione” tutta una bella risma di biografi a partire da Paterne Berrichon, malizioso mistificatore, fin agli scientificissimi visionari del tempo nostro. Sul contributo dell’antico compagno di classe, arruffato conglomerato da conciergerie, negli anni fu montata la panna. Squadroni di fantasiosi aggiunsero sovrappiù di imprese “rimbaldiane”. Fin a fargli traversare l’Atlantico, con sbarco all’isola di Sant’Elena. Costante il fatto che, comunque, in qualsiasi parte del mondo Rimbaud si trovasse, faceva a botte con la polizia e finiva in carcere dove trovava sempre un losco che se lo voleva fare. Un topos.

Tutta questa maionese impazzita di avvenimenti esaltanti e sfigati vissuti da Rimbaud, si torca quanto si voglia, vien fatta risalire alle cattive frequentazioni che corruppero il poetico virgulto. A cominciare dai tipastri evocati da Delahaye, specie Bretagne, l’“orrido” sbevazzone che l’imberbe Arthur frequentava, imbrancandosi con lui e fecendosene discepolo. Paul-Auguste Bretagne, detto Charles, impiegato delle imposte, fu l’iniziatore del figlio di madame Vitalie Cuif veuve Rimbaud all’esoterismo e alle carognate da osteria. Peggio. Bretagne, in sospetto di omosessualità.

Il “maestro” di Rimbaud era un fiammingo di mezza età, tarchiato e robusto, con un vocione gioviale e un riso ancor più sonoro che, erompendo dall’ampio torace simile a un vulcano in eruzione, condiva ogni sua osservazione, anche la più innocente, d’un sottotraccia piccante e pornografico. Violinista dilettante, abilissimo nel gioco degli scacchi. Sguazzava nell’occultismo e nella magia. Assaporava la vita: il vino, le donne, la sua pipa e la letteratura. Formava un contrasto stridente con gli altri bourgeois cittadini di Charleville, e specialmente con i suoi colleghi fonctionnaires, che la domenica si adunavano in piazza ad ascoltare la banda. E che Rimbaud, nella sua poesia “A la Musique”, aveva messo in ridicolo. Charles era noto e deprecato per le opinioni blasfeme e per essere un feroce mangeur de cures. Ma fu una delle poche persone che, al tempo degli scompigli giovanili e degli ormoni in subbuglio, incoraggiarono Rimbaud con intelligenza, non limitandosi a stimolarlo sulla strada dei vizi. Probabilmente il primo a leggere i suoi versi. Secondo Charles, la vita del corpo era importante, ma la soddisfazione dei sensi non andava presa come prova di disprezzo per la vita dello spirito. Trattava Rimbaud da eguale. Godeva della sua compagnia, si esaltava ai suoi cinismi, alla sua sfacciata ironia. Vissuto nel Medioevo, Bretagne avrebbe potuto essere un alchimista e, con tutta probabilità, sarebbe finito sul rogo come stregone. Credeva nella telepatia. Fu lui a destare l’interesse di Rimbaud per i misteri degli altri mondi. Con Charles, l’imberbe Arthur era sempre certo d’un bicchierino e d’una buona dose di tabacco per la pipa. Sedevano per ore al Café de l’Univers a bere birra e a fare grasse risate, scherzi osceni. Bretagne già conosceva Verlaine. Era stato Bretagne a indirizzare Rimbaud affinché inviasse i propri versi al poeta parigino che avrebbe potuto dargli un sicuro giudizio. Introdurlo forse nel mondo dei letterati, insomma tirarlo via dalla grigia provincia delle Ardenne. Esortandolo ad andarsene dal bieco luogo provinciale dove la sorte lo aveva fatto nascere. E sarà Bretagne a proteggere l’intesa amorosa tra Rimbaud e Verlaine. A prestarsi perché le lettere “segrete” di Verlaine arrivassero a Rimbaud, chez Charles Bretagne, Avenue de Mézières, Charleville, eludendo l’indirizzo della farme dominata dalla madre, madame Marie Catherine Vitalie Cuif, vedova Rimbaud. Quanti conobbero questa donna, Delahaye per primo, la descrissero come una perfida matrigna senza alcun sentimento; una castratrice rivestita di intollerante bigottismo. Si disse che sul letto di morte rifiutasse di vedere i nipoti, figli di suo figlio Frédéric (il quasi sconosciuto fratello di Arthur), a causa di una vecchia lite. Ed era stata lei, militaresco controllore del figlio, che già ne meditava di cotte e di crude, nel 1870 – Rimbaud aveva quindici anni – a scrivere preoccupata all’insegnante professor Izambard perché aveva prestato al proprio “scolaro” “I miserabili” di Victor Hugo, “una lettura non certo adatta ai giovani”. Mentre Bretagne, il “Venerato Prete”, parlava e passabilmente gli faceva conoscere testi esoterici e di magia: “L’Alchimie et les Alchimistes: Essai historique et critique sur la philosophie hermétique” o l’allora classico “La clef des grands mystères” di Eliphas Lévi. Libri che esaltavano la mente galoppante di Rimbaud. Arthur adorava Bretagne. Madame Rimbaud arrivò a minacciare il gran Charles. Voleva denunciarlo per corruzione di minorenne. Delahaye, testimone delle sceneggiate, non a caso giudicava Bretagne una “cattiva compagnia”. Non era ammesso al gioco e alle intese tra Charles e Arthur. Era soltanto uno spettatore che guatava. Annotava nella mente le gesta dell’amico Arthur, il quale già sentendosi un ganzo, ammesso alle segrete cose, ogni volta che rientrava a Charleville e incontrava Delahaye, come si suol dire, gli bagnava zuppe con le più improbabili avventure che aveva vissuto. Arthur Rimbaud, un celeste ballista. Quello ascoltava rapito con la bocca a uovo di piccione. E Rimbaud, evidentemente divertendosi, aumentava la dose. Scrivendogli. Anche quand’era arrivato a Parigi per leggere il suo “Bataeu ivre” allo schizzinoso areopago dei Parnassiani, stracciandoli tutti con i suoi versi. La certezza della propria grandezza lo aveva reso ribaldo. Delizie alchemiche dell’absomphe. Coniugava l’alchimia dei suoi versi con l’assenzio. E quale miglior destinatario con cui spacconare se non Delahaye che, relegato a Charleville, riceveva posta dall’invidiato Arthur? “Ho una sete da farmi temere la cancrena: i fiumi arduani e belgi, le grotte, ecco ciò che rimpiango. Qui c’è comunque una mescita che mi piace. Viva l’Accademia dell’absomphe, nonostante la cattiva volontà dei camerieri. E’ il più delicato e il più tremulo dei vestiti l’ubriachezza, grazie a questa salvia dei ghiacciai, l’absomphe! Per poi stendersi nella merda!”.

di Giuseppe Mercenaro

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