Una volta c’era il costume comune, ora serve una ragione che si fa più grande nel dialogo con la fede

Quanto Benedetto XVI disse al Collège des Bernardins di Parigi è il “completamento del discorso di Ratisbona” risalente a due anni prima, sottolinea il cardinale Camillo Ruini, che con il Foglio rilegge le parole pronunciate da Joseph Ratzinger il 12 settembre 2008 davanti al mondo della cultura francese.
Eminenza, cosa può fare l’uomo per evitare che il secolarismo si trasformi in una religione o in una caricatura della religione, rischio sul quale mise in guardia il Pontefice oggi emerito?
“L’uomo deve prendere coscienza dell’apertura della ragione e della libertà. Ma in ultima istanza l’aprirsi a Dio – e questo è specifico del discorso al Collège des Bernardins – rimane irreale se Dio stesso non prende l’iniziativa di farsi conoscere.

Una volta c’era il costume comune, ora serve una ragione che si fa più grande nel dialogo con la fede

Quanto Benedetto XVI disse al Collège des Bernardins di Parigi è il “completamento del discorso di Ratisbona” risalente a due anni prima, sottolinea il cardinale Camillo Ruini, che con il Foglio rilegge le parole pronunciate da Joseph Ratzinger il 12 settembre 2008 davanti al mondo della cultura francese.
Eminenza, cosa può fare l’uomo per evitare che il secolarismo si trasformi in una religione o in una caricatura della religione, rischio sul quale mise in guardia il Pontefice oggi emerito?
“L’uomo deve prendere coscienza dell’apertura della ragione e della libertà. Ma in ultima istanza l’aprirsi a Dio – e questo è specifico del discorso al Collège des Bernardins – rimane irreale se Dio stesso non prende l’iniziativa di farsi conoscere. Un Dio soltanto pensato e cercato da noi rischia infatti di essere un Dio costruito e inventato da noi, un Dio a misura di uomo, non il vero Dio. Dice Ratzinger, ‘se egli non si mostra, noi comunque non giungiamo fino a lui’. E’ un’affermazione molto forte. E questo implica un’apertura intrinseca dell’uomo non solo alla domanda illimitata, ma alla rivelazione di Dio. Tutto ciò rientra in una prospettiva più ampia, che Ratzinger ha sottolineato fin dalla sua ‘Introduzione al Cristianesimo’: quella del primato del ricevere. Prima del nostro fare, compreso il nostro sforzo razionale per elevarci a Dio, sta il nostro ricevere: ricevere, accogliere in sé Dio che si manifesta a noi, in concreto il suo autorivelarsi in Gesù Cristo. Naturalmente, il ricevere è la premessa, non il limite. Sulla base di questa ricezione fondamentale abbiamo infatti il compito di creare cultura, oggi come nel passato. Limitarsi a ripetere le pur grandi risposte del passato è certamente inadeguato e insufficiente. Ma dobbiamo creare sempre sulla base dell’accogliere il dono di Dio. Come si vede, il discorso al Collège des Bernardins completa quello di Ratisbona”.

E’ davvero ancora così assillante il quaerere Deum, la domanda circa Dio?
“Come domanda esplicita e consapevole oggi non è certo universale né assillante, e forse non lo è mai stata. Ci sono persone che la vivono intensamente, ma non tutti. L’apertura illimitata del nostro spirito implica però che ci possiamo interrogare sul tutto, sull’origine e il destino di tutta la realtà. E questa è implicitamente la domanda su Dio. Cercare Dio, spesso senza rendercene conto, è quindi davvero inevitabile. L’uomo è la creatura fatta per Dio, in modo speciale, unico. Anche se non lo riconosciamo, questo viene fuori ugualmente, magari in forme paradossali o patologiche, come oggi vediamo spesso, ad esempio nella divinizzazione del successo, o del sesso, oppure nel ricorso ai maghi o ad altri personaggi assai poco credibili. Si tratta dunque di un problema serio: escludere Dio dall’orizzonte della cultura comporta per l’uomo degli effetti dannosi e controproducenti”.

Esistono concretamente i presupposti per raggiungere un’intesa tra la ragione illuminata e la fede? E’ possibile avere una laicità positiva, aperta al significato e al senso pubblico del sacro?
“E’ possibile e direi anche necessario. La laicità aperta o positiva ha fatto il suo ingresso nel dibattito pubblico in seguito all’emergere della questione antropologica. Prima, la questione della laicità poteva limitarsi a essere una questione di competenze diverse tra lo stato e la chiesa. Oggi questa distinzione a seconda delle competenze va sì mantenuta, ma c’è un punto fondamentale a motivo del quale la ragione pubblica non può non tener conto della fede: questa ragione affronta oggi problemi che riguardano le domande etiche e antropologiche fondamentali (chi è l’uomo, le questioni della nascita e della morte, il rapporto uomo-donna), per le quali in precedenza valeva il costume comune, una tradizione millenaria che nessuno metteva in discussione. Oggi, quando si rimette in discussione tutto questo, non si può pretendere che le religioni rimangano indifferenti. Al contrario, c’è bisogno di un confronto con le grandi tradizioni religiose. Delle questioni che toccano l’uomo nel profondo la ragione secolare non può infatti pretendere di avere il monopolio. Lei mi chiedeva inoltre se esistono i presupposti per un’intesa tra la ragione illuminata e la fede. Benedetto XVI risponde che questi presupposti consistono in quella universalità che la ragione e la fede, ciascuna a suo modo, rivendicano entrambe”.

Uno dei passaggi che molti lessero come la riaffermazione di quanto già detto a Ratisbona, riguarda l’interpretazione della Scrittura come antidoto al fondamentalismo. E’ un punto del discorso che merita di essere rilevato?
“E’ una sottolineatura molto rilevante, anche per il rapporto con l’islam. L’interpretazione della Scrittura, come di ogni testo che leggiamo, è qualcosa di inevitabile. La si fa anche quando a parole la si esclude: nessuno infatti può leggere un testo se non con i propri occhi e la propria cultura. Lo diceva già la Scolastica medievale: tutto ciò che è ricevuto, viene ricevuto secondo le modalità di colui che lo riceve. Questo è il problema dell’islam, o almeno di gran parte dell’islam, da quando, molti secoli fa, l’islam ha ritenuto che il Corano non dovesse essere interpretato. Per il cristianesimo, invece, l’interpretazione della Scrittura è sempre stata fondamentale: così la fede può vivere nella storia, accogliere ed elaborare consapevolmente la sua essenziale dimensione storica. La fede è infatti dono di Dio ma è anche un atto umano, una realtà che fa parte di noi. A mio parere, oggi questa è la sfida più profonda che attende l’islam. Anche a noi cattolici, del resto, questa sfida negli ultimi secoli è costata cara, e non è del tutto risolta: pensiamo solo alla crisi modernista”.

Notevole appare poi il richiamo al monachesimo fatto in quella Parigi che ora appare uno dei grandi avamposti dell’avanzata secolarista. Non trova?

“Questo richiamo mostra le radici storiche della nostra cultura. Radici in cui il quaerere Deum ha avuto un ruolo essenziale e decisivo. Sono molto interessanti i richiami sia allo studio del testo sia al ‘labora’ monastico. Entrambi meritano anche oggi di essere messi in evidenza”.
 

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