Renzi e i sabotatori del Pd

L’opposizione alla riforma del Senato, soprattutto interna al Partito democratico ma con agganci anche in Forza Italia, sembra possa porsi ragionevolmente l’obiettivo di ritardare l’approvazione in prima lettura (delle quattro indispensabili) della riforma per farla slittare a dopo le elezioni europee. Se si può capire l’interesse che i pasdaran di Forza Italia possono avere, o credere di avere, a impedire a Matteo Renzi di poter esibire segni tangibili di avanzamento del processo riformatore prima del voto, è più complesso il ragionamento che probabilmente è alla base del sabotaggio portato avanti dai senatori bersaniani o simili.

Renzi e i sabotatori del Pd

L’opposizione alla riforma del Senato, soprattutto interna al Partito democratico ma con agganci anche in Forza Italia, sembra possa porsi ragionevolmente l’obiettivo di ritardare l’approvazione in prima lettura (delle quattro indispensabili) della riforma per farla slittare a dopo le elezioni europee. Se si può capire l’interesse che i pasdaran di Forza Italia possono avere, o credere di avere, a impedire a Matteo Renzi di poter esibire segni tangibili di avanzamento del processo riformatore prima del voto, è più complesso il ragionamento che probabilmente è alla base del sabotaggio portato avanti dai senatori bersaniani o simili. Naturalmente qualcuno è sinceramente sconcertato dalla contraddittorietà di alcune delle norme previste e soprattutto dall’inutilità del nuovo Senato (che come abbiamo già osservato sarebbe meglio abolire del tutto). La maggior parte dei senatori ribelli, però, ha un obiettivo meno nobile: intende indebolire Renzi per poter poi richiedere, magari in seguito a un esito non entusiasmante delle europee, che abbandoni la segreteria del partito. Si tratta di un gioco nel quale forse interviene anche una sorta di riflesso condizionato tipico di una formazione politica che da quando esiste ha esercitato una pervicace e costante cannibalizzazione dei suoi leader.

Questa volta, però, l’esito della manovra potrebbe essere l’opposto di quello progettato. Se Renzi, dopo aver ottenuto un risultato accettabile alle europee, come sembra a dar retta ai sondaggi, aprisse una campagna nei confronti dei sabotatori interni, per sostenere che per realizzare un programma di riforme bisogna bonificare i gruppi parlamentari scelti dal suo predecessore in una fase politica diversa, metterebbe l’opposizione interna con le spalle al muro. Dopo aver approvato la nuova legge elettorale per la Camera, potrebbe chiedere a Giorgio Napolitano di sciogliere le assemblee parlamentari, incapaci di approvare le riforme, il che potrebbe convincere l’anziano presidente a superare le sue note remore verso le elezioni anticipate. Trasformare una difficoltà, come quella rappresentata dall’indisciplina serpeggiante nei gruppi parlamentari democratici, nell’opportunità di un rilancio, di un altro passaggio nella “presa del potere” all’interno del Pd, è un’attitudine che si attaglia bene al carattere del premier segretario, che per questo sembra mostrare, sessant’anni dopo, una specie di piglio fanfaniano. L’idea accarezzata dai bersaniani di un Renzi che, preso atto dell’impraticabilità del suo piano di riforme, accetti di restare al governo per l’ordinaria amministrazione, mentre gli altri si disputano la nomina di un nuovo segretario destinato a sostituirlo come candidato premier, invece, sembra un’illusione tanto velleitaria quanto poco fondata.

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