Occidente lento

Toronto. Un’emissione di titoli del debito pubblico non fa primavera, nemmeno se a tornare sul mercato dei capitali dopo quattro anni è la Grecia, il paese da cui la crisi europea dei debiti sovrani è cominciata. Non c’è da essere troppo ottimisti per il Vecchio continente, perché la strategia dettata da Berlino e Bruxelles rimane fondamentalmente errata. E’ questo il mood prevalente in un ampio settore dell’establishment nordamericano – perlopiù di tendenza liberal, ma non solo – riunito in queste ore a Toronto, in Canada, per una conferenza organizzata dall’Institute for New Economic Thinking (Inet), il think tank fondato dal finanziere George Soros, e dal Center for International Governance Innovation (Cigi), pensatoio canadese voluto da Jim Balsillie, fondatore del colosso BlackBerry.

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Occidente lento

Toronto. Un’emissione di titoli del debito pubblico non fa primavera, nemmeno se a tornare sul mercato dei capitali dopo quattro anni è la Grecia, il paese da cui la crisi europea dei debiti sovrani è cominciata. Non c’è da essere troppo ottimisti per il Vecchio continente, perché la strategia dettata da Berlino e Bruxelles rimane fondamentalmente errata. E’ questo il mood prevalente in un ampio settore dell’establishment nordamericano – perlopiù di tendenza liberal, ma non solo – riunito in queste ore a Toronto, in Canada, per una conferenza organizzata dall’Institute for New Economic Thinking (Inet), il think tank fondato dal finanziere George Soros, e dal Center for International Governance Innovation (Cigi), pensatoio canadese voluto da Jim Balsillie, fondatore del colosso BlackBerry. Soros e Balsillie si conobbero cinque anni fa, ha ricordato ieri il presidente di Inet, Robert Johnson, e subito si convinsero di dover lavorare assieme, accomunati dall’idea che dietro la crisi ci fosse anche il fallimento delle teorie economiche contemporanee. Cosa pensano adesso il guru della finanza e il campione del business tecnologico del fatto che Atene, sottoposta per anni a robuste dosi di ortodossia economica – tra riforme strutturali e tagli alla spesa pubblica – sta tornando a finanziarsi sui mercati? Il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, ha detto di “non sopportare più” il dibattito tra i fan dell’austerity e quelli dello stimolo fiscale. Sottinteso: la ricetta tedesca del rigore ha già vinto.

Joseph Stiglitz, Nobel per l’Economia e tra i dirigenti di Inet, rispondendo ieri al Foglio, ha detto: “Festeggiare il ritorno di Atene sui mercati è criminale”. Da una parte perché “l’asta di titoli non dice nulla sull’occupazione e sul reddito in calo dei cittadini greci”, dall’altra perché “questo modo di descrivere la realtà del dibattito economico dimostra lo scarso interesse tedesco a mettere in discussione alcuni assunti teorici fallaci”. L’Eurozona, mancando di elementi di “vero federalismo” nella politica fiscale e nella supervisione finanziaria, rimane “instabile”, sostiene Stiglitz. “I nuovi governi francese e italiano sfideranno il sistema e le regole attuali, ma non sono troppo speranzoso sulle loro possibilità di riuscire”, aggiunge il premio Nobel. 

Anche perché il problema non è solo europeo: esiste infatti in tutto il mondo industrializzato un rischio di “stagnazione secolare”, ha ribadito Larry Summers, già segretario al Tesoro americano ai tempi di Bill Clinton e poi capo dei consiglieri economici del presidente Barack Obama, inaugurando due sere fa il seminario di Cigi e Inet. La tesi di Summers è che dopo la crisi iniziata nel 2008, gli Stati Uniti e il mondo occidentale – pur uscendo dalla recessione – potrebbero non tornare mai più ai livelli di crescita e di occupazione dell’èra pre-Lehman Brothers. Ora se ne è convinto anche il Fondo monetario internazionale, esulta Summers. Gli investimenti privati non decollano, infatti, anche se i tassi d’interesse sono bassi come non accadeva da decenni.

Una via d’uscita naturale da questa situazione ci sarebbe: se il costo dell’indebitamento pubblico è così basso, allora gli stati prendano a prestito ora e rafforzino le basi della crescita futura a suon di investimenti. “Ogni dollaro che non spendiamo oggi per l’ammodernamento delle infrastrutture diventerà un problema per il paese dei miei figli – ha detto Summers a Toronto – In futuro, infatti, gli Stati Uniti dovranno indebitarsi a costi maggiori di quelli attuali per pagare gli stessi interventi”. Un ragionamento che ancora una volta è esattamente agli antipodi di quello predominante in Europa, dove alle future generazioni – ripete la cancelliera tedesca Merkel – non bisogna lasciare nemmeno un euro in più di debito pubblico, anzi. Ma una crescita stentata – ragionano gli economisti riuniti in queste ore a Toronto – renderà presto insostenibile il debito pubblico dei paesi avanzati, già oggi pari in media al 105 per cento del pil.

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