La repubblica di Assad

Nel luglio 2012 andai in Siria perché stava scoppiando la battaglia di Aleppo, la città più grande del paese. I soldati di Assad si stavano ritirando dal confine settentrionale, varcarlo era più facile di prima – in quella zona si poteva ormai fare senza un timbro del governo sul passaporto – e giornalisti da tutti i paesi stavano entrando dalla Turchia. Sull’aereo tra Istanbul e Antiochia incontrai Lorenzo Cremonesi, del Corriere. C’eravamo tutti, tranne quelli di Repubblica. Una giornalista di quel quotidiano, Alix Van Buren, proprio in quei giorni stava chiedendo un’intervista al presidente siriano Bashar el Assad attraverso alcuni contatti nello staff presidenziale di Damasco e non voleva che i reportage dal fronte su a nord interferissero con la richiesta fatta al governo siriano.

La repubblica di Assad

Nel luglio 2012 andai in Siria perché stava scoppiando la battaglia di Aleppo, la città più grande del paese. I soldati di Assad si stavano ritirando dal confine settentrionale, varcarlo era più facile di prima – in quella zona si poteva ormai fare senza un timbro del governo sul passaporto – e giornalisti da tutti i paesi stavano entrando dalla Turchia. Sull’aereo tra Istanbul e Antiochia incontrai Lorenzo Cremonesi, del Corriere. C’eravamo tutti, tranne quelli di Repubblica. Una giornalista di quel quotidiano, Alix Van Buren, proprio in quei giorni stava chiedendo un’intervista al presidente siriano Bashar el Assad attraverso alcuni contatti nello staff presidenziale di Damasco e non voleva che i reportage dal fronte su a nord interferissero con la richiesta fatta al governo siriano. Questa storia mi fu raccontata in quell’angiporto di fonti e contatti che è il confine turco-siriano. Ricordo che mi colpì e di avere pensato che queste cose i giornali di solito le fanno con gli inserzionisti pubblicitari. Usano un occhio di riguardo, commettono qualche peccatuccio di omissione. Da quando il partito Baath di Damasco, che tortura i dissidenti e usa i carri armati contro le manifestazioni, è diventato inserzionista di Repubblica, voce del progressismo democratico italiano?

La risposta è in alcune mail rubate dal gruppo hacker Anonymous nel febbraio 2012 al regime siriano. Sono lettere scambiate tra Alix Van Buren, che lavora nella redazione Esteri di Repubblica, e Boutheina Shaaban, potentissima consigliera per la comunicazione di Assad. Risalgono al 2010 e il tono è amoroso. Sono già edite, ma vale la pena riportare un esempio integrale:

“Mia adorata Boutheina, quanto mi manchi!!!! Grazie mille per tutto, compresi i bellissimi regali (il profumo di Valentino è buonissimo, odora di rose di Damasco, e il portagioielli è meraviglioso). Grazie ancora per averci consentito di produrre una delle migliori interviste (che squadra, tu e io!). Hai notato che Charlie Rose ha copiato da capo a piedi la nostra intervista, compresa la domanda su Hariri! Non male vista la sua reputazione di essere uno dei migliori intervistatori americani… In ogni caso la nostra intervista era molto più chiara nel trasmettere i pensieri del presidente, almeno questo è il messaggio che ricevo dai commentatori politici di molte parti del mondo. Vedi? Tu e io ce l’abbiamo fatta ancora una volta. Spero ci si veda presto, quest’estate. Mi darebbe un’altra occasione di abbracciarti, ringraziarti e bearmi dalla gioia per la tua presenza. Tutto il mio affetto ai tuoi bellissimi figli, è stato un grande piacere vederli. Grazie anche per avermi fatto aiutare da Raghad e Mazen, sono stati di grande aiuto. Mazen è stato fondamentale per consentirmi di portare tutte quelle magnifiche rose e i gelsomini che già mi danno un gran conforto qui a casa. Non ti stancare. Ricordati di spegnere il cellulare ogni tanto. Mi ha reso molto felice vederti in perfetta forma. Ti voglio tanto tanto bene, anzi di più. Ci vediamo preso, Inshallah e grazie ancora.
Alix”

“Che squadra tu e io!”, dice la giornalista esteri di Rep. alla dirigente della comunicazione di Assad. E’ vero. Nei tre anni di guerra in Siria la redazione esteri di Rep. si comporta con discrezione come avvocato d’ufficio della presidenza Assad. Per esempio: il giorno dopo la strage con il gas sarin alla periferia di Damasco che uccise 1.400 persone, il 22 agosto, Alix Van Buren firma un’intervista immediata a un giornalista inglese, Gwyn Winfield, che accusa i ribelli di essere i veri responsabili della strage (l’esperto dubita anche che si tratti di gas sarin: cosa che invece fu poi confermata dal rapporto degli ispettori delle Nazioni Unite che andarono a prelevare campioni sul posto). Un altro esempio: quando a dicembre 2013 i media del governo siriano e quelli russi – vicini ad Assad – danno grande risalto a un presunto massacro perpetrato da ribelli jihadisti nella città di Adra, Repubblica non si sottrae alla chiamata: “Sul fronte opposto, due gruppi jihadisti ad Adra, un sobborgo di Damasco, hanno ucciso almeno 120 persone, per lo più accoltellate o arse nelle case e nei forni del pane, in gran parte impiegati statali sunniti; e decapitato 39 alauiti, le teste esposte al mercato” (Van Buren, 17 dicembre 2013). In realtà si scopre che tutte le fotografie presentate come relative al massacro sono false, legate ad altri fatti, e che le migliaia di civili scappati dai combattimenti di Adra non confermano il racconto, che invece per i lettori di Repubblica rimane come un fatto storicamente accertato.
“Che squadra tu e io!”. Ora che si capisce il contesto, si capisce anche perché Repubblica non poteva non pubblicare gli ultimi due presunti “scoop” del settantasettenne giornalista Seymour Hersh, che tentano di assolvere Assad dalla responsabilità della strage con armi chimiche (e sono stati cortesemente rifiutati dai media americani che prima lo pubblicavano, perché non hanno retto alla prova del fact-checking). Figurarsi. Aspetta da agosto. L’ultima “inchiesta” è arrivata mercoledì in prima pagina e una firma di punta del giornale, Barbara Spinelli, ieri l’ha definita “accuratissima”.

Veniamo meglio questo presunto scoop di Hersh. Il giornalista è sempre presentato assieme al suo status di “premio Pulitzer” – lo vinse quarantaquattro anni fa per lo scoop sulla strage di My Lay, in Vietnam. In meno ricordano che è l’autore suo malgrado della più lunga ritrattazione mai scritta su un giornale, tremila parole, quando nel 1981 dovette scusarsi pubblicamente in prima pagina con l’ambasciatore americano in Cile, da lui accusato di essere coinvolto personalmente nel golpe contro Salvador Allende. Su altre singole cantonate prese in seguito da Hersh dopo quello scoop che risale all’anno dello sbarco sulla Luna si potrebbero scrivere altri articoli.

Hersh nella sua “accuratissima inchiesta” pubblicata sulla London Review of Books accusa il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, di avere dato a un gruppo terrorista siriano – Jabhat al Nusra – il gas nervino perché facesse una strage e provocasse così l’intervento armato dell’Amministrazione Obama contro Assad. L’Amministrazione americana è a perfetta conoscenza di tutto questo, secondo Hersh, ma copre Erdogan. Nota: Barbara Spinelli nel suo editoriale di ieri fa dire a Hersh quello che lui non ha detto, ovvero che le armi chimiche venivano dagli arsenali di Gheddafi in Libia e che il trasferimento in Siria avvenne “con l’assidua assistenza americana e dei servizi britannici”. Hersh non lo dice. Barbara Spinelli lo aggiunge. Lost in translation.

“Accuratissima inchiesta”? No - L’inchiesta di Hersh è stata accolta da una mole colossale di critiche fattuali. Ecco un sommario. Da quello che scrive, Hersh è completamente all’oscuro di come è avvenuto il bombardamento con il gas nervino contro i civili il 21 agosto. Dice che sono stati usati “dei razzi fatti in casa che l’esercito del governo siriano non ha”. E’ vero l’opposto: si tratta di razzi da 122 millimetri prodotti industrialmente in almeno tre formati e in dotazione all’esercito siriano, che ne vanta da tempo il possesso in alcuni video che ha messo su internet e di cui Hersh nella sua “indagine” dimostra incredibilmente di ignorare l’esistenza.

Dopo l’ultimo pezzo, per difendersi dalle critiche, Hersh ha citato uno studio fatto da due professori del Mit – Lloyd e Postol – che vorrebbe dimostrare che i razzi non possono essere stati lanciati da zone in mano al regime, perché la loro gittata è troppo corta, attorno ai due chilometri. Ma la premessa dello studio si è già rivelata erronea: il regime era presente in zone vicine almeno due chilometri al punto d’impatto dei razzi che contenevano il gas nervino, e ci sono video di media simpatizzanti con il governo siriano che lo dimostrano (a posteriori, molto materiale video di quei giorni s’è rivelato importante).

Hersh lascia cadere due rivelazioni spettacolari della prima puntata della sua indagine pubblicata a dicembre – che l’Amministrazione Obama era completamente all’oscuro e che un sistema segreto di sensori piazzato dagli americani in Siria non ha rilevato attività prima della strage.

Hersh scrive che esiste un rapporto della Defense Intelligence Agency che descrive la capacità del gruppo terrorista siriano Jabhat al Nusra di produrre gas nervino. L’agenzia americana ha risposto che il rapporto non esiste (nella misteriosa versione letta da Spinelli gli americani hanno partecipato a “incanalare le armi chimiche” verso un gruppo legato ad al Qaida che hanno messo sulla lista dei terroristi internazionali nel dicembre 2012). Il rapporto citato dal giornalista è simile a quello citato a settembre 2013 da F. Michael Maloof, ex impiegato del Pentagono, ultrà del presidente George W. Bush, a cui nel 2003 è stato tolto l’accesso ai segreti d’intelligence dopo una operazione con armi finita male in Africa. In molti sospettano che “l’ex funzionario del Pentagono” citato come fonte da Hersh sia proprio Maloof. Chissà se Repubblica è consapevole di accusare il presidente Obama di una strage con armi chimiche basandosi su una fonte anonima che potrebbe essere un funzionario degradato e rancoroso dei tempi di Bush.

Hersh scrive che dieci membri del gruppo Jabhat al Nusra sono stati arrestati per ché trovati in possesso di due chilogrammi di sarin. In realtà le autorità turche hanno detto che si trattava di antigelo – che può dare un falso positivo alle analisi. Nove degli arrestati sono stati rilasciati (fonte: i giornali turchi, non lo trovate nell’inchiesta di Hersh). Per una strage come quella di Damasco, in molti posti simultaneamente, serve una quantità di sarin superiore alla mezza tonnellata – è una stima – e la quantità di precursori necessaria è dieci volte tanto – i precursori sono gli ingredienti che messi assieme creano il gas sarin.

Hersh scrive che l’Amministrazione Obama è stata avvisata dell’inganno “ordito dai turchi” dal laboratorio inglese della Difesa di Porton Down, nel Wiltshire. Gli inglesi avrebbero ricevuto un campione di gas sarin dall’intelligence russa e avrebbero scoperto che non era il sarin in dotazione al governo siriano e avrebbero avvisato Obama, che stava per attaccare la Siria. Tom Coghlan, giornalista del Times di Londra, ha contattato sue fonti a Porton Down: dal laboratorio negano di avere mai avuto dubbi su quel gas, non è “kitchen made”, fatto in cucina, come dice Hersh. Anche il rapporto indipendente delle Nazioni Unite dice l’opposto dello “scoop” di Hersh: il gas è lo stesso dei depositi di Assad.

Hersh scrive che la prova principale – il campione di gas sarin – arriva dall’intelligence russa. Quindi dalla stessa parte che sponsorizza e collabora attivamente con Assad, a volte con effetti comici: dopo la strage chimica il ministero degli Esteri russo disse che i video su YouTube dei cadaveri di civili gassati a Damasco erano finti perché l’orario non era quello giusto, dimenticando che l’orario su YouTube è quello della costa ovest degli Stati Uniti. Come si fa ad affidare un’accusa così pesante contro la Turchia e contro l’America a una garanzia così debole? Repubblica ci ha scommesso sopra, lanciando in prima pagina la traduzione di Hersh titolata: “Siria, tutti i segreti della guerra chimica”. A Damasco saranno contenti.


 

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