Occupazioni e sgomberi

Putin vuole replicare lo “script della Crimea” giocando sull’Ue divisa

Una replica dell’annessione della Crimea oppure la sceneggiatura al rovescio della rivoluzione del Maidan a Kiev? Qualunque sia la scelta di Vladimir Putin per l’est dell’Ucraina, dove forze pro Russia hanno proclamato la “Repubblica nazionale di Donbass” e indetto un referendum secessionista per l’11 di maggio, il presidente russo prosegue la sua strategia per disintegrare la transizione dell’Ucraina, consapevole che l’occidente è un fronte meno unito di quanto voglia lasciare intendere. Il segretario di stato americano, John Kerry, ha usato parole dure martedì, durante un’audizione alla commissione Esteri del Senato.

Putin vuole replicare lo “script della Crimea” giocando sull’Ue divisa

Una replica dell’annessione della Crimea oppure la sceneggiatura al rovescio della rivoluzione del Maidan a Kiev? Qualunque sia la scelta di Vladimir Putin per l’est dell’Ucraina, dove forze pro Russia hanno proclamato la “Repubblica nazionale di Donbass” e indetto un referendum secessionista per l’11 di maggio, il presidente russo prosegue la sua strategia per disintegrare la transizione dell’Ucraina, consapevole che l’occidente è un fronte meno unito di quanto voglia lasciare intendere. Il segretario di stato americano, John Kerry, ha usato parole dure martedì, durante un’audizione alla commissione Esteri del Senato. “Tutto ciò che abbiamo visto nelle ultime 48 ore da parte di provocatori e agenti russi che operano nell’est dell’Ucraina ci dice che sono stati inviati per creare il caos” e avere “un pretesto deliberato per un intervento militare esattamente come quello in Crimea”, ha detto Kerry. “Gli Stati Uniti e i nostri alleati non esiteranno a usare gli strumenti del XXI secolo per rispondere al comportamento da XIX secolo della Russia”.

Kerry ha preannunciato “nuove sanzioni dure contro quelli che stanno orchestrando queste azioni e su settori chiave dell’economia russa. L’energia, il settore bancario, i minerali: sono tutti in discussione”. Ma l’Unione europea, causa divisioni tra i suoi stati membri, appare meno propensa alla guerra delle sanzioni. La Commissione sta lavorando a una serie di misure per colpire i settori strategici dell’economia russa e aggiornare la lista di personalità cui vietare l’ingresso e congelare gli asset patrimoniali. Ma “alcuni paesi sono reticenti, perché pensano che possa essere controproducente e temono le rappresaglie di Mosca”, spiega al Foglio una fonte europea. Germania e Italia sono i più cauti. Il ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, ha detto che l’Ue ha commesso un errore costringendo l’Ucraina a scegliere tra l’integrazione transatlantica e l’Unione euroasiatica di Putin. Federica Mogherini, ministro degli Esteri italiano, ha chiesto alla “comunità internazionale e al governo di Kiev di evitare qualsiasi azione o reazione che alimenti la tensione”.

Agli europei è bastata una settimana di calma relativa per dimenticare l’“illegalità” in Crimea e le promesse di sanzioni in caso di ulteriore aggressioni da parte di Putin. L’occupazione dei palazzi pubblici e gli uomini incappucciati a Donetsk, Kharkiv e Luhansk, la proclamazione della Repubblica di Donbass e il referendum dell’11 maggio appaiono come una replica di quanto accaduto nella penisola sul mar Nero. I sassi e i sacchi di sabbia utilizzati per bloccare gli accessi ai palazzi occupati a Luhansk, invece, ricordano le barricate per proteggere piazza Maidan a Kiev prima della destituzione dell’ex presidente Viktor Yanukovich. I media russi parlano di “massiccio sostegno popolare” per le rivendicazioni indipendentiste. Ma è un mito costruito ad arte: in realtà, raramente i manifestanti superano le mille unità, cioè lo 0,1 per cento della popolazione di Donetsk. Un sondaggio dice che solo il 18 per cento della popolazione locale vuole unirsi alla Russia, il 15 preferirebbe una federalizzazione del paese, mentre il 65 per cento chiede di restare con l’Ucraina. Il governo di Kiev ha risposto con operazioni di sgombero mirate e negoziati. “Una soluzione a questa crisi sarà trovata entro le prossime 48 ore”, ha detto il ministro dell’Interno Arsen Avakov. “Per quelli che vogliono il dialogo, proponiamo una soluzione politica. La minoranza che vuole un conflitto avrà una risposta dura”.

La “risposta dura” da parte del governo di Kiev è ciò che l’Ue vuole evitare, perché potrebbe fornire un pretesto a Putin per intervenire nell’Ucraina dell’est, malgrado le continue rassicurazioni del ministero degli Esteri sul fatto che i 50 mila soldati ammassati alla frontiera non rappresentino “un’attività inusuale”. Kiev eviti “azioni irreparabili”, ha avvertito ieri il presidente russo. L’altra arma nelle mani del Cremlino per minare la transizione ucraina e alimentare lo scontento popolare è economica. Putin ha annunciato che Gazprom taglierà le forniture di gas, se Kiev non pagherà con un mese di anticipo i volumi richiesti, mentre il premier Dmitri Medvedev calcolava in 16,6 miliardi il debito energetico ucraino. Secondo alcuni diplomatici europei, l’obiettivo del presidente russo non è una nuova invasione, ma sabotare le elezioni presidenziali del 25 maggio, destinate a legittimare il nuovo governo di Kiev. Dietro le quinte, anche gli americani non giocano la partita della piena cooperazione con le autorità ucraine: secondo Eli Lake, del Daily Beast, le agenzie di intelligence americane hanno informazioni dettagliate sul fatto che la Russia ha ammassato le forze necessarie a un’invasione su larga scala dell’Ucraina. Ma l’Amministrazione Obama non ha condiviso con Kiev le immagini, le intercettazioni e le analisi sulla collocazione delle truppe russe.

L’unità occidentale rivendicata da Kerry sulle sanzioni sembra un altro bluff. La Commissione europea – in particolare le direzioni generali Commercio ed Energia – ha preparato una bozza di misure per colpire le banche e una parte del settore energetico (attraverso il divieto per le imprese europee di offrire servizi alle società petrolifere e di gas russe). Non è escluso nemmeno un embargo sulle armi. Ma le sanzioni non sono ancora pronte per ragioni tecniche e politiche. Alcuni paesi hanno chiesto una “valutazione di impatto” delle potenziali rappresaglie russe. Altri vogliono che il “peso” delle sanzioni sia equamente redistribuito tra i 28. Soprattutto, da Berlino non è ancora arrivato un segnale politico che indichi la possibilità di un via libera in caso di invasione russa. La discussione dovrebbe approfondirsi alla riunione dei ministri degli Esteri dell’Ue di lunedì a Lussemburgo. Ma “la decisione sulla fase 3 delle sanzioni europee contro la Russia sarà presa dai capi di stato e di governo”, dice la fonte europea, sottolineando che “la questione fondamentale che non è ancora stata discussa è il rapporto che l’Europa vuole avere con la Russia”.
 

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