Perché una sentenza potrebbe aiutare gli europei ad amare di nuovo l’Ue

Cinquantuno anni fa, il 5 febbraio 1963, la Corte di giustizia della Comunità europea emetteva una sentenza che avrebbe per sempre cambiato i rapporti tra i cittadini europei e i loro governi. Fino a quel giorno, valeva il principio sancito dalla pace di Westfalia e riassunto dalla celebre frase “regnum regno non praescribit leges”, un regno non può legiferare per un altro regno. I Trattati internazionali regolavano rapporti tra i soli stati e non riguardavano i cittadini, se non quando le norme internazionali venivano recepite negli ordinamenti nazionali, trasformandosi in leggi dello stato.

di Leonardo Bellodi

Perché una sentenza potrebbe aiutare gli europei ad amare di nuovo l’Ue

Cinquantuno anni fa, il 5 febbraio 1963, la Corte di giustizia della Comunità europea emetteva una sentenza che avrebbe per sempre cambiato i rapporti tra i cittadini europei e i loro governi. Fino a quel giorno, valeva il principio sancito dalla pace di Westfalia e riassunto dalla celebre frase “regnum regno non praescribit leges”, un regno non può legiferare per un altro regno. I Trattati internazionali regolavano rapporti tra i soli stati e non riguardavano i cittadini, se non quando le norme internazionali venivano recepite negli ordinamenti nazionali, trasformandosi in leggi dello stato.

Nel 1960 l’amministrazione doganale dei Paesi Bassi impose a una piccola società olandese, la Van Gend en Loos, un dazio per l’importazione di una sostanza chimica proveniente dalla Germania che era più elevato della tariffa doganale europea vigente. Le dogane olandesi parevano non curarsi troppo della norma europea e i ricorsi intentati dalla società di fronte ai giudici nazionali non avevano dato il risultato sperato, dal momento che la norma olandese era diversa da quella europea. Da qui il ricorso alla Corte di giustizia e la nascita del quesito: le norme del Trattato hanno un’efficacia diretta e sono, quindi, invocabili dal cittadino quando la norma nazionale è difforme? Secondo il concetto classico, la risposta sarebbe stata sicuramente negativa. Il cittadino è soggetto alla legge nazionale, la sola fonte di diritti e obblighi.

La Corte con una sentenza di poche pagine, scritta con un’invidiabile chiarezza, decise diversamente, stabilendo che la Comunità è un ordine giuridico completamente nuovo e diverso a favore del quali gli stati hanno rinunziato a parte del loro potere sovrano. La Comunità è insomma, per la Corte, un ordinamento che riconosce come soggetti non soltanto gli stati membri ma anche i loro cittadini, attribuendo loro diritti soggettivi. Una svolta epocale: cittadini e operatori commerciali avrebbero potuto opporre alla loro amministrazione, al loro stato e anche ai loro giudici le norme di diritto comunitario.

I giudici europei non si fermarono qui, nella strada della “costruzione europea”: nella sentenza Francovich, affermarono il principio che lo stato è responsabile, e se del caso obbligato al risarcimento, nei confronti dei propri cittadini per violazioni del diritto comunitario; nella sentenza Fratelli Costanzo, la Corte ha decretato l’obbligo per i funzionari delle amministrazioni nazionali di dare attuazione al diritto comunitario anche quando in contrasto con norme nazionali; nella sentenza Faccini Dori, ha affermato alcuni importanti diritti dei consumatori pur in assenza di una norma nazionale. All’Europa dei giudici è poi seguita l’Europa degli ideali: il mercato interno del 1992 con Jacques Delors; il Trattato di Maastricht che trasformava la Comunità economica europea in Comunità con una vocazione politica; la moneta unica del 1° gennaio 1999, accolta con grandissimo entusiasmo dai cittadini europei.

L’Europa era la realizzazione del desiderio di pace, di prosperità economica, di unità, integrazione e solidarietà. Bruxelles e la Commissione europea erano visti come un centro di eccellenza dalla maggior parte di cittadini europei che si sentivano ispirati e tutelati. Oggi questo mondo pare non esserci più. I sondaggi in paesi tradizionalmente pro europei come l’Italia, la Spagna, la Germania mostrano un crollo vertiginoso della fiducia dei cittadini nelle istituzioni europee. Sette europei su dieci si dichiarano euroscettici, cinque anni fa l’Europa godeva della fiducia di più della metà dei cittadini dell’Unione europea. Che cosa è successo?

La crisi finanziaria pare aver minato alla base le fondamenta dell’Unione europea, trasformando la solidarietà in un rapporto tra paesi creditori e debitori, i primi che pensano di dare troppo e i secondi che credono di non ricevere abbastanza. Non è un caso che l’euroscetticismo si faccia strada sia tra i primi che tra i secondi. L’Europa è ora vista da alcuni come una miope fonte di austerità e da altri come un groviglio di burocrazia di cui si stenta a capire cosa faccia e come lo faccia.

Pochi sono coloro che riescono a comprendere appieno i meccanismi decisionali di Bruxelles, i ruoli delle presidenze della Commissione del Consiglio e dell’Unione europea, il significato della comitologia, le 233 pagine della versione consolidata del Trattato di Lisbona. La crisi economica, la mancanza di leadership europea, l’incapacità quasi totale di farsi capire hanno trasformato l’Europa da uno strumento di solidarietà e cooperazione a un rapporto tra forti e deboli, tra centro e periferia. Crescono così la xenofobia, i movimenti e partiti estremisti che cavalcano e che alimentano questo malumore. Le istituzioni europee sembrano aver difficoltà a comprendere che l’unità europea può essere realizzata soltanto con e non contro le nazioni e le loro legittime preoccupazioni.

Sembra paradossale ma dal lato economico c’è bisogno di più Europa. Con la creazione della Banca centrale europea, gli stati della zona dell’euro corrono un rischio nuovo: quello del default. Prima dell’euro, infatti, gli stati non potevano fallire perché potevano comunque stampare moneta. C’era il rischio di inflazione e svalutazione, ma certo non quello del default. Oggi gli stati possono emettere obbligazioni ma non stampare moneta. Da qui la necessità che le risposte alle crisi finanziarie ed economiche non siano affidate alla mera volontà degli stati “forti”, ma siano il risultato di una azione condivisa e concertata a livello europeo.

Gli aiuti ai paesi economicamente e finanziariamente in difficoltà o più deboli sono accompagnati da misure di austerità che spingono la gente a credere che vengano ridotti fondamentali diritti sociali: sanità, istruzione, previdenza, cultura.

Se, da un lato, non è più possibile che gli stati vivano al di sopra delle proprie possibilità, dall’altro, è necessario contemperare l’obiettivo di conti pubblici sani, previsto dalle norme europee, con l’esigenza di garantire protezioni sociali e soprattutto investimenti e sviluppo. Nessuna delle due esigenze può essere sacrificata e lo stesso Trattato e altre norme europee prevedono che circostanze eccezionali, fasi negative del ciclo economico, avvio di importanti riforme strutturali possano giustificare il superamento dei famosi limiti ai tetti del disavanzo e del deficit, che ben pochi cittadini oggi condividono e, soprattutto, comprendono. La Corte di giustizia dell’Unione europea fino a oggi non si è ancora pronunciata sulla necessità di tutelare nello stesso modo il requisito di avere i conti in ordine con l’esigenza di garantire sviluppo e investimenti. Come nel caso Van Gend en Loos anche oggi una sentenza potrebbe riavvicinare i cittadini dell’Unione all’idea di Europa che vogliamo.

di Leonardo Bellodi

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