La Nike di Fabrizio Quattrocchi

I nostri civili sanno morire da eroi, i nostri soldati sanno soffrire da italiani – cioè in silenzio e con la dignità di uomini lontani nel tempo – anche se il circo mediatico preferisce ancora rappresentare i nostri militari come torturatori al servizio di cause sbagliate. Non dubitiamo che ci sia del vero nella video-confessione in cui “Le Iene” hanno aperto uno squarcio sulla dismisura sadica con la quale furono interrogati alcuni jihadisti in un improvvisato carcere iracheno di Nassiriyah (un più vecchio caso relativo a torture in Somalia ci aveva disincantato a sufficienza intorno all’illusione che non vi fossero eccezioni nel mezzo di un corpo sano e generoso).

La Nike di Fabrizio Quattrocchi

I nostri civili sanno morire da eroi, i nostri soldati sanno soffrire da italiani – cioè in silenzio e con la dignità di uomini lontani nel tempo – anche se il circo mediatico preferisce ancora rappresentare i nostri militari come torturatori al servizio di cause sbagliate. Non dubitiamo che ci sia del vero nella video-confessione in cui “Le Iene” hanno aperto uno squarcio sulla dismisura sadica con la quale furono interrogati alcuni jihadisti in un improvvisato carcere iracheno di Nassiriyah (un più vecchio caso relativo a torture in Somalia ci aveva disincantato a sufficienza intorno all’illusione che non vi fossero eccezioni nel mezzo di un corpo sano e generoso).

Ma il fatto è che lunedì prossimo saranno trascorsi dieci anni dall’omicidio di Fabrizio Quattrocchi, il bodyguard genovese ucciso in Iraq con un colpo in testa sparato da un branco di macabri tagliagole islamisti. Ce lo ha ricordato ieri sua sorella, in una bella e orgogliosa intervista su Repubblica. Quattrocchi era, anzi è, l’uomo che ha dichiarato al mondo “come muore un italiano”, è l’ex riservista di fanteria che ha lasciato la panetteria di famiglia (causa allergia) ed è finito a sorvegliare il disordine iracheno per guadagnarsi la mesata necessaria a sposare la sua fidanzata Alice. E’ morto da ardito senza aver cercato la bella morte e lasciandosi alle spalle una vita di eroismo incognito ai più. Nel cimitero di Staglieno, amici e famigliari gli hanno dedicato una copia della Nike di Samotracia, la statua che ricorda la vittoria della coalizione romano-ellenica contro il tiranno di Siria Antioco III (primo decennio del II secolo avanti l’èra volgare). I simboli contano più di quanto si immagini. E’ confortante sapere che dalle ceneri della memoria di Quattrocchi sia fiorita la Vittoria; e ci persuade a vedere in lei un buon presagio e un memento sulla vicenda dei nostri Marò reclusi in India. E’ il minimo che si debba verso chi, da morto o da vivo, sa onorare una bandiera e indossare quella divisa italiana che nessuna ombra di tortura deve sporcare.

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