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Fecondazione, interviene la Cei: "No al dominio della tecnoscienza, il figlio non è un diritto"

A 24 ore di distanza dalla decisione della Consulta che ha bocciato il divieto di fecondazione eterologa sncito dalla Legge 40, la Cei è intervenuta con una nota che critica la sentenza. "La decisione della Corte Costituzionale, verso il cui operato si conferma il necessario rispetto – scrive la presidenza della conferenza episcopale italiana – entra nel merito di una delicata esperienza umana. Il desiderio di avere un figlio è profondo ed indiscutibile e merita il massimo rispetto e la più delicata comprensione. La cultura giuridica non dovrebbe semplicemente avvalorare il dominio della tecnoscienza, ma porsi la questione del senso e anche quella del limite".

Leggi Tiliacos Fine di un eccezionalismo - Guarda anche la puntata di Radio Elefante di Ferrara Eterologa e non solo, il Mondo Nuovo e il pensiero dominante - La Cei contro il giudice di Grosseto: "Il matrimonio è tra uomo e donna"

Fecondazione, interviene la Cei: "No al dominio della tecnoscienza, il figlio non è un diritto"

A 24 ore di distanza dalla decisione della Consulta che ha bocciato il divieto di fecondazione eterologa sncito dalla Legge 40, la Cei è intervenuta con una nota che critica la sentenza:

La decisione della Corte Costituzionale, verso il cui operato si conferma il necessario rispetto – scrive la presidenza della conferenza episcopale italiana – entra nel merito di una delicata esperienza umana. Il desiderio di avere un figlio è profondo ed indiscutibile e merita il massimo rispetto e la più delicata comprensione. In attesa di conoscere le relative motivazioni della Corte Costituzionale è peraltro doveroso segnalare alcuni nodi problematici che suscitano dubbi e preoccupazioni, sotto il profilo antropologico e culturale.

In primo luogo viene affermato un non meglio precisato “diritto al figlio” o “diritto alla genitorialità”, col rischio di confondere o, peggio, identificare il piano dei desideri con il piano dei diritti, sottacendo che il figlio è una persona da accogliere e non l’oggetto di una pretesa resa possibile dal progresso scientifico.

In secondo luogo si assume come parametro di valore un preteso diritto individuale, sganciato da qualsiasi visione relazionale; in questo modo si trascura, tra l'altro il diritto del figlio a conoscere la propria origine biologica.

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Quindi, si cambia e si snatura il concetto e l’esperienza di paternità e di maternità, che sono elementi preziosi per l’unità profonda ed inviolabile della coppia.

Infine, si determina un pericoloso vuoto normativo nel quale rischia di essere legittimata ogni tecnica di riproduzione umana. La cultura giuridica non dovrebbe semplicemente avvalorare il dominio della tecnoscienza, ma porsi la questione del senso e anche quella del limite. Infatti, come la storia ha dimostrato, non tutto ciò che è fattibile giova al genere umano.

Prima della Cei aveva fatto sentire la sua voce anche il rabbino capo della comunità ebraica di Roma Riccardo Di Segni: ''L'Halakhah, la Legge ebraica, nella grande maggioranza dei casi guarda con favore alle procedure che riguardano la fecondazione assistita nella coppia quando questa è  impossibilitata ad avere figli. Per quanto concerne la fecondazione eterologa c'è invece, in ambito rabbinico, una letteratura unanime nel considerarla un'iniziativa da evitare. E' una procedura sconsigliata anche per motivi etici e psicologici e, nel caso in cui questa avvenga, e' imprescindibile porsi alcune domande''.

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