Taccuino politico

Come Renzi e Padoan governano le tradizionali tensioni Tesoro-Chigi

Partirà sabato da Torino la campagna elettorale per le europee e per le amministrative di Renzi. Il premier ieri ha provato a segnare un punto annunciando la squadra dei capolista con cui il Pd si presenterà alle Europee (cinque donne, Picierno, Mosca, Moretti, Nicolini, Bonafè, una per circoscrizione) ma più che i nomi-spot presentati, a guardar bene, il vero punto di forza del segretario in vista delle europee e in vista del percorso del suo esecutivo riguarda senza dubbio il rapporto speciale, la profonda sintonia, costruita con una figura chiave come quella del ministro dell’Economia.

Come Renzi e Padoan governano le tradizionali tensioni Tesoro-Chigi

Partirà sabato da Torino la campagna elettorale per le europee e per le amministrative di Renzi. Il premier – che da alcune settimane si muove come fosse a capo non di un governo di larga coalizione ma di un monocolore Pd e che grazie all’attivismo e successo mediatico è riuscito a trasferire sul simbolo del suo partito parte dei consensi momentanei incassati dal governo – ieri ha provato a segnare un punto annunciando la squadra dei capolista con cui il Pd si presenterà alle Europee (cinque donne, Picierno, Mosca, Moretti, Nicolini, Bonafè, una per circoscrizione) ma più che i nomi-spot presentati, a guardar bene, il vero punto di forza del segretario in vista delle europee e in vista del percorso del suo esecutivo riguarda senza dubbio il rapporto speciale, la profonda sintonia, costruita con una figura chiave come quella del ministro dell’Economia.

In tutta la storia della Seconda Repubblica, il capo del Mef ha sempre rappresentato, anche dal punto di vista mediatico, un peso, un problema, un ostacolo, per ogni presidente del Consiglio. Pier Carlo Padoan, scelto da Napolitano e Renzi anche per il suo essere il più politico tra i tecnici in circolazione, ha invece inteso giocare il ruolo dello sparring-partner o collaboratore leale di Renzi, quasi come fosse un co-Rottamatore, e nonostante piccole rigidità mostrate in privato rispetto ad alcuni punti relativi alle coperture finora ha accettato di mostrarsi non come un contropotere del premier ma come un complice. E’ andata così sul Def. A Palazzo Chigi dicono andrà così anche per quanto riguarda una partita delicata come quella delle nomine delle aziende pubbliche. Entro sabato Padoan presenterà a Renzi la lista dei nomi proposti per Eni, Enel, Finmeccanica e Poste. Tra il premier e il ministro ci sono alcune certezze condivise: la conferma di De Gennaro al vertice di Finmeccanica, la proposta di Francesco Starace per la guida dell’Enel e di Domenico Arcuri per la guida operativa di Finmeccanica.

In concomitanza con l’approvazione in Parlamento del Def (17 aprile) il governo ha ultimato il dossier relativo a un’altra riforma “necessaria per andare in Europa con una credibilità sufficiente per chiedere di cambiare verso”, come detto ieri da Renzi al Vinitaly. La riforma è quella della Pubblica amministrazione. Secondo quanto risulta al Foglio, il provvedimento verrà portato in Consiglio dei ministri il 18 aprile sotto forma di decreto e al centro della riforma ci sarà un processo di questo tipo: verranno incentivate, nell’ambito di un “piano nazionale di mobilità”, le uscite dei lavoratori più anziani ma non ancora pensionabili per favorire l’ingresso dei lavoratori più giovani (l’idea è un bando per le assunzioni nel 2015). Il rapporto stimato dal ministero è uno a cinque, un assunto ogni cinque prepensionati. Le stime del commissario Cottarelli parlavano di 85 mila esuberi. Entro questa settimana il sottosegretario Rughetti, che sostituisce il ministro Madia, che ha partorito tre giorni fa, riceverà i tecnici dell’Inps per stabilire le cifre esatte del turnover. I numeri, però, dai primi calcoli, non dovrebbero essere molto differenti rispetto a quelli stimati da Cottarelli.

C’è un fantasma che si aggira per l’Europa dalemiana. E’ un ex segretario di partito. E’ un sindaco. E’ apprezzato dal premier. E alcuni renziani stanno spingendo per trasformare il suo nome nel prossimo incubo dell’ex presidente del Consiglio. Ovvero di Massimo D’Alema. Il nome in questione è quello di Piero Fassino, sindaco di Torino, capo dell’Anci. Il piano riguarda una casella che il segretario del Pd dovrà riempire dopo le elezioni europee. E’ una casella ambita che D’Alema sente di aver già conquistato da tempo: quella del commissario europeo. Finora Renzi, anche per coprirsi le spalle nel partito sul fronte sinistro (separare dalemiani e bersaniani è un’assicurazione sulla vita), ha lasciato intendere al suo storico nemico con i baffi di essere intenzionato, fortissimamente intenzionato, a spendersi per offrirgli un ruolo da commissario europeo nella prossima legislatura (obiettivo: gli Esteri). D’Alema ci crede. Mostra con soddisfazione agli amici gli sms pieni d’amore di Renzi. Ma c’è un “ma” grande così che coincide con il nome Fassino. Nessuno lo può ancora confessare apertamente ma data la difficoltà con cui il Pd è riuscito a trasferire la parola “cambiamento” sulle liste dei candidati alle Europee, a Palazzo Chigi qualcuno sta pensando di convincere Renzi a organizzare lo scherzo del secolo: far credere a D’Alema di essere lui il candidato e poi – in nome del rinnovamento e dell’esportazione del modello sindaco d’Italia in Europa – all’ultimo momento cambiare pedina e proporre Fassino come commissario europeo. E’ un’idea. Renzi ci ragionerà su.
 

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