Storia di padre Frans van der Lugt. Così muore un gesuita a Homs

Padre Frans van der Lugt aveva capito come sarebbe andata a finire non appena quel gruppo di sconosciuti (uno incappucciato), lunedì mattina, aveva fatto irruzione nella piccola chiesa di Bustan ad Diwan. L’hanno trascinato fuori, picchiato e giustiziato con due colpi sparati alla testa, a bruciapelo, nel giardino del piccolo monastero. “E’ stato un gesto deliberato”, ha detto padre Said Zial Hilal, gesuita che viveva con padre Van der Lugt. Era uno degli ultimi gesuiti rimasti a Homs, la città siriana da più di due anni assediata e simbolo della guerra civile che lacera il paese mediorientale. Mai padre Frans era stato sfiorato dal dubbio se lasciare la città, scappare e mettersi al riparo: “Il popolo siriano mi ha dato così tanto, con tanta gentilezza. Se adesso il popolo siriano soffre, io voglio condividere con loro il dolore e le difficoltà”.

Storia di padre Frans van der Lugt. Così muore un gesuita a Homs

Padre Frans van der Lugt aveva capito come sarebbe andata a finire non appena quel gruppo di sconosciuti (uno incappucciato), lunedì mattina, aveva fatto irruzione nella piccola chiesa di Bustan ad Diwan. L’hanno trascinato fuori, picchiato e giustiziato con due colpi sparati alla testa, a bruciapelo, nel giardino del piccolo monastero. “E’ stato un gesto deliberato”, ha detto padre Said Zial Hilal, gesuita che viveva con padre Van der Lugt. Era uno degli ultimi gesuiti rimasti a Homs, la città siriana da più di due anni assediata e simbolo della guerra civile che lacera il paese mediorientale. Mai padre Frans era stato sfiorato dal dubbio se lasciare la città, scappare e mettersi al riparo: “Il popolo siriano mi ha dato così tanto, con tanta gentilezza. Se adesso il popolo siriano soffre, io voglio condividere con loro il dolore e le difficoltà”. E così, mentre a Ginevra la conferenza per decidere il destino di Damasco si risolveva in un nulla di fatto, lui si serviva dei mezzi tecnologici per raccontare quell’inferno. Due minuti e quaranta di video in arabo per spiegare al mondo che dei sessantamila cristiani che abitavano a Homs, ne erano rimasti sessantasei. Il tutto didatticamente illustrato da cartelli gialli posti al suo fianco. L’Economist aveva scritto due mesi fa che  il sacerdote olandese aveva ormai acquisito un ruolo importante nella sensibilizzazione dell’opinione mondiale sul dramma di quella terra. Il problema principale, diceva Van der Lugt, è la fame: “Vogliamo vivere, non vogliamo affondare in un mare di dolore e di sofferenza. Non c’è niente di più doloroso che guardare le madri che vanno per le strade a cercare cibo per i loro bambini”. Psicoterapeuta, prossimo ai settantasei anni che avrebbe compiuto domani, viveva in Siria dal 1966, dopo aver passato due anni [**Video_box_2**]in Libano studiando l’arabo. Negli anni Ottanta, appena fuori Homs, aveva fondato un progetto agricolo, al Ard, in cui avrebbero potuto lavorare giovani con problemi mentali. Funzionari dell’Onu l’avevano quasi supplicato di lasciare la città, di seguire le millequattrocento persone che – grazie a uno dei corridoi umanitari – erano riuscite ad abbandonare la città in macerie. Da lui arrivava sempre un rifiuto, anche quando ormai era rimasto l’unico occidentale a risiedere a Homs. Padre Federico Lombardi, gesuita anch’egli e direttore della Sala stampa vaticana, ha speso poche parole, come nello stile dell’ordine-soldato, per sottolineare che “muore così un uomo di pace, che con grande coraggio ha voluto rimanere fedele a quel popolo siriano a cui aveva dedicato da lungo tempo la sua vita e il suo servizio spirituale”. Per Lombardi, il martirio di padre Frans è l’esempio emblematico del fatto che “dove il popolo muore, muoiono con lui anche i suoi fedeli pastori”. Padre Bimal Kerketta, preside della scuola dei Padri Gesuiti di Minya, in Egitto, ha detto ad Asianews che padre Frans non era solo un pastore sempre in mezzo al suo popolo, ma “aveva anche un’ottima conoscenza scientifica del Corano”. Dei dieci sacerdoti che vivono in Siria, spiega padre Kerketta, “nessuno di loro ha mai abbandonato il paese, nonostante la vita sia faticosa e precaria da quando la guerra è iniziata”. Il motivo, è semplice: “Questa è la nostra vocazione come gesuiti, servire Cristo e le persone con la nostra vita”. I ribelli, spiegano i confratelli del sacerdote ucciso, “usano le case e gli istituti dei cristiani per attaccare l’esercito siriano”, il che rende non più sicuri neppure gli antichi monasteri. E di un altro gesuita, padre Paolo Dall’Oglio, nulla si sa dallo scorso 28 luglio. Il giorno prima aveva inviato una mail ai famigliari in cui scriveva che era giunto a Raqqa. L’anno prima il regime lo aveva espulso, dopo più di trent’anni passati in Siria.

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