Se il Fondo affonda l’Italia

Nell’esercizio previsionale che il Fondo monetario internazionale ha rilasciato ieri, alla vigilia degli incontri ministeriali di Washington, l’economia mondiale crescerà nell’anno in corso a un tasso del 3,6 per cento, in linea con le precedenti previsioni, per portarsi a quasi il 4 per cento in quello successivo. Per la prima volta dal 2009, la crescita dell’economia mondiale riflette l’impulso proveniente dal complesso delle economie avanzate. Le economie emergenti, invece, mostrano una lieve flessione e il loro contributo scende dai tre quarti ai due terzi della crescita mondiale complessiva.

Se il Fondo affonda l’Italia

Nell’esercizio previsionale che il Fondo monetario internazionale ha rilasciato ieri, alla vigilia degli incontri ministeriali di Washington, l’economia mondiale crescerà nell’anno in corso a un tasso del 3,6 per cento, in linea con le precedenti previsioni, per portarsi a quasi il 4 per cento in quello successivo. Per la prima volta dal 2009, la crescita dell’economia mondiale riflette l’impulso proveniente dal complesso delle economie avanzate. Le economie emergenti, invece, mostrano una lieve flessione e il loro contributo scende dai tre quarti ai due terzi della crescita mondiale complessiva. Tra le economie avanzate, gli Stati Uniti confermano la loro traiettoria di crescita al di sopra del potenziale di lungo periodo, portandosi, sia nell’anno in corso che in quello successivo, attorno al 3 per cento, sospinti dalla favorevole dinamica della domanda privata, da una politica monetaria eccezionalmente proattiva e accomodante, e, infine, dall’allentamento della politica fiscale in seguito al superamento del “sequester”.

L’Eurozona vede migliorare, nel suo complesso, le prospettive con una previsione di incremento del pil pari all’1,2 per cento per il 2014, lievemente al di sopra di quanto previsto lo scorso gennaio. La valutazione moderatamente positiva, tuttavia, nasconde una realtà assai variegata che va oltre la dicotomia nord-sud che abbiamo osservato negli ultimi anni. Come nelle recenti analisi del Fmi, il dinamismo dell’economia tedesca sospinge il dato previsionale favorevole. Nell’anno in corso, il pil crescerà del 1,7 per cento, un quinto di punto percentuale in più rispetto alle valutazioni dello scorso gennaio. Anche la Francia segna una piccola revisione positiva rispetto a gennaio, portando la sua economia a un punto percentuale di crescita per l’anno in corso, sempre nell’esercizio previsionale del Fmi. Nel complesso, il segnale che traspare è di un centro dell’Eurozona che pare attestarsi su livelli di crescita moderati ma vicini al proprio potenziale. Nella periferia, invece, le dinamiche si vanno progressivamente differenziando. In Spagna, il pil crescerà quest’anno di quasi un punto percentuale.
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Eppure solo sei mesi fa, il Fmi proiettava l’economia di Madrid allo 0,2 per cento; lo scorso gennaio rivedeva la sua valutazione adeguando la previsione allo 0,6. Nel giro di soli sei mesi, l’organizzazione di Washington ha più che quadruplicato la previsione di crescita per l’economia spagnola. E l’Italia? Il suo appare il dato più sconcertante: l’incremento del pil pari allo 0,6 cento per l’anno in corso è rimasto quasi costante negli ultimi tre esercizi previsionali, per la verità segnando una lieve diminuzione dallo 0,7 di ottobre allo 0,6 dello scorso gennaio. Il dato sull’Italia, se incrociato con l’evoluzione dei prezzi, introduce un elemento di ulteriore preoccupazione nell’analisi del Fmi. Nell’Eurozona, l’inflazione è diminuita progressivamente a far corso dal 2011. Sulla base delle attuali proiezioni, essa dovrebbe attestarsi sotto l’obiettivo della Bce, “per lo meno sino al 2016” ma probabilmente anche oltre. In paesi a elevato debito, come l’Italia, la bassa inflazione comporta un peggioramento nella sostenibilità del debito e uno sforzo ancora maggiore nel recupero di competitività con il nord Europa. Nel complesso, il Fmi, con la schiettezza dei numeri, rivela l’inadeguatezza delle politiche perseguite finora e l’urgenza di  cambiare rotta prima di diventare, irreversibilmente, più poveri.

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