Oltre il dolore

Tutti abbiamo guardato, dopo, le sue foto su Twitter, su Instagram. Ci siamo ubriacati di quella felicità esposta: i bambini piccoli che ridono al sole, con i vestitini hippy, i primi passi dietro un passeggino per le bambole, oppure al sicuro, in pigiama, in braccio a quella giovane mamma bionda, con gli occhi belli e i denti bianchi. Peaches Geldof a venticinque anni sembrava salva. Era la prova che le catene si spezzano, che le maledizioni svaniscono. Il Sunday Times l’aveva inserita, proprio domenica scorsa, tra le ragazze che vogliono essere perfette: madri perfette, mogli perfette e innamorate, ragazze perfette che non sbagliano mai un sorriso, un’acconciatura, una festa.

Oltre il dolore

Tutti abbiamo guardato, dopo, le sue foto su Twitter, su Instagram. Ci siamo ubriacati di quella felicità esposta: i bambini piccoli che ridono al sole, con i vestitini hippy, i primi passi dietro un passeggino per le bambole, oppure al sicuro, in pigiama, in braccio a quella giovane mamma bionda, con gli occhi belli e i denti bianchi. Peaches Geldof a venticinque anni sembrava salva. Era la prova che le catene si spezzano, che le maledizioni svaniscono. Il Sunday Times l’aveva inserita, proprio domenica scorsa, tra le ragazze che vogliono essere perfette: madri perfette, mogli perfette e innamorate, ragazze perfette che non sbagliano mai un sorriso, un’acconciatura, una festa. “La vita è bella. Ed essere una madre è la parte migliore”, aveva scritto poche settimane fa su un magazine inglese. Astala e Phaedra “sono la mia intera esistenza e io sono più felice che mai”. Venticinque anni sono pochi, ma quando una madre, Paula Yates, muore d’overdose di eroina, lasciando una bambina di undici anni e le sue sorelle a chiedersi perché (perché la mamma cercava tante volte di morire ed era così triste, perché il suo fidanzato si è suicidato, perché va tutto uno schifo?), venticinque anni sono un tempo lungo in cui imparare che la vita può essere terribile, per una bambina bionda con le guance rosse che vorrebbe stare sempre in braccio alla sua mamma, come nella foto che Peaches Geldof ha messo su Instagram poche ore prima di morire (“me and my mom”). Lei, dopo avere camminato lungo le orme di sua madre per capire com’era stato, e perché sembrava [**Video_box_2**]l’unica strada, o almeno l’unica conosciuta, aveva deciso di scartare di lato. Di non diventare un cliché: figlia di rock star, fidanzata o moglie di rock star minori si devasta alle feste, si fa licenziare per qualche foto nuda, cammina stordita per le strade, con i paparazzi sempre dietro, fiduciosi nella foto del disfacimento. Il suo primo figlio era nato nel 2012 (ha soltanto due anni, le guance morbide, gioca con il trenino insieme con il fratellino più piccolo, gli piacciono i cani, le macchinine, il biberon, lo scivolo) e, diceva Peaches Geldof, le aveva ricomposto la vita. Subito, dal primo minuto in cui l’aveva tenuto in braccio, aveva capito di non voler stare in nessun altro posto. Di essere uscita dalla sua infanzia infelice, durante la quale, il giorno dopo la morte della madre, era andata a scuola, come tutti gli altri giorni. Cambiare strada si può, si deve, ma adesso la sua famiglia è di nuovo “oltre il dolore”, ha detto Bob Geldof. Per cause ancora misteriose, ma con la sensazione che ci sia sempre un’ombra che insegue, un buco nero pronto, anche quando tutto sembra gridare: che felicità. Come se non ci si potesse liberare mai davvero di quell’ingiustizia, dell’infanzia cattiva sopra gli occhi azzurri spalancati e i riccioli biondi. Peaches Geldof accostava su Instagram le foto dei suoi bambini a quelle di lei bambina. Si assomigliano moltissimo.

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