Cambiare verso all’Italia e all’Europa

L’Unione s’è allineata troppo alla Germania, ci dice l’uomo del giorno (guardato storto) a Bruxelles

L’Europa si è allineata a quel che dice la Merkel, e così si è indebolita politicamente, ha diviso l’Unione europea in blocchi contrapposti e soprattutto non ha risolto la crisi economica. Questo è quel che dice al Foglio Philippe Legrain, giornalista, scrittore, economista, da ieri “man on the news” (ma senza grandi sorrisi attorno), dopo che ha rilasciato un’intervista al Financial Times in cui criticava la decisione di Bruxelles di “allinearsi strategicamente alla Germania” sull’austerità. La Commissione europea non l’ha presa bene, il portavoce di Olli Rehn, Simon O’Connor, ha detto che queste sono le dichiarazioni di un “ex membro dello staff a tempo determinato che purtroppo non ha scelto di contribuire in modo utile alla risposta alla crisi”, e l’ha liquidato così.

L’Unione s’è allineata troppo alla Germania, ci dice l’uomo del giorno (guardato storto) a Bruxelles

L’Europa si è allineata a quel che dice la Merkel, e così si è indebolita politicamente, ha diviso l’Unione europea in blocchi contrapposti e soprattutto non ha risolto la crisi economica. Questo è quel che dice al Foglio Philippe Legrain, giornalista, scrittore, economista, da ieri “man on the news” (ma senza grandi sorrisi attorno), dopo che ha rilasciato un’intervista al Financial Times in cui criticava la decisione di Bruxelles di “allinearsi strategicamente alla Germania” sull’austerità. La Commissione europea non l’ha presa bene, il portavoce di Olli Rehn, Simon O’Connor, ha detto che queste sono le dichiarazioni di un “ex membro dello staff a tempo determinato che purtroppo non ha scelto di contribuire in modo utile alla risposta alla crisi”, e l’ha liquidato così. Legrain ha lavorato al Bureau of Europan Policy Advisers, il Bepa, il think tank della Commissione europea (che secondo i più non è molto rilevante ed è spesso inutile): nel 2011 José Manuel Barroso, attuale presidente della Commissione europea ormai uscente, vide Legrain in un talk-show, lo fece contattare dai suoi e lo arruolò perché fornisse “un punto di vista indipendente” dopo la delusione causata alla Commissione da parte dei “pensatoi” ufficiali che non avevano saputo prevedere la crisi. Legrain ha lavorato lì fino a un mese fa, poi se n’è andato, ora è a Londra e lavora a un nuovo progetto, un think tank, e ha un libro (il quarto) in uscita. Legrain spiega che non ha voluto fare un attacco alla Commissione o a qualcuno in particolare, non parla da ex disilluso che se ne va e fa apposta a fare rumore quando sbatte la porta: “Non c’è nulla di personale”, sottolinea, è che la risposta europea alla crisi non è stata efficace, e questa è l’unica cosa di cui ci si deve preoccupare. In realtà tra il 2010 e il 2011 l’Unione europea si stava davvero disintegrando, ed è stata salvata, non ha perso pezzi e non ha perso l’euro: anche questo andrebbe considerato nel giudicare le politiche europee. Ma per Legrain non è così.
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“Guardiamo l’Italia – dice – nel 2011 era un paese sotto pressione, con un debito enorme, con una solvibilità in calo, arrivò Mario Monti, che è un bravo professionista, e Berlino e Bruxelles gli dissero che cosa c’era da fare per stare in piedi, austerità ovviamente, e il risultato è stata una fase recessiva, e soprattutto una completa destabilizzazione”. Legrain la chiama “self-defeating austerity” ed è la faccia triste del rigore, quello che non serve a rilanciare l’economia ma a deprimerla. Il contrario, per dire, di quello che sta accadendo nel Regno Unito, dove l’austerità non si è rivoltata contro i suoi sostenitori, anzi, sta funzionando bene. In Italia la speranza si chiama Matteo Renzi, il suo arrivo potrebbe fare parte di quella che Legrain chiama, nel titolo del libro che esce il 24 aprile (sarà disponibile su Amazon.it, sul retro di copertina ci sono i complimenti di George Soros, che ha appena pubblicato un libro sulla tragedia del nostro continente), “La primavera europea”. E’ una dicitura promettente, carica di ottimismo, che non c’entra nulla con il tono critico che oggi utilizza Legrain quando commenta i tanti errori che secondo lui ha commesso Bruxelles.

Alle europee del prossimo 25 maggio “arriverà un gran numero di voti anti Unione europea”, prevede Legrain in sintonia con quel che dicono i sondaggi. La gente s’è stufata di una formula di risposta alla crisi che deprime e non fa crescere, che impone e non fa scegliere, che centralizza molte delle scelte fiscali che i governi dovrebbero prendere con autonomia – visto che è per questo che sono stati eletti. Ogni volta che l’Europa vota, lo slancio democratico si trasforma in uno schiaffo, l’abbiamo sperimentato già in passato, e l’unico modo che spesso Bruxelles ha trovato per rimanere in piedi – rimanere com’è – è stato quello di ignorare i messaggi, o al limite di far rifare il voto. “Ma l’insofferenza è diffusa – dice Legrain –, arriva da destra come con il Front national di Marine Le Pen, arriva da sinistra come Syriza di Tsipras, arriva anche da una qualche zona di centro, come con Beppe Grillo” (sottolineiamo: Grillo non è di centro; risposta: sì, è difficile collocarlo a destra o a sinistra, è Grillo). Le elezioni europee convogliano spesso voti di protesta, si sa, ma a volte quei risultati potrebbero essere utili per capire che direzione prendere.

Legrain non è il classico britannico euroscettico, crede che “sia un errore pensare di poter far uscire Londra dall’Europa”, dice di essere “europeo ed europeista”. E’ figlio di mamma estone-americana e papà francese, i suoi genitori si sono sposati a New York, dopo che è nato Philippe, nel 1973, sono andati in Inghilterra e lui oggi si sente inglese e, se si deve definire, dice di essere “liberale e progressista”, non vuole la fine dell’Europa, vuole l’esatto contrario: una primavera europea. La stagnazione e il declino non sono inevitabili, oggi economia e politica sono “in a mess”, ma una via d’uscita c’è, e non è quella dall’euro. Per lui, che a Bruxelles da ieri non sarà visto con occhio docile, la strada è nel suo nuovo progetto, Open Political Economy Network, l’acronimo è Open, un think tank che promuove “l’apertura economica, l’apertura sociale, soprattutto l’apertura di mente”.

Sembra un po’ un inno al “change”, di quelli infruttuosi à la Barack Obama, ma per fortuna poi, se si va sul blog di Legrain, ci sono commenti precisi sulla Bce, sulla politica tedesca d’imposizione d’idee, sulle column di Paul Krugman. In uno degli ultimi post c’è un grafico con tante linee colorate: sono quelle della ripresa nei paesi dell’occidente. In alto ci sono Svezia, Svizzera, Stati Uniti, “che fanno tutti meglio della Germania”. Chiosa Legrain: “L’Europa del sud rimane una zona di disastro. Come diceva Tacito: ‘Fanno un deserto, e poi lo chiamano pace’”.

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