L’ingannevole mossa di Barack Obama per la parità sessual-salariale

Ieri si è celebrato in America l’“Equal Pay Day”, ricorrenza simbolica che segna il momento dell’anno fino al quale le donne dovrebbero lavorare per eguagliare i guadagni dei maschi nell’anno precedente. Barack Obama gongola felicemente in questa perfetta convergenza fra diseguaglianze economiche e discriminazioni di genere, ossessioni complementari della Casa Bianca che s’incrociano in una giornata segnata da provvedimenti sonanti non privi di secondi fini. Il mantra liberal dice che le donne guadagnano 77 centesimi per ogni dollaro portato a casa dagli uomini, il che significa che su base annua le donne hanno bisogno di 68 giorni lavorativi in più dei maschi per colmare il gap.

L’ingannevole mossa di Barack Obama per la parità sessual-salariale

Ieri si è celebrato in America l’“Equal Pay Day”, ricorrenza simbolica che segna il momento dell’anno fino al quale le donne dovrebbero lavorare per eguagliare i guadagni dei maschi nell’anno precedente. Barack Obama gongola felicemente in questa perfetta convergenza fra diseguaglianze economiche e discriminazioni di genere, ossessioni complementari della Casa Bianca che s’incrociano in una giornata segnata da provvedimenti sonanti non privi di secondi fini. Il mantra liberal dice che le donne guadagnano 77 centesimi per ogni dollaro portato a casa dagli uomini, il che significa che su base annua le donne hanno bisogno di 68 giorni lavorativi in più dei maschi per colmare il gap. Il presidente non ha perso occasione per citare la prova schiacciante della discriminazione sessual-salariale, mettendola anche nel suo discorso sullo stato dell’Unione, e ieri ha firmato un ordine esecutivo che impedisce ai contractor federali di punire i dipendenti che discutono il proprio trattamento economico con i colleghi. In questo clima di segretezza la fidatissima consigliera della Casa Bianca Valerie Jarrett vede il fermentare delle discriminazioni: “Purtroppo la diseguaglianza dei salari è un problema persistente e reale che continua a penalizzare le donne, le loro famiglie e l’intera economia”.
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Questa settimana arriva al Senato anche  un disegno di legge dei democratici per aumentare la trasparenza del rapporto fra datore di lavoro e impiegato quando si tratta di compensi, seguendo la tesi che l’eguaglianza ha un rapporto di stretta parentela con la trasparenza. I repubblicani minacciano di fare ostruzionismo al Congresso, posizione che permette al presidente di manifestare con accresciuta foga la sua indignazione e di far dimenticare lo studio dell’American Enterprise Institute che conferma che la Casa Bianca non è un’eccezione alla regola che contesta: le donne che lavorano nell’Amministrazione sono pagate in media il 12 per cento in meno degli uomini. Un divario inferiore a quello del mercato, ma pur sempre uno smacco per il presidente dell’eguaglianza in tutti i sensi e a tutti i livelli. Il trucco però c’è, e si vede. L’accelerazione sulla parità sessuale è parte di una campagna più ampia dell’Amministrazione per allargare il bacino elettorale in vista del midterm di novembre, dove il partito del presidente rischia seriamente di perdere il controllo del Senato. Il rinnovo del Congresso nel medio termine non funziona come le elezioni presidenziali, è una somma di sfide sostanzialmente locali che possono essere influenzate con campagne a livello centrale. La consuetudine vuole che l’opposizione goda di un certo vantaggio strutturale, e i democratici in questo caso hanno una dozzina di senatori con prospettive di rielezione tutt’altro che rosee. Gli studi che circolano fra gli strateghi democratici dicono che il modo più efficace per cambiare la prospettiva consiste nel concentrare tutti gli sforzi sull’elettorato femminile, ed ecco che l’“Equal Pay Day” si trasforma immediatamente in un evento di giustizia sociale a sfondo elettorale. Saldare la “war on women” alla sperequazione è tecnica sagace per semplificare e dare una verniciata di populismo al messaggio politico di Obama. I repubblicani ieri hanno proposto una campagna uguale e contraria, spiegando che “i democratici hanno avuto successo nel diffondere il loro messaggio sulla guerra alle donne perché noi non abbiamo risposto. Dobbiamo rovesciare il tavolo, dire agli elettori che i democratici sono capziosi su questo punto e spiegare le nostre ragioni”.

Fra le ragioni dell’indignazione repubblicana c’è innanzitutto il modo strumentale in cui la Casa Bianca ha presentato i dati sulla disparità di salario fra uomini e donne. La stragrande maggioranza degli studi sul tema dice che il divario è quantificabile fra il 5 e il 12 per cento, lontano dal 23 per cento sbandierato come verità di fede dal governo. Mark Perry e Andrew Biggs sul Wall Street Journal hanno bollato la versione di Obama come “fondamentalmente fuorviante ed economicamente illogica”. Il 77 per cento, numero magico della Casa Bianca, viene fuori dal confronto fra uomini e donne ma non a parità di ore lavorate in una settimana. E le donne tendono a lavorare meno degli uomini. Una volta parificato il conto passa dal 77 all’88 per cento. Se poi, secondo l’antica usanza di paragonare le mele con le mele, si restinge l’analisi alle donne che non hanno famiglia si scopre che queste guadagnano il 96 per cento dello stipendio degli uomini. La stessa vicepresidente del National Women’s Law Center, Fatima Goss Graves, dice che le donne tendono a lavorare in settori di mercato che pagano strutturalmente meno, a prescindere dal genere. Grattando la superficie della correttissima battaglia per l’uguaglianza sessuale ed economica si trova una più prosaica disfida elettorale, con libera interpretazione dei dati.

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