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La disputa sui buoni

Il libro di Rastello, che per non essere don Ciotti non è neppure Madame Bovary, e una brutta discussione su persone e antimafie. Invece di quella che si poteva fare: come fare bene il bene o come non farlo troppo male

di Adriano Sofri | 08 Aprile 2014 ore 06:59

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Mi piacerebbe una bella discussione, anche la più accesamente polemica: se ne fanno così di rado. Sul libro di Luca Rastello, “I Buoni”, si consuma una bruttissima discussione. Avevo letto il libro alla vigilia della sua uscita, senza conoscere l’autore se non per i suoi scritti, pregevoli per stile, e per l’esperienza vissuta che rivelavano. Questa volta si trattava di un romanzo dedicato a un tema fatale: come far bene il bene o come non farlo troppo male. Poiché la grande associazione di benevolenza e impegno per la legalità raccontata nel libro evoca nel modo più trasparente don Ciotti e i suoi collaboratori, avvertivo che l’identificazione – più piccante per la coincidenza fra l’uscita del libro e l’incontro col Papa – avrebbe dirottato il proposito di affrontare una questione universale. E’ avvenuto, con un eccesso di zelo. L’autore, in una appassionatissima replica a critici indignati (sul Fatto quotidiano), scrive: “Tutta l’aggressività di cui sono oggetto nasce da un’interpretazione suggerita da Adriano Sofri su ‘il Foglio’ con un’operazione a mio parere eccessivamente meccanica di identificazione fra un personaggio del romanzo… e don Luigi Ciotti”. Ora io non dubito della sincerità di Rastello, dunque penso che la familiarità con la vicenda di Libera gli abbia preso la mano nella stesura del romanzo. La mia lettura non era forzata: posso ammettere di aver preferito che a spalancare gli occhi sul libro non fossero i nemici per partito preso di ogni impresa di carità, di ogni antimafia, oltre che del prete di strada concorrente. Il critico dell’Avvenire, dai toni sereni, ha scritto: “Don Silvano è con ogni evidenza don Luigi Ciotti, e lo è in ogni minuto dettaglio…”. In tutt’altro tono, Gian Carlo Caselli: “Per qualunque lettore che non sia del tutto scemo non può che essere ed è certamente Luigi Ciotti”. Potrei continuare, ma basta: Rastello si persuada di non aver trasfigurato abbastanza la sua trama. Ma non tenevo a sbrigarmi dell’accusa di aver degradato un bel romanzo a una brutta cronaca. Mi sono chiesto che cosa spinga Rastello, in una replica tesa (e infine drammatica: “Ai miei illividiti accusatori: arriva per tutti, immancabilmente, un dies irae. Il mio non è neanche fra molto e io so, con coscienza serena e pulita, che il loro sarà peggiore”) a eccedere, per raddrizzare l’interpretazione che avverte storta, in un’autoaccusa: “La scelta di scrivere un romanzo è… la scelta di affrontare temi generali, se non universali, che riguardano prima di tutto i lati oscuri di chi scrive. Ho voluto raccontare un male che è ovunque e che io per primo porto dentro (se c’è un personaggio a chiave ne ‘I Buoni’ è forse il solo Andrea, costruito su di me e sulle mie potenzialità più negative)”.

Anche qui Rastello è sincero, ed è l’Andrea mediocremente fallimentare del libro che si è scelto per alter ego: l’avevo segnalato. Ma c’è una differenza grande fra il lato oscuro di ciascuno e la dinamica che esso prende dentro e tanto più in cima a un apparato. Sicché resto esterrefatto di fronte alla frase conclusiva: “Così, ascoltando la lezione di giganti a cui non intendo paragonarmi, posso dire ad alta voce e a fronte alta: don Silvano sono io”. Fine delle distinzioni, e fine del romanzo. Rastello non può voler dire la banalità che non saprebbe descrivere le miserie di don Silvano se non le sentisse in sé. Il gigante cui nessuno di noi intenderebbe paragonarsi pretese di espropriare oltre la stessa morte la signora Bovary, di disfarla, dopo averla fatta: Madame Bovary sono io. Lasciamo che esistano, don Silvano e Emma B., e la Aza di Rastello, senza dissolverli dentro l’autore e tanto meno nel comune lato oscuro. Penso che Rastello, che mostra una sensibilità irritata e commovente, abbia voluto allontanare da sé – dentro di sé, prima – il sospetto di maramaldeggiare con difetti e vizi del prossimo suo, di farsene pubblico accusatore e vendicatore, e abbia rincarato la propria correità: “Un male che io per primo mi porto dentro…”. Io per primo è certo un’esagerazione, forse una superbia.

Vediamo che cosa hanno detto i suoi “accusatori”. Gian Carlo Caselli ha definito il libro, dunque il suo autore, spietato e ipocrita. Il nome di don Silvano “un velo farisaico e fittizio”. “Una tempesta di livore così violenta”, “un risentimento personale”. Fraintendendo episodi finali del romanzo (Rastello ritiene che se lo sia fatto raccontare) insinua che per don Ciotti si invochi “la pena di morte”.

Il libro è “una sorta di manganello da teppisti prodighi di scomuniche che preludono a roghi purificatori”, e così via. L’enfasi che è la cifra di Caselli – altrove appropriata – qui liquida a priori la discussione, e si limita a giustapporre la difesa sentita di Libera: “La storia del Gruppo Abele e di Libera è storia – per tutti – di un impegno costante, faticoso, intelligente e produttivo. Su vari versanti: accoglienza e ascolto delle persone in difficoltà; cultura (Università della strada, Centro studi, Casa editrice, percorsi di legalità nelle scuole); mobilitazione politica su temi sensibili per i diritti e la giustizia sociale (dalla droga alla corruzione); cooperative sociali di lavoro; iniziative all’estero”. Rivendicazione che non esaurisce il problema, e caso mai ne fissa un versante. Io ho poca dimestichezza con Libera: quando la incontro, in periferia, me ne rallegro.

Nando Dalla Chiesa, che di Libera è presidente onorario, ha scritto: “Vista la partecipazione corale all’assalto da parte di diversi esponenti della fu Lotta continua, vien da chiedersi: ma questi, ancora a settant’anni, che cosa hanno contro la legalità? Non gli va bene quella dei carabinieri, e d’accordo, se no si sentirebbero dei frustrati. Ma nemmeno quella dei preti di strada gli va bene?”. Mi sono stropicciato gli occhi, poi ho cercato di rintracciare il commando di fu Lotta continua all’assalto: non l’ho trovato. Ho pensato che magari ero io: ma io ho nome e cognome, e Dalla Chiesa mi conosce abbastanza. Tolta la stupidaggine, Dalla Chiesa ricorre a un argomento rivelatore: “E’ da due anni che Libera ha posto in modo ufficiale il tema dell’uso privatistico dell’antimafia. E ultimamente a Latina proprio don Ciotti ha urlato che i primi nemici dell’antimafia sono le associazioni antimafia, invitando tutti a farsi un esame di coscienza… Proprio su queste pagine scrissi giusto tre mesi fa un articolo intitolato ‘Il circo dell’antimafia’. Vedevo crescere nelle associazioni e tra i protagonisti dell’antimafia una tendenza alla millanteria, alla superficialità, al vittimismo eroico, una qualche propensione all’affarismo ‘a fin di bene’. Non credo affatto (e non lo crede don Ciotti) che Libera sia del tutto immune da questi vizi, sul cui rischio si è tenuta una importante assemblea nazionale lo scorso febbraio”.

Riconosco l’argomento e il suo tarlo: partiti e sette praticano e all’occorrenza sbandierano l’autocritica, ma non sopportano la critica. E la frase terribile: “… i primi nemici dell’antimafia sono le associazioni antimafia…”, non si accorge oltretutto di evocare il paradosso del cretese – sapete: il cretese che dice: “Tutti i cretesi sono bugiardi”. Dalla Chiesa rimanda la pratica ai tribunali: “Ma è possibile fare un libro del genere e nascondersi dietro l’espediente del romanzo, quando i protagonisti non solo sono riconoscibilissimi, ma si fa di tutto perché siano riconoscibilissimi? Non credo che un giudice si berrà la storia del romanzo. Anzi, potrebbe essere una aggravante. E allora brinderò”. Salute. Se Dalla Chiesa volesse chiarire di chi sta parlando quando scrive: “Libera è l’unica ong italiana tra le prime cento del mondo. Non sia mai, eh… a noi che ce ne fotte, noi vogliamo continuare a essere spaghetti e mafia”. Noi chi? E quando racconta dell’“ultima domanda, che mi ha suggerito Attilio Bolzoni, mentre al telefono stilavo con lui l’elenco delle cose scomode che fanno don Ciotti e Libera: già, chi vuol mettere le mani sui beni confiscati?”. Già, chi? Rastello? La fu Lotta continua?

Bruttissima discussione, l’avevo detto. Peccato. Anche nel Pci, anche in Lotta continua, c’erano dinamiche simili, dice Dalla Chiesa: certo. Noi, del resto, ci sciogliemmo. In questi giorni sono immerso nel processo per l’assassinio di Mauro Rostagno. Rifaccio i conti con quell’associazione Saman, che all’indomani fu fatta passare per una sentina di tutti i delitti e tutte le infamie. Si andò oltre il segno, smisuratamente: ma si stava al di qua del segno prima, quando tutto appariva benemerito.

C’era madre Teresa e c’era Christopher Hitchens, la posizione della missionaria. Chissà quante buone cose fece madre Teresa, chissà quante buone ragioni ebbe Hitchens. Dopo quella piccola posta su Rastello ne ho scritte un altro paio, per ricordare che c’è un narcisismo sottile e insinuante in chi non si aggrega a un’organizzazione ed elude compromessi e voracità di apparati, in chi per pudore sta alla larga dalla retorica dell’indignazione e della profezia. Ma anche così, anche a bere da soli la tazza della propria buona azione, il dolce in fondo lo si gusta. Io penso che i buoni esistano, che non siano moltissimi, che abbiano un dono: non occorre nemmeno che spicchino fra i loro simili. Poi ci sono gli altri, la grandissima maggioranza, noi, che abbiamo una nozione più o meno adeguata di che cosa sia giusto e sbagliato, che cosa buono e che cosa cattivo, e possiamo scegliere. Se essere cattivi, se essere così e così – o fare come se fossimo buoni. Conta almeno altrettanto che i risultati, probabilmente un po’ di più.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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