Una vita spericolata

Un bell’uomo, il padre. Bellissima, la madre. Un papà coi modi guerreschi, affascinante e cortese. Una mamma incantata dalla malinconia. E poi lui, in una vasca. Un pugno di crusca e una spugna. Quindi il versatoio, l’acqua e la vita di casa. A Civitavecchia. E’ una storia che comincia novant’anni fa, il 6 aprile del 1924. Sono le 10,30. Le finestre danno sul vicolo al fondo del quale c’era un ristorante, La Scaletta. “C’e ancora” scrive Eugenio Scalfari e lo mette tra parentesi. La scrittura, per Scalfari, è l’impossibilità di fare altrimenti. La sua vita, un racconto. Ed è “Racconto autobiografico” il libro con cui il fondatore di Repubblica festeggia domani il suo compleanno.

Una vita spericolata

Un bell’uomo, il padre. Bellissima, la madre. Un papà coi modi guerreschi, affascinante e cortese. Una mamma incantata dalla malinconia. E poi lui, in una vasca. Un pugno di crusca e una spugna. Quindi il versatoio, l’acqua e la vita di casa. A Civitavecchia. E’ una storia che comincia novant’anni fa, il 6 aprile del 1924.

Sono le 10,30. Le finestre danno sul vicolo al fondo del quale c’era un ristorante, La Scaletta. “C’e ancora” scrive Eugenio Scalfari e lo mette tra parentesi.

La scrittura, per Scalfari, è l’impossibilità di fare altrimenti. La sua vita, un racconto. Ed è “Racconto autobiografico” il libro con cui il fondatore di Repubblica festeggia domani il suo compleanno. Lo ha pubblicato Einaudi, è la nota biografica già edita nel Meridiano, ma lo Struzzo che sbuca in copertina, in mezzo alle testate dei due giornali che sono il marchio speciale di un destino culturale (con L’Espresso, ovviamente, anche il quotidiano diretto oggi da Ezio Mauro), conferma ciò che Scalfari ha costruito: la sede, tra le principali in Italia, del dibattito politico-economico.

Un bell’uomo, Scalfari. Una bellissima età, la sua. Conversare con lui è come nuotare in un flutto di freschezza, di pensieri ulteriori, di spunti acuti e di capovolgimenti intellettuali. Noncurante di sé, ha cura di tutto ed è così curioso della vita da farsi, lui che è un mare grande di esperienza e giorni, spugna. Assorbe ogni dettaglio, restituisce come in una sonata nitida i fatti, le interpretazioni e la sintesi. E’ il moderno resoconto del reale, Scalfari. E’ la modernità del giornalismo, l’inevitabilità di fare così e non altrimenti.

Il sangue è calabrese, da Monteleone, oggi Vibo Valentia. Il passo è degno di quel padre, legionario fiumano, se con baldanza Scalfari si consente un’eleganza nella figura e la luce propria di chi ha quel che ha donato. Il brano che lo rivela, nel libro, è quello di certi quindici mesi, quando nel dicembre del 1970 prese in casa il padre, Pietro, cui era stato diagnosticato un tumore alla prostata: “Quindici mesi che furono al tempo stesso una sofferenza e una gioia per lui e per me. Il suo corpo si disfaceva giorno dopo giorno, ma lui lottava per difendersi, e i medicinali gli davano qualche ora di requie. La sua gioia era di poter vivere insieme a noi, partecipare a quanto ci accadeva e soprattutto passare i pomeriggi con le mie figlie, giocare a carte con loro, aiutarle nei compiti e parlare e raccontare”. Il solo modo per difendersi dalla morte, Scalfari lo ha imparato lasciandosi vivere dentro quel padre: “Ha vissuto con me e dentro di me molto più di quando era vivo”.

Ha quel che ha donato, Scalfari. Calabrese di solida schiatta, a un pranzo al ristoranta Escargot sull’Appia antica, da Gianni Agnelli che chiede di incontrarlo per via dell’Alfa Sud, si sente dire: “Lei è un galantuomo, suo suocero me l’aveva detto: è un calabrese, ma un galantuomo”. Il suocero di Scalfari è Giulio De Benedetti, direttore della Stampa dal 1948 al 1968. Scalfari incassa la spiritosaggine di quello a cui ha dato l’appellativo definitivo “l’Avvocato di panna montata”, e risponde: “Non so se è un complimento, detto in questo modo. Rimprovererò mio suocero, ma la ringrazio”.

E’ quel che ha donato, Scalfari. Il primo orizzonte se l’è costruito seduto al balcone, con la madre Domenica (ma sempre chiamata Gina da tutti), osservando il cielo saldato al mare, nel porto. Ancora bambino, lo immagino mentre osserva l’apertura dei portelli dei postali, le grandi navi che portavano la posta. E sono come giganti che si sguanciano di interminabili sbadigli, quasi a spiegare quell’Italia immobile da cui un ragazzo può solo andare via e nel seguire questo racconto – la cui copertina è disegnata da Tullio Pericoli – vedo Scalfari in una sequenza di scene inimmaginabili rispetto a quel starsene con le ginocchia sbucciate contro l’inferriata di ghisa del finestrone di Civitavecchia.

E’ tutto un incredibile viaggio nell’Italia ulteriore, quello di Scalfari, un prendere possesso della vera stanza dei bottoni: tutto un lavoro di testa e di stile, non l’esercizio di un potere berciante, ed è, infatti, in una scena, con Guido Carli. Col governatore della Banca d’Italia, Scalfari condivide uno pseudonimo, Bancor. Sono articoli di politica economica pubblicati sull’Espresso. Pezzi tutti nati nell’ufficio di via Nazionale, sotto il quadro di un san Sebastiano. E’ poi a Repubblica, con il suo staff, durante la riunione di redazione. Sandro Pertini, il presidente della Repubblica, chiama, interviene, discute e si appassiona con i giornalisti. Certamente è lì, in quel contesto, che Paolo Guzzanti s’impossessa della voce di Pertini per poi farne scherzi memorabili, il più sgargiante dei quali riflesso sul gilet di Renzo Arbore, nell’ultima puntata di “Quelli della notte”. E Scalfari, la cui penna è senza dubbio la prima e più provocante minigonna apparsa nella fornace della pubblica opinione, impugna il ventaglio delle più ghiotte seduzioni del racconto quotidiano. Figurarsi cosa può essere allora questa autobiografia scritta di suo pugno. Lui non è un qualunque salame sentimentale del glamour, lui è l’unico possibile modo dello chic in Italia tanto è vero che preferisce ridersela dei provinciali, amarli perfino, piuttosto che fucilarli col ditino alzato in uno dei tanti salotti di nicchia.

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La nascita di Repubblica, appunto, è “la bellissima avventura che cominciò ascoltando l’‘Aida’ all’Arena di Verona”. Il primo articolo su Silvio Berlusconi, Scalfari lo scrive nel 1990. “Mackie Messer ha il coltello ma vedere non lo fa”, questo è il titolo. E Scalfari è la politica, è anche la sinistra se le sue interviste a Ugo La Malfa, a Enrico Berlinguer riescono a fare del Pci, offrendo col suo giornale una piazza dove maturare la “democrazia compiuta”, un Partito d’Azione di massa. Ascolta, propone, decide, ragiona, offre se stesso coi suoi ricordi, i suoi incontri, il suo uso di mondo e genera da se stesso un genere – direbbe Gabriele D’Annunzio – inimitabile.

Ha creato forse un mondo – lui, così libertino e seducente – che fatica a somigliargli. Baciato dal successo, marpionissimo, ha effuso successo, decretato da “ciò che poi spunta dalle tasche dei giovani e dei ragazzi”.

Nell’Italia delle chiese, quella comunista e quella cattolica, Scalfari forgia il fonte battesimale cui deve rivolgersi la società italiana per averne carisma e credito. Lo capisce il Papa venuto da lontano che, teologia a parte, si rivolge a lui per parlare alla metà d’Italia alfabetizzata. E un Pontefice come Bergoglio, sempre attento a non andare contro il mondo, anzi, ben volentieri dialoga con l’uomo che non riesce a credere in Dio. E chi benedice, tra i due, è proprio Scalfari.

Ha creato un mondo, Scalfari – così divertito, così Re com’è – che appunto fatica a mantenere il suo passo. Del vivere pericolosamente, il motto di Friedrich Nietzsche, lui ha scelto per se stesso la vita spericolata. Molto del canone radical-liberal deriva dall’alfabeto di cui lui è stato demiurgo ma nulla del frasario ordinario delle professoresse democratiche si ritrova in lui; non è certo un donciottista, Scalfari, non c’entra nulla con l’estetica mesta dei Fabio Fazio, con le terredeifuochi, con i vecchi girotondi o le madame Verdurin e mai, in lui, c’è stata una frase fatta, uno standard o un livellamento.

Maestro del giornalismo, appartiene alla schiatta dei Luigi Albertini, dei Mario Missiroli, degli Indro Montanelli, le divinità di via Solferino. Mai corrivo al giornalismo buono per far le chiacchiere da scompartimento ferroviario, Scalfari non è certo un Enzo Biagi. Il suo blasone, infatti, è consono ai centri studi, alle redazioni delle case editrici, ai convegni degli analisti di economia e finanza e comunque Scalfari – che col suo berliner, non un tabloid, offrì una irresistibile moda da vestire ogni giorno in edicola – è il primo a trovare un primato e, in concorrenza, col Corriere della Sera a cui strapperà la clientela più ambita, la borghesia. Il ricco miele per le api della pubblicità.

Ragazzo di fatica, uomo di solidi studi, maestro che si è restituito a una leggerezza poetica, Scalfari non ha nulla di quel conformismo con cui l’Italia acculturata alza la saracinesca del sopracciò. Non ha, infatti, i bagliori opachi di un Umberto Veronesi o la vanità nebbiosa di un Claudio Magris. E’ il ben vissuto per eccellenza, lui. Si forgia nei suoi stessi difetti, non nasconde i propri errori e in una prova scivolosa (come insidioso potrebbe essere un racconto di sé) non si aggiusta la propria biografia. Parla come un libro aperto, come un libro ben scritto, chiaro nella forma e nel concatenarsi dei concetti e così come egli stesso spiega un paradosso ucronico, quello su Karl Marx che avrebbe disconosciuto la Rivoluzione russa se fosse vissuto, proprio perché scoppiò dove non era previsto che scoppiasse rispetto alle sue teorie, così Scalfari, al contrario, rischia di essere disconosciuto dai declamatori generici del conformismo perché non contenta né la comitiva dei Zagrebelsky, dei Rodotà e delle Bonsanti, né tantomeno gli entusiasti renziani cui la sinistra s’è consegnata mani e piedi per trasformare il Pd, l’unico partito nella forma di un “partito” in Italia, in una lista personale.

Il privato di Eugenio Scalfari è, per forza di cose, pubblico. Un racconto autobiografico che coincide con la storia a noi contemporanea dove le figure che vi appaiono – da Carlo Caracciolo a Carlo De Benedetti, da Ugo La Malfa a Walter Veltroni, oggi, e che vedrebbe bene come futuro presidente della Repubblica – mettono in scena un vero e proprio romanzo i cui esiti, forse, sono ancora da presagire.

Ha uno sguardo greco, Scalfari. Greco nel senso dell’Ellade. Greco al modo dei filologi, usi a liberare le parole arcane dalle croste di fango per farne materia viva, urgenza di passione e poi ancora quello stile di concetti e segni attraverso cui i poeti poi sanno cosa smuovere. E’ uno che ha smosso se stesso, Scalfari. Con quel padre ardito che gli vive dentro, Scalfari raddoppia l’impeto di un assalto che si rinnova ed emerge dal profondo. Ha quel che ha donato, Scalfari. Come nel comandamento che si diedero i volontari fiumani. E, infatti, al suo amore, all’amore che si specchia nel suo sguardo greco, Eugenio Scalfari sulle cui mani si celebra la struggente alchimia di crusca e versatoio, così scrive e così dedica: “A Serena debbo in particolare d’avermi fatto intraprendere un lungo viaggio dentro me stesso che, fino a quando non l’incontrai, era l’ultima delle cose che potesse venirmi in mente”.

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