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Muri e pavè, ecco il Fiandre, la corsa preferita dai belgi

I muri dividono, isolano, sorreggono, vengono costruiti o abbattuti. Così in tutto il mondo. Anche nelle Fiandre i muri adempiono a questi scopi, ma soprattutto esaltano, ciclisti e tifosi, gente comune e appassionati. Sono anima e cuore, polmoni e fatica, sono lastricati, pezzo di pietra dopo pezzo di pietra: pavé, quintessenza del Belgio a pedali. E' il Giro delle Fiandre, 259 chilometri da percorrere in quel fazzoletto fiammingo tra Bruges e Oudenaard, terra di pittori e tessitori di lino, di commercianti e leoni, che ne è simbolo, vessillo prima, ciclistico in seguito.

I muri dividono, isolano, sorreggono, vengono costruiti o abbattuti. Così in tutto il mondo. Anche nelle Fiandre i muri adempiono a questi scopi, ma soprattutto esaltano, ciclisti e tifosi, gente comune e appassionati. Sono anima e cuore, polmoni e fatica, sono lastricati, pezzo di pietra dopo pezzo di pietra: pavé, quintessenza del Belgio a pedali. E' il Giro delle Fiandre, 259 chilometri da percorrere in quel fazzoletto fiammingo tra Bruges e Oudenaard, terra di pittori e tessitori di lino, di commercianti e leoni, che ne è simbolo, vessillo prima, ciclistico in seguito.

Novantottesima edizione, una storia iniziata nel 1913, interrotta durante la prima Guerra mondiale, continuata senza pause sino ad oggi. Nemmeno il secondo conflitto mondiale l'ha fermata. Troppo importante, troppo sentita, imprescindibile. Per anni il vincitore era più noto del re, più importante del re, tanto che la dinastia Buysse, da Marcel, padre, detto il Grande, secondo vincitore della storia nel 1914, a Achiel, figlio, il primo a vincerne tre, ha avuto negli anni passati lo stesso rispetto di quella dei Sassonia-Coburgo-Gotha, la casata dei Re dei belgi.

Il Fiandre è amore che valica i confini, perché chi doma i muri fiamminfhi parla il linguaggio universale della bicicletta. Ne è prova Fiorenzo Magni, che da Prato è partito e in Belgio è arrivato. Lì è amato più di Coppi e Bartali. Non Terzo Uomo, ma Leone, delle Fiandre ovviamente. Unico uomo a vincere tre edizioni consecutive, una leggenda che non ha tempo, tanto che quando morì nell'ottobre 2012 i telegiornali del Belgio aprirono le loro edizioni con questa notizia.

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L'ultimo Leone è stato Johan Museeuw, fiammingo di Jabbeke, arrondissement di Brugge, un vero e proprio mito in patria tanto da trovare spazio nelle camere dei bambini (di un tempo) come fosse un Messi o un Cristiano Ronaldo. Tre Ronde e tre Roubaix, un curriculum sufficiente a eleggerlo a mito. Anche Boonen di Ronde ne ha portate a casa tre, più quattro Roubaix, ma Leone ancora non lo è (e forse non lo sarà mai), al massimo Tornado. Non bastano le vittorie, per meritarsi questo appellativo serve altro: il viso giusto, la cattiveria giusta, impresa e pazzia. "E Tom è troppo bello per esser Leone", tanto per citare Fiorenzo Magni.

Il Fiandre non è solo uomini, è soprattutto luoghi. Percorsi. Sino a due anni fa la corsa aveva il suo altare. Tempio e sacrario. Grammont, anzi Kapelmuur, perché alla sua sommità sorge una cappella, anzi Muur, semplicemente. Antonomasia. Pendenze verticali, pavé a ciottoli tondi. Lì si faceva la differenza, lì si vinceva la Ronde e poco importava del Bosberg che si ergeva ad ultima ascesa. Dall'anno scorso la musica è cambiata, il Muur pensionato, un ritorno all'antico, a prima del 1950. Non più poesia, ora nomi duri, cattivi. Vecchio Kwaremont, che sa di saggio, di antico, arcigno e severo come un montanaro, Koorteker, Kanarieberg, Koppenberg, infine Paterberg, che sembra padre e patema, breve, ma irto come una rampa di lancio, arcigno come una battaglia. Ultimo scoglio, ultimo dente, come si dice in gergo. Dopo pianura e arrivo, rincorsa se ci saranno gambe, assolo se qualcuno riuscirà a staccare tutti. Fiandre. Non serve aggiungere altro.

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