Wes in Wonderland

Scegli qualcosa che ami fare e fallo per il resto della tua vita”. Se lo sente dire – all’inizio di “Rushmore” – il quindicenne Max Fischer, ragazzino prodigio che in seconda elementare aveva scritto un atto unico sul Watergate. Alla Rushmore Academy entra grazie a una borsa, invece di studiare il programma fonda club filatelici, allena squadre sportive, si dedica all’astronomia e all’apicoltura, fa esercizi di calligrafia. Wes Anderson ne approfitta per riempire lo schermo di costumi e attrezzerie tra lo stravagante e il retrò (blazer con cappuccetto rosso, mazze da lacrosse, tavoli da backgammon, un libro con le imprese del comandante Jacques-Yves-Cousteau).

Wes in Wonderland

Scegli qualcosa che ami fare e fallo per il resto della tua vita”. Se lo sente dire – all’inizio di “Rushmore” – il quindicenne Max Fischer, ragazzino prodigio che in seconda elementare aveva scritto un atto unico sul Watergate. Alla Rushmore Academy entra grazie a una borsa, invece di studiare il programma fonda club filatelici, allena squadre sportive, si dedica all’astronomia e all’apicoltura, fa esercizi di calligrafia. Wes Anderson ne approfitta per riempire lo schermo di costumi e attrezzerie tra lo stravagante e il retrò (blazer con cappuccetto rosso, mazze da lacrosse, tavoli da backgammon, un libro con le imprese del comandante Jacques-Yves-Cousteau). A differenza del suo personaggio – per altri aspetti autobiografico – il quasi trentenne regista aveva ben chiara la sua vocazione: raccontare il mondo di Anderson. Anzi, illustrarlo con il suo particolarissimo stile visivo.

In “Grand Budapest Hotel” – nelle sale dal 10 aprile – il mondo di Anderson si innesta sul mondo di Stefan Zweig, scrittore viennese costretto all’esilio dai nazisti che gli avevano bruciato i libri. Al regista texano piacciono gli spazi ristretti e monotematici, arredati e abitati come case di bambola. Dopo la scuola di “Rushmore”, girato nel 1998, c’è la palazzina dei Tenenbaum, la nave dell’oceanologo Steve Zissou, gli scompartimenti del treno per il Darjeeling, la tana del volpacchiotto Mr Fox, il campeggio scout di “Moonrise Kingdom”. Qui ha trovato il modo per raddoppiare il divertimento.

Con la sua servitù, le sue gerarchie, la clientela che va e che viene, l’albergo di lusso è una miniera di storie per il cinema e la letteratura (di meglio c’è solo il castello con schiere di domestici). Figuriamoci se appare in tutto il suo splendore tra cime innevate e stambecchi, e per raggiungerlo serve una funicolare che da lontano pare un giocattolo. Si trova nella Repubblica di Zubrowka, ispirata ai fantasiosi staterelli dell’est Europa che negli anni Trenta facevano da sfondo alle passioni e alle avventure, quando i tombeur de femmes venivano perlopiù dall’Ungheria. Giardini di delizie, battezzati al cinema Sylvania e Ruritania, che ereditavano le dolcezze del vivere, condite con un pizzico di esotismo, dell’impero austroungarico.

Da tanto non sopportiamo più le chiacchiere sui non-luoghi: aeroporti o piazze da centri commerciali che secondo Marc Augé contraddistinguono la nostra misera postmodernità. Per Wes Anderson potremmo parlare di super-luoghi: arredati con cura maniacale, personalissimi, abitati da tipi umani (a volte anche volpini) che cocciutamente coltivano le proprie manie, le proprie malinconie e i propri amori contrastati. Gente bizzarra con un guardaroba che mai prevede cambi – dalla tuta azzurra del comandante Steve Zissou e del suo equipaggio al turbante sikh di “Il treno per il Darjeeling” (unica concessione qualche accappatoio). Sempre però intonato alle pareti, al mobilio, perfino ai prati quando se ne vede uno: lo studio delle tavolozze usate da Wes Anderson nei suoi film ha la complessità di una disciplina accademica. Rosa cipria, rosa confetto, rosso e prugna sono qui i colori dello sfarzo tra le due guerre, illuminato da magnifici lampadari. Il marroncino della finta pelle, con qualche tocco di arancione sotto una luce fredda e sgradevole sono  le tinte del socialismo turistico.

Per questo le parodie di Wes Anderson riescono così bene. L’ultima si intitola “The Midnight Coterie of Sinister Intruders”, dove “coterie” sta per congrega, e la ricercatezza del termine rima con la ricercatezza del regista texano che veste all’europea. Come i suoi personaggi sembra saldato al completo beige di velluto con Clarks (il modello a barchetta, bruttarello ma con il giusto tocco démodé). In alternativa una giacca di tweed, ed è esattamente quel che ha addosso Jude Law quando negli anni Sessanta passa le sue vacanze al Grand Budapest Hotel ormai cadente e semideserto.

In onda al “Saturday Night Live”, il filmino mostra Edward Norton in parrucca bionda, in una casa wesandersoniana virata al gotico: trofei di caccia alle pareti, signorina con pelliccia di visone e molletta fermacapelli, vecchio grammofono, tenda in salotto adibita a panic room. Dalle finestre scorge intrusi in tuta Adidas rossa e maschere (poi controlla meglio con il binocolo: l’immagine stondata è un’altra fissa del regista). Per la verità Wes Anderson ha provato anche a farsela da solo, la parodia, in uno spot per l’American Express: gira per il set nella parte di se stesso, impartisce ordini, controlla maniacalmente ogni dettaglio, esamina stoffe, pistole, il trucco delle attrici (la matita nera di Gwyneth Paltrow nei “Magnifici Tenenbaum” e l’ombreggiatura azzurra di Suzy Bishop in “Moonrise Kingdom” non vengono per caso).

Per la gioia dei fan, “Grand Budapest Hotel” arriva corredato (su internet ora, prossimamente nel Dvd) da una ricetta filmata che insegna a preparare il dolce prediletto dal concierge Gustave, specialità della pasticceria Mendl’s. Una torretta di tre bignè farciti con crema al cioccolato, decorati con glassa multicolore e arabeschi bianchi. Il grosso del lavoro – variazione sul doppio bignè noto come “religieuse” – lo ha fatto un pasticciere di Görlitz (in Sassonia, al confine con la Polonia e la Repubblica ceca). Lì sono stati girati gli interni del film, rimettendo a nuovo il monumentale Görlitzer Warenhaus, grande magazzino in disuso. Le rifiniture, le scatole con il nastro e il nome fiabesco – Courtesan au chocolat – hanno il tocco inconfondibile del regista.
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Molti profumieri sono stati consultati da Wes Anderson per L’Air de Panache, la scia di fragranza che Monsieur Gustave si lascia dietro nei corridoi e negli ascensori. La scelta è caduta sul negozio parigino Nose: il profumo rispecchia i gusti delle appassite miliardarie che il concierge intrattiene nelle loro suite. Anche i gigolò, come i bagni termali, sono un’invenzione del mondo di ieri celebrato e rimpianto da Stefan Zweig. Billy Wilder, che assieme al suo maestro Ernst Lubitsch viene amorevolmente saccheggiato da Wes Anderson, per arrotondare i guadagni da giornalista si prodigava come ballerino a tassametro. L’Air de Panache, con pompetta spruzzatrice, doveva essere un regalo per gli attori del film. In un atto di pietà verso i collezionisti, 5 flaconi sono messi a concorso sul sito della profumeria.
E’ un peccato che Matt Zoller Seitz, grande cultore del mondo di Anderson – di recente ha strapazzato i critici che badano a trame e contenuti trascurando la costruzione delle immagini – abbia fatto uscire “The Wes Anderson Collection” lo scorso agosto. Fermandosi alle tende degli scout, ai bermuda di Edward Norton, ai pantaloni multicolori di Bill Murray. La prossima edizione, oltre ai dolcetti fabbricati da Saoirse Ronan (ha una macchia scura sulla guancia, così aggraziata che pare uno sbaffo di cacao) e al profumo attira-vecchiette, dovrà riservare un posto d’onore al “Ragazzo con la mela”, il quadro di inestimabile valore che muove la trama, nel doppio senso dell’intreccio e della faccenda losca.

Falsissimo, attribuito a un inesistente Johannes Van Hoytl il Giovane e in realtà dipinto dall’artista britannico Michael Taylor (che riferisce: “Wes Anderson mi ha bombardato di immagini: Bronzino, pittori olandesi del Seicento, ritratti Tudor”) viene rubato dal concierge Gustave e dal fattorino Zero Moustafa – “garzoncello” nel doppiaggio italiano – e sostituito con un osceno Egon Schiele (apocrifo, il pittore si chiama Rich Pellegrino). Ci starebbe bene anche il modellino del “Grand Budapest Hotel” esposto durante la Berlinale in un salone dell’Adlon, il Grand Hotel nel film con Greta Garbo diretto nel 1932 da Edmund Goulding. Giusto per ribadire quel che Michael Chabon scrive nell’introduzione, sottolineando la passione di Wes Anderson per le scatole e per le cornici, con l’obbligatorio rimando agli oggetti messi nei box da Joseph Cornell.

Nella Repubblica di Zubrowka fanno da cornice tre diversi formati cinematografici, ognuno adatto all’epoca. Si comincia nel presente, quando una lettrice visita la tomba dello scrittore di “The Grand Budapest Hotel”. Oltre a Stefan Zweig viene in mente Sandor Marai, e i molti altri che hanno contribuito al mito letterario della Mitteleuropa (oggi) e alla letteratura popolare (ai tempi loro). Il bronzo diventa la faccia di Tom Wilkinson, che negli anni 80 spiega: “Sono le storie a trovare i romanzieri”. Altri vent’anni indietro e vediamo Jude Law, lo scrittore da giovane, a mollo in un bagno turco, incuriosito da un riccone che prenota una stanzetta monacale nel sottotetto.

Quando il Grand Budapest Hotel appare nella sua Repubblica da operetta, l’immagine diventa quasi quadrata, il formato che usava ai tempi di Lubitsch. I personaggi sono sempre al centro dell’immagine, ripresi un po’ da lontano, così si notano meglio i ricercatissimi sfondi. Wes Anderson rifugge dalla consueta composizione cinematografica, dallo scorcio, dal primo piano: siamo sicuri che li immagina come un orribile disordine realista. L’apoteosi è nella fuga dal carcere, dove spunta un tatuato Harvey Keitel: sbarre, cunicoli, finestrelle, montacarichi, cassoni da lavanderia, un montaggio slapstick da levare il fiato. Un consiglio: prima vedete il film e poi il videosaggio postato su Vimeo da Kogonada, con il titolo “Wes Anderson // Centered”. In caso contrario, immaginerete in ogni scena di “Grand Budapest Hotel” la riga di mezzeria che il videosaggista usa per dimostrare la sua tesi (altre righe, più numerose e in fuga prospettica, sono in “Kubrick // One Centered Perspective”, un altro montaggio riunisce le inquadrature dal basso care a Quentin Tarantino).

“Ho sempre sognato di essere un’orfana. Quasi tutti i miei personaggi preferiti lo sono”. Parole di Suzy Bishop, gran lettrice e ascoltatrice dei 45 giri di Françoise Hardy sul giradischi portatile, rivolte a Sam Shakusky, dodicenne senza genitori. Orfani, o comunque in cerca di un padre putativo – se il padre vero esiste, o latita o ha comportamenti adolescenziali – sono quasi tutti i personaggi di Wes Anderson, disegnati come bambole di carta nelle pagine di “The Wes Anderson Collection”. Orfano di guerra è Zero Moustafa (che noi pronunceremmo con l’accento sull’ultima “a”, mentre il doppiaggese opta per “mustàfa”), ultimo dei fattorini al Grand Budapest Hotel, addestrato da monsieur Gustave. Pettinato e baffuto come Stefan Zweig, il concierge crede nelle forme e nei dettagli che tengono lontana la barbarie. Quando finisce in carcere passa con il carrello della zuppa e la serve ai prigionieri come un potage da grande chef.

Lo arrestano con l’accusa di aver avvelenato la decrepita contessa DesGoffe und Taxis (Tilda Swinton molto truccata): “Cominci con il filetto, quando passano gli anni devi accontentarti di tagli meno pregiati”, spiega al fattorino tanto giovane da doversi disegnare i baffi con la matita. Una new entry nel mondo di Anderson, che finora sul sesso sorvolava. Si sente l’effetto del maestro Lubitsch, bravo a suggerire sconcezze senza mostrarle e a raccontare anche le tragedie con leggerezza (il Grand Hotel Budapest occupato da soldati con le insegne ZZ, ricorda “Vogliamo vivere”). Da spartirsi c’è molto più del set di valigie Louis Vuitton conteso dai fratelli in “Un treno per il Darjeeling”, il testamento originale ha modifiche bastanti per riempire uno scatolone, l’erede legittimo Dimitri – Adrien Brody in uno dei suoi migliori travestimenti – arruola il killer Willem Dafoe: pensatelo come Dracula in cappotto di Prada, anche il vampiro è un prodotto tipico di quei luoghi. Da qui l’inseguimento sugli sci e in motocicletta, la sparatoria, quattro dita mozzate. Una decisa escalation: a Margot Tenenbaum mancava solo il mignolo della mano destra.

Zero non sa far nulla, prestissimo impara tutto (sarà lui a rampognare il suo ancor più giovane sostituto, quando fornisce un’informazione sugli ospiti: un fattorino deve confondersi con il mobilio). Da grande, potrà far parte della “Società delle Chiavi Incrociate” segreta alleanza tra portieri dei migliori alberghi del mondo. L’occasione per far entrare nel già ricchissimo cast un altro po’ di attori, da Bill Murray a Bob Balaban.

Le famiglie nei film di Wes Anderson sono disastrate. La famiglia cinematografica del regista ha legami fortissimi. Il primo parente acquisito fu Owen Wilson, nel 1992 scrissero insieme il cortometraggio “Bottle Rocket”. Quando Wes Anderson – che allora aveva i capelli corti – presentò al Sundance il lungometraggio con lo stesso titolo, nei crediti si erano aggiunti altri due fratelli Wilson, l’attore Luke e il produttore Andrew. Sul set di “Grand Budapest Hotel” erano un bel gruppo, abitavano nello stesso albergo e cenavano insieme.

Jeff Goldblum – l’esecutore testamentario, accompagnato da un gatto persiano che fa tanto cattivo-della-Spectre nei film di James Bond – ha raccontato in un’intervista che del film esiste una versione animata, con Wes Anderson che doppia tutti i personaggi. Dopo aver girato “The Fantastic Mr Fox” con i pupazzetti in stop motion – per “girato” si intende che lui stava a Parigi a guardare i giornalieri e gli animatori lavoravano a Londra – deve averci preso gusto. Al punto da lasciarsi scappare, in un’intervista alla National Public Radio, che gli attori quando si aggirano nelle miniature sbrigativamente chiamate set un po’ di disordine lo portano.

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