Stato islamico d'Iraq

Premessa. Lo Stato islamico è un’organizzazione che sta facendo la guerra contro il governo in Iraq. Mille morti a gennaio, milletrecento a febbraio, milleseicento a marzo. Se però leggete su un giornale che lo Stato islamico in Iraq è un “gruppo affiliato ad al Qaida”, buttate pure via l’articolo perché non vale la pena andare avanti. Lo Stato islamico ha sì le stesse tattiche di guerra di al Qaida – più violente anche – e l’ideologia è identica, ma c’è stata una scissione: ora lo Stato islamico è un nemico mortale di al Qaida, al punto che alcuni suoi uomini sono arrivati a scomunicarne il capo ed erede di Bin Laden, l’egiziano Ayman al Zawahiri, e lo considerano un “apostata”.

Premessa. Lo Stato islamico è un’organizzazione che sta facendo la guerra contro il governo in Iraq. Mille morti a gennaio, milletrecento a febbraio, milleseicento a marzo. Se però leggete su un giornale che lo Stato islamico in Iraq è un “gruppo affiliato ad al Qaida”, buttate pure via l’articolo perché non vale la pena andare avanti. Lo Stato islamico ha sì le stesse tattiche di guerra di al Qaida – più violente anche – e l’ideologia è identica, ma c’è stata una scissione: ora lo Stato islamico è un nemico mortale di al Qaida, al punto che alcuni suoi uomini sono arrivati a scomunicarne il capo ed erede di Bin Laden, l’egiziano Ayman al Zawahiri, e lo considerano un “apostata” (questa dichiarazione è una cosa grave, equivale a una condanna a morte, loro sono così inflessibili in dottrina che a un certo punto hanno accusato di apostasia anche i talebani afghani, poi hanno detto di no, insomma ora c’è una discussione in corso). Dalla scomunica si è passati alla guerra aperta tra le due organizzazioni, per ora in Siria, con stragi e autobomba. Da gennaio parlare ancora di “gruppo legato ad al Qaida” in Iraq non è più una semplificazione, è un errore. Ieri Al Zawahiri ha risposto con un video di undici minuti che suona come una controscomunica, accusa lo Stato islamico di essere deviante, come gli algerini del Gruppo islamico armato negli anni Novanta. Volano gli stracci, l’egiziano vuole una corte shariatica superiore che decida chi ha ragione e chi torto e metta fine a questa guerra dentro la guerra.

Tre camionisti viaggiano incolonnati sull’autostrada che da Baghdad porta in Giordania attraverso la provincia di Anbar. Incappano in un posto di blocco dello Stato islamico. Fermano i camion, scendono, mostrano i documenti agli uomini armati, pretendono di essere sunniti – il che in teoria equivale alla salvezza, perché lo Stato islamico si considera protettore dei sunniti ed è furioso con gli alawiti siriani e con gli sciiti – che sono altre due fedi islamiche, i primi comandano in Siria e i secondi sono al potere in Iraq. Il capo dei barbuti, un sunnita con le spalle larghe, comincia a interrogare i tre per capire se siano davvero chi dicono di essere. Chiede: quante volte ci si prostra durante la preghiera rituale? I camionisti esitano, s’impappinano, danno risposte diverse, chi dice due, chi tre, oppure cinque, sembra una scena fantozziana in arabo e sono faccia a faccia con gli uomini più pericolosi dell’Iraq. Falliscono il test. Il capo li accompagna sullo spartitraffico tra le due corsie con la camminata lenta di chi non ha fretta, li fa inginocchiare sulla sabbia, spara loro nella schiena, quelli sono ancora increduli mentre muoiono: dieci minuti prima erano seduti al posto di guida, poi hanno sbagliato a rispondere a una domanda. Un aiutante del capo incendia gli abitacoli dei tre Tir con una bottiglia di benzina. Questo video risale a giugno 2013 e ha fatto il giro dei siti del jihad, ne esiste anche una variante “scherzosa”: qualcuno ha sovrimpresso a una copia del filmato la grafica di “Chi vuol essere milionario?” – con le quattro risposte possibili.

Grazie al fermo immagine si vede che l’uomo che uccide i tre camionisti porta una tracolla bianca: è piena di esplosivo ed è collegata a un piccolo interruttore coperto da un cappuccio di sicurezza in plastica. Lui ha passato tre anni in cella, è fuggito grazie a un assalto dello Stato islamico contro la prigione in cui era rinchiuso, ora ha giurato di non farsi prendere vivo. Si chiama Abu Waheeb e a partire da quella esecuzione in video è diventato un’icona della guerriglia irachena. Non passa una settimana senza che altre sue foto arrivino su internet mentre impugna armi, guarda l’orizzonte, cammina tra cadaveri di soldati sul campo di un qualche assalto o allunga il braccio come un trespolo per il suo falco. Nei paesi del Golfo le simpatizzanti giovani dello Stato islamico pubblicano le sue foto sui social media e ne parlano come l’uomo dei loro sogni, c’è un effetto popstar. Lo Stato islamico ha capito di avere a disposizione una risorsa carismatica, la sfrutta a fondo, fioccano i soprannomi: “Il leone del deserto”, “Il cacciatore di Nusayri” (un termine derogativo per indicare i siriani di fede alawita), “L’erede di Zarqawi” (con riferimento ad Abu Mussab al Zarqawi, il giordano capo di al Qaida ucciso in Iraq dagli americani nel 2006). Abu Waheeb non si sottrae, dietro lo schermo della sua impassibilità: una foto dentro il quartiere generale della polizia di Ramadi (vicino Fallujah) – dopo averlo espugnato in combattimento – mentre telefona dalla scrivania del capo e legge i suoi dossier, un’altra mentre impugna un lanciamissili da spalla, in questa pagina lo vedete davanti a un pick-up dell’esercito iracheno in fiamme. Tutta questa celebrità ha fatto scattare la gelosia di qualche superiore dell’organizzazione per il giovane Waheeb, perché nelle foto scattate in azione il suo volto riconoscibilissimo appare e invece è oscurato nei filmati ufficiali dello Stato islamico, che sono editati e sono messi sul web settimane dopo.

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Per un’accorta strategia comunciativa, l’ubiquo Abu Waheeb è il leader nella regione di Anbar, ma il leader di tutta l’organizzazione è l’elusivo e invisibile Abu Bakr al Baghdadi, di cui esistono soltanto due immagini – di una non è nemmeno certa l’autenticità. In Iraq lo Stato islamico di Al Baghdadi sta costruendo un’epopea violenta e fuori per ora ci fanno caso in pochi. Decine di fotografie e video tutte le settimane, materiale così abbondante che è difficile tenere il passo. Da Mosul ieri è arrivata una serie di scatti: un ufficiale di polizia aspetta l’autobus seduto alla fermata, un uomo tira fuori una pistola dalla cinta, è un killer dello Stato islamico, gli spara in faccia davanti alla fotocamera di un complice. Verrebbe da scrivere che è “un gruppo”, ma fonti del Foglio fanno notare che sarebbe un errore, non vogliono essere “un gruppo” come gli altri, che in arabo si dice “jama’a”, bensì ci tengono a definirsi come una “dawlah”: uno stato. In molti governatorati è ancora un’entità clandestina, in altre aree è già una realtà pubblica e riconosciuta che si sta consolidando.

E’ il 20 marzo, la Dawlah islamica avanza in parata nelle strade di Fallujah. Gli abitanti fanno ala e riprendono tutto tenendo alzati i telefonini. Circa seicento combattenti sfilano a bordo di centocinquanta veicoli, molti dei quali sono bottino di guerra catturato all’esercito iracheno – e alcuni erano stati lasciati in dono dall’esercito americano andato via nel 2011. Nel corteo ci sono quattro Humvees, i blindati che hanno fatto la storia della guerra del Pentagono in Iraq e ora sono passati di proprietario. Ci sono anche un cingolato per il trasporto truppe e un cannone montato su un camion. Per riprendere il gigantesco convoglio armato lo Stato islamico usa anche un mini drone Phantom FC40 con una telecamera, di quelli che si prendono nei negozi specializzati, manovrato con una app su Android. La parata passa in centro per la strada 40 e sul cavalcavia sopra l’autostrada, la folla irachena applaude i combattenti dieci anni dopo la battaglia cruenta che i marine ingaggiarono per sloggiarli dalla città.

Capito il simbolismo? Potrebbe pure esaurirsi qui: lo Stato islamico torna a controllare le strade di Fallujah a bordo degli stessi mezzi che usavano i marine. Dalla città, però, il corteo si sposta indisturbato ancora verso ovest, verso la capitale Baghdad, e si ferma prima, in una via centrale della piccola cittadina di Abu Ghraib. Anche lì, torme soprattutto di ragazzini celebrano il passaggio dello Stato islamico a poca distanza dai muri del carcere – conosciuto in tutto il mondo per lo scandalo del 2004, quando i media americani trovarono e pubblicarono le foto del trattamento inumano riservato ai prigionieri iracheni. I ragazzi si arrampicano sui mezzi tra gli uomini in passamontagna, sventolano le bandiere nere. L’aeroporto internazionale della capitale è a dieci chilometri.

A luglio lo Stato islamico ha dato l’assalto alla prigione di Abu Ghraib e ha liberato centinaia di suoi uomini (queste evasioni di massa sono un grande energizzante per la Dawlah, dopo le operazioni raddoppiano). Il senso di un degrado rapido della situazione è in ogni notizia, anche se la faccenda è complessivamente ignorata dai media internazionali – forse perché lavorare in Iraq è diventato anche più difficile che durante la guerra, ci vogliono autorizzazioni multiple da parte del governo, il rischio è alto e soltanto affittare un letto in un posto sicuro costa 4.500 dollari al mese. Forse questo mese ci sarà una pausa nel disinteresse perché a Baghdad ci sono le elezioni presidenziali, ma non durerà a lungo. Lo Stato islamico resterà invece lì, alle porte della capitale, pronto a fare il balzo. Secondo uno degli analisti americani più attenti, Joel Wing, “è soltanto questione di tempo prima che lo Stato islamico passi dagli attentati con le autobomba ai combattimenti strada per strada a Baghdad”.

Alcuni analisti dicono che il governo del presidente sciita Nouri al Maliki ha sbagliato negli anni passati, ha trattato male la minoranza sunnita e ora paga le conseguenze: quelli se ne vanno con lo Stato islamico, oppure se ne fanno oggettivamente complici. I sunniti hanno organizzato grandi sit-in con le tende in stile primavera araba, sono stati repressi duramente, accusati di essere terroristi. Evocati dal governo, come al solito succede, i terroristi sono poi arrivati davvero. Secondo le stime, soltanto un terzo dei combattenti sunniti in questo momento fa parte dello Stato islamico e combatte per un futuro Califfato. Importa veramente, quando l’esercito ha ormai perso da tre mesi il controllo di aree? C’era l’idea di scrivere un reportage per il Foglio da Mosul, a nord, la seconda città del paese. Un lavoro breve di una settimana. Questa è la risposta: “Non si può, la città è troppo pericolosa a causa della presenza dello Stato islamico”.

Quando c’erano ancora gli americani le parate così lunghe in Iraq non esistevano, sarebbe stato troppo rischioso con tutti quegli elicotteri e droni per aria, ci sarebbe stato un bombardamento. Centocinquanta veicoli a Fallujah? Bombardamento quasi immediato. Lo stesso ad Abu Ghraib. Il primo giorno di novembre il presidente iracheno Nouri al Maliki è andato a Washington a chiedere aiuto, il presidente Obama ha mandato segretamente i droni disarmati a volare per otto settimane sul deserto di Anbar a raccogliere intelligence sui campi d’addestramento dello Stato islamico, poi a fine dicembre gli americani hanno smesso perché gli iracheni temevano che sarebbero stati scoperti. Ci sarebbe stato un grave imbarazzo che avrebbe dato ragione a chi dipinge il governo di Baghdad come un suddito di Washington – è l’unico governo al mondo a essere accusato di essere suddito anche di Teheran allo stesso tempo e questo fa intuire quanto è complicata la situazione.

L’Amministrazione americana ha scelto la linea dell’aiuto massiccio per tenere a bada lo Stato islamico, ma senza tornare a impegnare nemmeno un soldato a terra. A dicembre ha mandato settanta missili Hellfire, sono quelli usati dai droni, che però gli iracheni non hanno, così i missili sono sistemati sotto piccoli aerei Cessna da turismo che volano sul centro del paese alla ricerca di obbiettivi da colpire e poi tornano ad atterrare in una base vicino Tikrit, a nord di Baghdad, dove c’è un’impresa privata americana che se ne prende cura – ma il contratto scade questo aprile, chissà se sarà rinnovato. A gennaio l’Amministrazione americana ha mandato in Iraq altri cento missili Hellfire, e poi undici milioni di proiettili, migliaia di mitragliatrici, fucili d’assalto, fucili da cecchino. La settimana scorsa l’ex direttore della Nsa, John Inglis, ha detto al Los Angeles Times che l’agenzia del governo registra tutte le conversazioni telefoniche e intercetta tutti gli Sms e prende nota della posizione di tutti gli utenti in Iraq. A marzo il Washington Post s’era fatto avanti con lo scoop, dicendo che la Nsa sta sorvegliando un paese intero, ma aveva precisato che il governo americano aveva chiesto di non dire che paese – per non creare problemi. Il segreto è durato un paio di settimane. Sembra che gli americani usino un programma chiamato Mystic che fagocita e immagazzina tutte le conversazioni degli ultimi trenta giorni e ha una caratteristica speciale, chiamata Retro, che permette di riascoltare cosa ha detto un singolo intercettato. Un tempo si individuava un sospetto e si origliava il suo telefono; ora lo si individua e si scopre anche cosa ha detto nel mese precedente.

Se l’America manda le armi e ascolta le telefonate, sul campo a guidare la controguerriglia contro la Dawla c’è il cosiddetto “Reggimento dorato”, le forze speciali dell’Iraq. Gli americani addestrano gli iracheni in un campo speciale in Giordania, costruito nel 2009 su progetto del Pentagono (e con finanziamenti americani) dentro un canyon roccioso a nord di Amman. L’ironia della situazione è che nello stesso complesso militare gli americani addestrano pure i ribelli siriani che fanno la guerra al presidente Bashar el Assad – che è alleato del presidente iracheno Maliki – che combatte una battaglia esistenziale contro lo Stato islamico – che è nemico mortale dei ribelli siriani. E’ il medio oriente contemporaneo, non ci si può fare nulla.

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