Numeri da una tragedia inventata

La chiameremo L. G. per raccontare non una storia (peraltro verissima), quanto una bugia statistica. Una delle molte che piegano il modo di rappresentare la situazione del lavoro in Italia a quello che il Foglio ha definito “onanismo della disoccupazione”. L. è una ventenne romana che da febbraio è andata a Londra a ingrossare le file dei ragazzi in cerca di fortuna. Ma qui L. un lavoro lo aveva, anzi due. Solo che girava a vuoto. Non essendosi iscritta all’università, cercava uno sbocco per la sua grande passione, il montaggio cinematografico. Una scuola, salatissima nonostante i sussidi pubblici, un test a vuoto al Centro sperimentale di cinematografia. L. non si scoraggia e gira video promozionali per locali e pub, intanto si impiega in un ristorante, a cinque euro l’ora; tutto in nero.

Numeri da una tragedia inventata

La chiameremo L. G. per raccontare non una storia (peraltro verissima), quanto una bugia statistica. Una delle molte che piegano il modo di rappresentare la situazione del lavoro in Italia a quello che il Foglio ha definito “onanismo della disoccupazione”. L. è una ventenne romana che da febbraio è andata a Londra a ingrossare le file dei ragazzi in cerca di fortuna. Ma qui L. un lavoro lo aveva, anzi due. Solo che girava a vuoto. Non essendosi iscritta all’università, cercava uno sbocco per la sua grande passione, il montaggio cinematografico. Una scuola, salatissima nonostante i sussidi pubblici, un test a vuoto al Centro sperimentale di cinematografia. L. non si scoraggia e gira video promozionali per locali e pub, intanto si impiega in un ristorante, a cinque euro l’ora; tutto in nero. Ma “piuttosto che iscrivermi in una facoltà di parcheggio per quattro anni”, L. va a Londra, dove ha già lavorato. La concorrenza non solo di giovani italiani, ma anche francesi, spagnoli e altri figli dell’euro, è aumentata; e dunque tocca consumarsi le suole e la oyster card della metropolitana. Comunque in un mese e mezzo trova una casa decorosa, apre il conto in banca necessario per accrediti e pagamenti, ottiene il codice Nin [**Video_box_2**](National identification number) per lavorare e usufruire di eventuali benefici sociali, e infine il primo lavoro. Sempre cameriera, ma con qualche altra proposta, e si iscrive a una scuola di cinefotografia che le prospetta lavori per eventi e feste. Fa insomma quel che faceva a Roma, ma con tre differenze: guadagna sette pound l’ora, quasi otto euro invece di cinque. Ha un contratto regolare. E per le statistiche inglesi non è più una giovane disoccupata; però lo è ancora e lo resterà chissà quanto per quelle italiane.  Le quali, quindi, dicono bugie. I numeri sono infatti figli di un sistema economico e sociale da ancien régime. Per dirne una, la disoccupazione giovanile viene misurata tra 15 e 24 anni; ma dal 2004 la scuola dell’obbligo è stata elevata a 16, con il divieto (a differenza che in Germania) di lavorare. Nel biennio 2008-2009 l’Istat ha censito una frequenza alle scuole superiori, che terminano a 18 anni, di oltre il 90 per cento. Quanto alle università, si va dal 35 per cento dei maschi al 50 delle femmine. Dunque di che cosa stiamo parlando? La disoccupazione giovanile esiste, ma non parte dai 15 anni. Bisognerebbe scorporare almeno gli studenti delle superiori e il 40 per cento di quelli in età universitaria: si scoprirebbe che i giovani disoccupati non sono il 42,3 per cento, ma il 18. Non pochi, ma neppure una catastrofe. Poi ci sono gli “scoraggiati”: più che una categoria di disoccupati, uno stato d’animo. Chi misura il tasso di scoraggiamento, se non ci sono centri per l’impiego attivo di tipo scandinavo o anglosassone, in grado di verificare sul serio l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro? Tutto però fa brodo per il piagnonismo nazionale: “Oltre 9 milioni tra disoccupati, precari e scoraggiati”, titola per esempio Repubblica. Ma un precario non è necessariamente uno sfruttato: è un contratto a termine, la tipologia più diffusa nel mondo. Vanno bene solo i posti fissi, magari ex articolo 18, e perché no nel pubblico impiego? Un’altra rivisitazione la meriterebbe il lavoro nero. Le stime di Banca d’Italia danno all’Italia il record europeo, per un giro di 333 miliardi di euro, il 21 per cento del pil. Un terzo determinato da prestazioni non dichiarate di soggetti noti al fisco, e per due terzi da un sommerso totale. Quanti di quel 13 per cento di disoccupati vi incappano? Tenendoci bassi ipotizziamo almeno un punto: 250 mila persone. Aggiungiamo oltre la metà dei disoccupati tra i 15 e 24 anni, cioè 400 mila. Togliamo qualche scoraggiato e chi non passa per le (inutili) agenzie sindacali. Infine mettiamoci tutte le L. disoccupate per noi ma non per l’Inghilterra. Forse scopriremo che la disoccupazione vera è del 10 per cento: sempre un grande problema. Ma non una tragedia, se non ce la inventiamo noi.

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