Il lavoro è vivo, il vero freno è un vecchio pregiudizio novecentesco

Finora l’Italia è rimasta ancorata a un paradigma novecentesco che ha permeato una cultura del lavoro che rifugge il lavoro stesso, inteso come fatica, calli sulle mani, sudore, quello delle “hard working people” nel mondo anglosassone (non a caso all’Università di Harvard c’è la scritta: “Non dirmi chi sei, dimmi cosa sai fare” e chi protestava davanti alla Sorbona di Parigi nel ‘68 gridava “abbasso il lavoro”). Chissà quanta quota parte dei disoccupati d’oggi è figlia di quel pensiero, incarnato dall’ala conservatrice del Partito democratico e dalla Cgil di Susanna Camusso. Loro si lagnano per l’emergenza occupazionale ma il lavoro c’è: basta prendere un quindicinale laziale per trovare oltre un centinaio d’offerte d’ogni tipo, operai, informatici, segretari, fissi o part-time.

Il lavoro è vivo, il vero freno è un vecchio pregiudizio novecentesco

Finora l’Italia è rimasta ancorata a un paradigma novecentesco che ha permeato una cultura del lavoro che rifugge il lavoro stesso, inteso come fatica, calli sulle mani, sudore, quello delle “hard working people” nel mondo anglosassone (non a caso all’Università di Harvard c’è la scritta: “Non dirmi chi sei, dimmi cosa sai fare” e chi protestava davanti alla Sorbona di Parigi nel ‘68 gridava “abbasso il lavoro”). Chissà quanta quota parte dei disoccupati d’oggi è figlia di quel pensiero, incarnato dall’ala conservatrice del Partito democratico e dalla Cgil di Susanna Camusso. Loro si lagnano per l’emergenza occupazionale ma il lavoro c’è: basta prendere un quindicinale laziale per trovare oltre un centinaio d’offerte d’ogni tipo, operai, informatici, segretari, fissi o part-time. E si scandalizzano per una disoccupazione al 13 per cento, ma l’unica reazione che hanno davanti alla “flessibilità” del pragmatico decreto Poletti è un riflesso pavloviano (quel decreto è “la solita volgare ricetta”, ha detto ieri Camusso). Logiche incrostate, distanti da un’economia globalizzata tesa a rimettersi in moto dopo essere stata prostrata dalla recessione. Logiche che hanno penetrato la forma mentis delle famiglie e quindi dei giovani – incolpevoli della crisi ma intrisi di una cultura fuori dal tempo – derivanti da un pregiudizio suicida per una nazione demograficamente tracollante dove ai ragazzi s’inculca l’idea che il lavoro è solo quello che viene dopo quindici anni di studio (dalle elementari all’università). C’è da scommettere che in molti hanno studiato solo per seguire i dettami paterni (“vuoi andare a fare il garzone?”) sebbene i libri non fossero nelle loro corde. Eppure avrebbero potuto ambire alla Apple come ha fatto James Marcus Bach (autore di “La scuola fa male”) da un programmatore autodidatta. Oppure fare l’apprendista disegnatore e poi diventare architetto di fama mondiale, come lo svizzero Mario Botta. Una formazione zoppa – che svilisce l’apprendimento sul campo – è il prodotto malato di questo [**Video_box_2**]pregiudizio secolare, come mirabilmente esposto da  Giuseppe Bertagna, ordinario di Pedagogia generale e sociale all’Università di Bergamo, in “Lavoro e Formazione dei Giovani” (edizioni La scuola, 2011). “Dobbiamo finalmente liberare il lavoro. Il 49 per cento dei nostri giovani sceglie il liceo (unico caso al mondo) e ambisce a diventare classe dirigente, un collo di bottiglia, e invece di crescere lavorando e sviluppando le proprie eccellenze, va in università controvoglia, conclude in ritardo e finisce nel calderone dei famigerati neet (quelli che non s’aggiornano né lavorano, ndr)”, dice al Foglio Bertagna (che prima d’insegnare faceva il camionista). Ora le cose iniziano a cambiare: il lavoro rifiata e la mentalità muta. Per ora sono dei cambiamenti molto sottili rintracciati dall’osservatorio di Manpower, multinazionale della consulenza per le imprese, che intermedia circa l’1 per cento del mercato del lavoro italiano. A febbraio le richieste di contratti a tempo determinato sono aumentate del 10-12 per cento rispetto al 2013 in settori produttivi (metalmeccanica, gomma e plastica) per soddisfare le commesse in arrivo. Nello stesso periodo le assunzioni a tempo indeterminato sono cresciute del 25 per cento in imprese che cercano competenze molto specifiche, figure gestionali, e addetti per nuovi mestieri (web, marketing, digitale). “Si respira aria di ripresa – dice Stefano Scabbio, ad di Manpower Italia, Spagna e Portogallo – Stiamo registrando un cambio positivo che spero faccia presagire un recupero. Ci riferiamo però solo al centro-nord, al sud la situazione resta stagnante”. Il vento è cambiato pure nella testa di chi cerca lavoro ma aspettava, e magari puntava in alto o a un posto fisso. “Dopo una crisi pesante come questa le persone hanno ridimensionato le loro aspettative ripiegando – dice Scabbio – sul lavoro che trovano: a tempo determinato, flessibile o part-time che sia l’importante è non sprecare il proprio capitale umano. E questo fa sì che si debbano accettare dei compromessi”, chiosa Scabbio. La crisi riuscirà a sradicare anche antichi pregiudizi?

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