Il cuore, l’amore e la ragione sono insieme e in legame tra loro la vera sostanza del cristianesimo

Un discorso molto coraggioso, verso l’islam nel richiamo alla necessità dell’interpretazione, e nei confronti della cultura occidentale che viene messa di fronte ai suoi limiti”, ma sempre con un “atteggiamento positivo” che consenta di “stare dentro la cultura contemporanea”. Il cardinale Camillo Ruini, già vicario del Papa per la diocesi di Roma dal 1991 al 2008 e presidente della Cei dal 1991 al 2007, commenta così, in un colloquio con il Foglio, il discorso pronunciato da Benedetto XVI il 12 settembre 2006 nell’Aula Magna dell’Università di Ratisbona, in Germania.

Il cuore, l’amore e la ragione sono insieme e in legame tra loro la vera sostanza del cristianesimo

Un discorso molto coraggioso, verso l’islam nel richiamo alla necessità dell’interpretazione, e nei confronti della cultura occidentale che viene messa di fronte ai suoi limiti”, ma sempre con un “atteggiamento positivo” che consenta di “stare dentro la cultura contemporanea”. Il cardinale Camillo Ruini, già vicario del Papa per la diocesi di Roma dal 1991 al 2008 e presidente della Cei dal 1991 al 2007, commenta così, in un colloquio con il Foglio, il discorso pronunciato da Benedetto XVI il 12 settembre 2006 nell’Aula Magna dell’Università di Ratisbona, in Germania.

Passato alla storia per la frase sull’islam, il punto centrale del discorso di Ratisbona ruotava attorno all’interrogativo se agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio. E’ una sfida ancora attuale nella società contemporanea?

“La polemica di allora, fortissima, fu accidentale rispetto al testo. La sfida indicata dall’interrogativo ‘agire contro la ragione è in contraddizione con la natura di Dio?’ è certamente attuale, se non altro per il fondamentalismo così ben presente oggi. Ma costituisce anche una questione di lungo periodo, che nel corso dei secoli ha assunto varie forme. L’intervento di Benedetto XVI a Ratisbona ne fa una sorta di presentazione storica. Ratzinger inizia con la posizione dell’islam che, per esaltare la trascendenza divina, tende a slegare anche dalla ragione la volontà di Dio. Ma poi fa riferimento ai teologi cristiani del tardo Medioevo, cominciando con Scoto e proseguendo con Occam e il nominalismo. Parla quindi delle tre ondate della de-ellenizzazione del cristianesimo. La prima è stata quella della Riforma protestante, che voleva liberare la fede dai condizionamenti della filosofia. Kant ha agito sulla base di questo programma e così ha operato la ‘rivoluzione copernicana’ della filosofia moderna, negando alla ragione teoretica l’accesso alla metafisica, cioè alla realtà come tale. Ratzinger pertanto dice giustamente che questo problema ha a che fare con la storia universale e non è solo una questione di religione. Per lui, dal punto di vista del cristianesimo, è fondamentale il prologo di Giovanni ‘in principio era il Verbo’, il Logos. Lì c’è già, in radice, la risposta alla sfida attuale, che non è solo quella del fondamentalismo, ma – in occidente – è soprattutto quella della secolarizzazione. Tra fondamentalismo e secolarizzazione vi è certamente un contrasto radicale, perché uno opta per la fede, seppur concepita a suo modo, e l’altra per la ragione. Ma c’è anche un punto di convergenza profonda: entrambi sostengono la rottura e l’incompatibilità tra fede e ragione”.

Un passaggio essenziale del discorso è quello in cui Joseph Ratzinger sottolinea che Dio è sì Logos, ma anche Agape. E’ l’invito a sbarazzarsi dell’idea che amore e ragione non siano legate alla verità, all’essere, alla metafisica. E’ questo un tema centrale per Benedetto XVI?

“In tutta la produzione di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, accanto all’affermazione di Giovanni 1,1, ‘in principio era il Verbo’, è ugualmente fondamentale l’altra affermazione ‘Dio è Agape’ (1 Giovanni 4, 8 e 16). Logos e Agape non vanno affatto contrapposti. Non c’è un’alternativa tra ragione e amore, ed è interessante che, come rappresentante dell’intellettualismo, il Pontefice oggi emerito citi non solo Tommaso, ma anche Agostino, che è il suo autore preferito insieme a Bonaventura. L’uomo è dunque, concretamente ed esistenzialmente, unità di intelletto e volontà, senza possibilità di ridurre l’uno all’altra. Dobbiamo ricordare inoltre la tesi di Ratzinger riguardo alla vera forza della missione cristiana: alla domanda su come il cristianesimo si sia imposto nel mondo antico e fino all’età moderna, risponde che lo ha fatto congiungendo la verità dell’unico Dio e l’amore operoso del prossimo, in particolare di chi ha più bisogno. E così la missione deve procedere anche oggi”.

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Ratzinger a Ratisbona avverte che c’è il rischio concreto di ricacciare la religione nel campo delle sottoculture. Ma questo non rende la ragione incapace di inserirsi nel dialogo delle culture, dialogo di cui oggi più che mai si sente l’esigenza?
“Purtroppo sì. Alla radice di questo rischio c’è la restrizione della ragione a ciò che è verificabile: questo è il problema centrale. Restrizione che assume vari volti: scientismo, storicismo, individualismo libertario. Nell’ambito delle scienze l’assolutizzazione della ragione che verifica è già da tempo confutata, nell’epistemologia del secolo Ventesimo: sia Popper sia Kuhn sottolineano i limiti della ragione scientifica, non certo la sua universalità e assolutezza. Tuttavia la chiusura della ragione rispetto alla metafisica, alla verità dell’essere, rimane un punto di fondo che la cultura moderna e contemporanea hanno grande difficoltà a superare. Temono sempre che superando questo limite si cada in un atteggiamento pre-kantiano, pre-critico. Nasce da qui la frattura con le religioni, e non solo con le grandi religioni dell’umanità, ma anche con il nostro passato sia umanistico sia illuministico, che aveva una grande e spesso eccessiva fiducia nella ragione. Si può dire che la prospettiva antimetafisica, contro le sue intenzioni, finisce con il tagliare le radici della nostra stessa civiltà”.

In un’Europa preda della secolarizzazione, Benedetto XVI invitava ad avere coraggio nell’aprirsi all’ampiezza della ragione e non al rifiuto della sua grandezza. Oggi, con la laïcité che in gran parte dell’occidente è diventata una sorta di religione, si può considerare ancora attuale tale considerazione?

“E’ più che mai attuale. Ratzinger è stato spesso accusato di essere antimoderno, ma nella sostanza non lo è. Apprezza grandemente la ragione e la cultura moderna e contemporanea, i suoi sviluppi, i suoi risultati, come lo sviluppo scientifico, lo stato di diritto, la libertà politica. Lo stesso può dirsi di Giovanni Paolo II. Per Benedetto XVI non si tratta dunque di rifiutare la ragione moderna, bensì di ripensarla dall’interno e così aprirla al futuro, superando le sue chiusure. Il discorso dell’intelligenza creatrice, che a Ratisbona è proposto molto sinteticamente, è un esempio di apertura della ragione scientifica dal suo interno. Non è un argomento scientifico, ma filosofico: non è cioè un argomento che la scienza possa sviluppare stando nei propri limiti. Parte però dalla conoscibilità della natura, che è il presupposto – magari nascosto e implicito ma innegabile – di ogni approccio scientifico alla natura stessa. E più precisamente parte da una caratteristica fondamentale di questo approccio, l’impiego della matematica. Vorrei aggiungere una riflessione sull’apertura all’essere, spesso considerata un tradimento della ragione critica, tanto che anche i pensatori più disponibili a fare spazio ad accogliere la religione hanno sempre questa remora. In realtà quell’apertura non è un atteggiamento meno critico, ma più critico. La nostra intelligenza, infatti, è portata a interrogarsi illimitatamente, come la nostra libertà è portata a desiderare senza limite. Ogni limite posto all’interrogarsi è dunque illusorio. Ogni volta che pongo uno stop al mio domandare, sorge subito la domanda: come si giustifica la legittimità di questo limite? E con questa nuova domanda il limite stesso è automaticamente superato. Se vogliamo essere critici fino in fondo, dobbiamo accettare l’apertura dell’intelligenza senza limiti, quindi la sua apertura al tutto, anche alla domanda sull’essere”.


 

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