Obama è un mediatore disilluso

Che i negoziati nel processo di pace fra israeliani e palestinesi abbiano una spiccata e ancestrale tendenza al fallimento non è una notizia. L’Amministrazione Obama ha fallito nel ruolo di mediatore già una volta, quando ha schierato il segretario di stato Hillary Clinton e un sistema di inviati speciali non particolarmente convincente. La relazione turbolenta con Bibi Netanyahu non ha aiutato, e lo stesso vale per le uscite onusiane di Abu Mazen, in cerca di promozioni dello status della Palestina senza passare dal tavolo delle trattative con Israele. La Casa Bianca ci ha provato una seconda volta con John Kerry, che ha interpretato il compito diplomatico come una missione personale. Lo zelo non è mancato.

Obama è un mediatore disilluso

Che i negoziati nel processo di pace fra israeliani e palestinesi abbiano una spiccata e ancestrale tendenza al fallimento non è una notizia. L’Amministrazione Obama ha fallito nel ruolo di mediatore già una volta, quando ha schierato il segretario di stato Hillary Clinton e un sistema di inviati speciali non particolarmente convincente. La relazione turbolenta con Bibi Netanyahu non ha aiutato, e lo stesso vale per le uscite onusiane di Abu Mazen, in cerca di promozioni dello status della Palestina senza passare dal tavolo delle trattative con Israele. La Casa Bianca ci ha provato una seconda volta con John Kerry, che ha interpretato il compito diplomatico come una missione personale. Lo zelo non è mancato. Dall’estate scorsa il segretario americano ha fatto oltre dodici missioni nell’area, e non si può dire che altrove nel mondo non ci fosse bisogno della presenza del diplomatico, e il faticoso incedere dei negoziati si è arenato ieri, a meno di un mese dalla scadenza fissata per questo round di dialoghi, quando Kerry ha cancellato un incontro con Abu Mazen, giusto poche ore dopo che da Washington si era preso a sussurrare l’ipotesi di mettere sul tavolo delle trattative addirittura la liberazione della spia israeliana Jonathan Pollard, una di quelle rare idee che riescono a non piacere tanto a destra quanto a sinistra.

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Il motivo formale dello strappo è la volontà dei palestinesi di andare avanti autonomamente sulla strada del riconoscimento, ma nella sostanza è anche l’esito della disillusione della Casa Bianca. Una fonte dell’Amministrazione ha detto al New York Times: “La decisione di Kerry di non tornare nella regione riflette una crescente impazienza della Casa Bianca, ormai convinta che i suoi sforzi di mediazione abbiano raggiunto il loro limite”. La volontà febbrile, le promesse di riconciliazione, i viaggi, il rinnovato senso di un processo dall’esito non irreversibilmente negativo si sono arenate sull’ampio litorale della frustrazione obamiana. Dopo tanta debolezza strategica e diplomazia incidentale fra Damasco, Mosca e Teheran, la Casa Bianca sperava di fare qualche passo in avanti a Gerusalemme, ma per il momento l’emissario americano esce scornato e sfiduciato.

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