Parla il commissario Ue

Bce e commercio, consigli americani per crescere

Le Borse del pianeta ieri sprizzavano un ottimismo che non si registrava da oltre sei anni, da quando il crac di Lehman Brothers negli Stati Uniti era ancora di là da venire. L’indice Ftse All-World, che sintetizza l’andamento di 8.000 titoli azionari di 48 paesi, è salito infatti per il settimo giorno consecutivo, fino alla soglia di 272,5, record dal dicembre 2007. E’ l’effetto trascinamento di Wall Street e dei dati positivi sull’occupazione statunitense, commentavano in diretta gli analisti. Proprio mentre il direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale (Fmi), Christine Lagarde, temperava così gli entusiasmi: “L’economia globale si sta lasciando alle spalle la Grande recessione, anche se la crescita complessiva rimane troppo lenta e debole”, ha detto.

Bce e commercio, consigli americani per crescere

Bruxelles. Le Borse del pianeta ieri sprizzavano un ottimismo che non si registrava da oltre sei anni, da quando il crac di Lehman Brothers negli Stati Uniti era ancora di là da venire. L’indice Ftse All-World, che sintetizza l’andamento di 8.000 titoli azionari di 48 paesi, è salito infatti per il settimo giorno consecutivo, fino alla soglia di 272,5, record dal dicembre 2007. E’ l’effetto trascinamento di Wall Street e dei dati positivi sull’occupazione statunitense, commentavano in diretta gli analisti. Proprio mentre il direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale (Fmi), Christine Lagarde, temperava così gli entusiasmi: “L’economia globale si sta lasciando alle spalle la Grande recessione, anche se la crescita complessiva rimane troppo lenta e debole”, ha detto. A preoccupare il Fmi sono innanzitutto due fattori: l’instabilità dei paesi emergenti e la “low-flation” (neologismo che indica una bassa inflazione duratura, non ancora tecnicamente mutata in “deflazione”) nell’area dell’euro. Il livello dei prezzi in calo, oltre a segnalare una domanda interna anemica in Europa, rende più gravoso il recupero di competitività dei paesi periferici rispetto alla Germania e più oneroso il compito di smaltire il debito pubblico in eccesso negli stessi paesi periferici. E’ questo il motivo per cui fino a stamattina, come tante volte negli ultimi anni, sono cresciute a dismisura le attese per le parole che il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, pronuncerà a Francoforte. Il Vecchio continente non può puntare soltanto sulla somma degli sforzi nazionali e quindi sui pur necessari “compiti a casa”, continuano a incalzarci gli Stati Uniti e la comunità internazionale. E’ il momento di tentare uno sforzo corale, altrimenti l’Europa rimarrà un fattore di rischio globale. Quella della politica monetaria più espansiva è una leva da attivare quanto prima, hanno ripetuto dal Fmi ancora negli scorsi giorni. Ma non c’è solo Francoforte: i governi, per esempio, devono rafforzare i loro scambi commerciali attraverso l’Atlantico, ha suggerito Barack Obama intervenendo a Bruxelles la scorsa settimana. Il presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, sul punto ha voluto rassicurare Washington: “Speriamo di raggiungere l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti e Ue nel 2015, se non proprio nel secondo semestre del 2014, quello europeo a guida italiana”, ha detto dopo aver incontrato il presidente degli Stati Uniti a Roma.

Tuttavia sembra troppo ottimistica l’idea che già nel 2014 possa essere siglata la cosiddetta “Transatlantic Trade and Investment Partnership”, Ttip, cioè un’area di libero scambio tra Stati Uniti e Unione europea che da soli contano quasi quanto la metà del pil globale e che sono responsabili del 30 per cento degli scambi mondiali. “Ci sono molte possibilità che arriveremo a un’intesa il prossimo anno – ha detto più prudentemente ieri Karel De Gucht, il commissario europeo al Commercio che dallo scorso anno detiene la guida politica del negoziato – Il problema è che gli americani sono riluttanti a compiere passi significativi prima delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre”, si è lasciato sfuggire intervenendo a un seminario a porte chiuse cui il Foglio ha preso parte. Nel 2014 le elezioni di midterm per il Congresso, nel 2016 le prossime elezioni presidenziali: i politici statunitensi di entrambi gli schieramenti non vorranno dunque prestare il fianco a chi gli potrebbe imputare di aver dischiuso con troppa leggerezza il ricco mercato interno alla concorrenza europea o di aver introdotto nuovi vincoli burocratici per il business americano. Per questo De Gucht punta sul 2015 come possibile finestra per finalizzare l’accordo di libero scambio. Il commissario europeo non nasconde che le fibrillazioni politiche potrebbero riguardare anche l’Europa: “In questo Parlamento europeo c’è una solida maggioranza per approvare l’intesa con gli Stati Uniti. Non sono sicuro che accadrà altrettanto con il prossimo Parlamento europeo”. A maggio si vota nei 28 stati dell’Ue, i sondaggi non fanno che rilevare l’avanzata degli euroscettici e il Parlamento ha potere di veto sugli accordi di libero scambio. De Gucht sostiene che “la globalizzazione è irreversibile. Non ci saranno più ‘stop and go’ come quelli visti nel Novecento, in parte perché proprio l’Europa è diventata un teatro di pace e stabilità”.

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I tecnici della Commissione invece – quando sono chiamati a difendere le ragioni dell’accordo di libero scambio in fieri – preferiscono puntare su un numero: 0,5. Secondo i loro modelli econometrici, infatti, il pil dell’Ue crescerà di mezzo punto percentuale aggiuntivo non appena l’area di libero scambio sarà completamente operativa (tra dodici anni, ammesso che le trattative si chiudano l’anno prossimo). Sarà soltanto un decimale, ma comunque non è poco, soprattutto per i paesi dell’Eurozona che quest’anno – stima la Bce – cresceranno dell’1,2 per cento e il prossimo anno dell’1,5. Mezzo punto di crescita in più grazie all’incremento di importazioni ed esportazioni che dipenderà in larghissima parte dalla riduzione degli ostacoli non tariffari tra le due rive dell’Atlantico (regolamentazioni e burocrazia, essenzialmente). Adesso, un po’ a sorpresa, anche le recenti perturbazioni geopolitiche militano a favore dell’accordo di libero scambio tra Stati Uniti e Unione europea.

La crisi ucraina, assieme all’escalation di sanzioni economiche occidentali contro la Russia, ha infatti portato di nuovo alla ribalta il tema della nostra dipendenza energetica da Mosca (circa il 30 per cento del petrolio e del gas europeo viene da lì). Obama, sempre nel suo recente viaggio europeo, ha detto esplicitamente e per la prima volta che un accordo di libero scambio faciliterebbe le esportazioni di gas dagli Stati Uniti alla volta dell’Europa, oggi sottoposte a pesanti vincoli autorizzativi. Washington infatti, complice lo sfruttamento dello shale gas (o gas di scisto), nel 2013 ha sopravanzato Mosca nella produzione di idrocarburi. De Gucht ieri non ha nascosto un certo scetticismo in materia: “Non si creda al fatto che potremo trovare la soluzione del nostro problema energetico nell’importazione di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti”. Liquefare il gas, trasportarlo via mare e poi rigassificarlo costa – ha detto ieri l’esponente dell’esecutivo Ue – senza contare che i mercati energetici nazionali in Europa sono ancora poco interconnessi. Inoltre, “gli Stati Uniti già esportano gas naturale, ma non verso il nostro continente. Infatti le società energetiche e gli stati europei sono legati alla russa Gazprom da contratti di lunga durata. La domanda europea di energia americana, in questo senso, al momento non esiste”. Ecco un altro fronte su cui il continente dovrà ragionare e agire presto, e di concerto, come suggeriscono di fare gli alleati americani.

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