The Hamid Karzai show

C’è una foto del presidente Hamid Karzai da solo al bar, sconsolato e meditabondo come un Bersani afghano, che è da sola la fine di un’epoca. Gliel’hanno scattata alle Olimpiadi invernali di Sochi, lui appoggiato al bancone beve – un caffè, niente alcol – con il mantello elegantissimo che lo rappresenta e lo annuncia ovunque vada, anche adesso che scivola verso la fine della sua parabola. Da nuovo volto etno-chic della democrazia antitalebana di Kabul a presidente ombroso e pieno di troppe ombre: la corruzione, le trattative sottobanco con i guerriglieri, i parenti invischiati nel narcotraffico e la paranoia che lo corrode.

di Daniele Raineri e Paola Peduzzi

The Hamid Karzai show

C’è una foto del presidente Hamid Karzai da solo al bar, sconsolato e meditabondo come un Bersani afghano, che è da sola la fine di un’epoca. Gliel’hanno scattata alle Olimpiadi invernali di Sochi, lui appoggiato al bancone beve – un caffè, niente alcol – con il mantello elegantissimo che lo rappresenta e lo annuncia ovunque vada, anche adesso che scivola verso la fine della sua parabola. Da nuovo volto etno-chic della democrazia antitalebana di Kabul a presidente ombroso e pieno di troppe ombre: la corruzione, le trattative sottobanco con i guerriglieri, i parenti invischiati nel narcotraffico e la paranoia che lo corrode. Ha cominciato con un mondo che faceva il tifo per lui, arriva solitario e iracondo alla scadenza legale del suo mandato doppio e non rinnovabile da presidente, che cade nello stesso anno del grande ritiro americano. 

L’imitatore. Zabi non è elegante, non parla bene, dice un sacco di parolacce, ride senza motivo, è eccessivo e non se ne accorge, da piccolo ha avuto la meningite e qualcosa è rimasto, dentro di lui, fuori controllo. Zabi è molto famoso a Kabul, i suoi video su YouTube sono supervisti, perché come imita lui Karzai, nessuno. Stessa gestualità, stessa camminata, stessa voce al punto che la gente si volta pensando di aver di fianco il presidente. Invece c’è Zabi che chiede qualche soldo e fa il suo spettacolino, se non c’è polizia in giro, altrimenti finisce male. Ha già perso il lavoro, cinque anni fa, serviva il tè in un ufficio del governo, ma è stato licenziato. Dicono che anche adesso i clienti di passaggio si lamentano delle troppe parolacce, ma è quel che dice, il problema, quando ricorda che “ero solo un pashtun e ora gli americani mi hanno insegnato a rubare le elezioni” o quando si lamenta: “Gli americani mi hanno mandato al potere! Io stavo seduto in un albergo. Perché dovrei andarmene adesso?”. Uno come Karzai quando ti ricapita, dice Zabi preoccupato per il suo futuro, “così intelligente e manipolatore, uno che non mantiene mai le promesse”. Siamo simili, aggiunge, fornendo la spiegazione definitiva della parabola folle di Karzai: “Siamo volubili”.

Le ossessioni. Karzai pensa di essere vittima di un complotto, sempre. Poi escono libri in America che dicono che sì, in effetti Barack Obama mezza idea di cambiare Karzai ce l’ha avuta, e il presidente afghano ripiomba nelle sue ossessioni. Nessuno sa se davvero Karzai si sia convinto che gli americani collaborino con il Pakistan per perpetuare il conflitto e dividere il paese (se così fosse, non si sa sulla base di che cosa), ma lavora alla propaganda antiamericana con la stessa dedizione con cui sottobanco tratta con i talebani. Il New York Times ha scoperto a gennaio che un report di Kabul su un attacco aereo delle forze della Nato era stato falsificato con immagini non autentiche di pezzi di cadaveri, case bruciate, funerali angosciosi – foto che erano state pubblicate da un sito legato ai talebani con lo stesso obiettivo di avvelenare le già difficoltose relazioni con l’occidente. L’attacco aereo c’era stato davvero (le forze alleate hanno stabilito nuove e più ferree regole per i blitz, dopo aver commesso molte stragi di civili, di cui si sono scusate), ma non abbastanza cruento da soddisfare la voglia di vendetta di Karzai che sui raid aerei ha costruito la campagna antiamericana, sfociata poi nel rifiuto a firmare l’accordo di sicurezza congiunta con Washington.

I candidati. Su Facebook gira una vignetta in cui Karzai tiene il telecomando e alla televisione c’è un signore che lui controlla in remoto. Quel signore è Zalmai Rassoul, ex ministro degli Esteri: il presidente non ha fatto un endorsement ufficiale perché fino all’ultimo s’è comportato come se il suo mandato non dovesse finire mai (molti a Kabul temono che Karzai faccia come Vladimir Putin, un ruolo di passaggio per poi tornare a guidare il paese: intanto ha costruito una nuova villa dove prima c’era il palazzo presidenziale e dice che resterà lì ancora a lungo per “aiutare” il suo successore). Rassoul ha settant’anni, è pashtun, era il medico del re in esilio, parla bene le lingue, è sempre stato di fianco a Karzai fin dal 2001, è abbastanza dedicato alla pace ma abbastanza vicino all’ex presidente da non volerlo troppo indispettire (il suo ticket è però bellissimo: il suo primo vicepresidente è il fratello di Massoud, il leggendario leone del Panjshir; la seconda vicepresidente è una donna hazara). Anche un altro candidato di punta, l’ex ministro delle Finanze Ashraf Ghani, ha passato la campagna elettorale a elogiare l’operato di Karzai e le sue “immense capacità” nel gestire i rapporti con gli americani sempre più logorati. Ghani è un pashtun di 65 anni che ha lavorato alla Banca mondiale e che è all’estero è molto stimato, compare in tutte le classifiche stilate in occidente sui migliori pensatori del globo ed era stato citato nella rosa dei nomi per la successione di Kofi Annan come segretario generale delle Nazioni Unite. Soprattutto ha lavorato tantissimo per la ricostruzione afghana, facendo appello alla diaspora e a tutte le istituzioni internazionali in grado di supervisionare la transizione di potere in un paese ancora in guerra: per questo è molto amato anche al di fuori dell’Afghanistan, il suo unico neo è proprio la fedeltà a Karzai. L’unico che non può essere accusato di essere il burattino del presidente uscente è Abdullah Abdullah, che già nel 2009 arrivò secondo e non si diede pace per lungo tempo. Mezzo pashtun mezzo tagiko, Abdullah ha “solo” 55 anni, è stato a lungo un consigliere di Massoud (nel 2001, quando Massoud fu assassinato il giorno prima dell’attentato alle Torri gemelle, Abdullah era dappertutto sui media occidentali per cercare di spiegare che cosa era successo) e poi nel governo dopo la caduta dei talebani. Nel 2006 è andato all’opposizione e da lì ha iniziato la sua critica a Karzai: nella campagna elettorale non ha detto molto su quel che vuole fare con gli americani, ma non ha fatto che ripetere che i brogli, a questo giro, non lo fregheranno (secondo i sondaggi sarà un testa a testa tra Ghani e Abdullah).

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L’americano che ha litigato di più con Karzai è Karl Eikenberry, ex generale e ambasciatore a Kabul tra il 2009 e il 2011. Una storia mai confermata dice che  un incontro a palazzo è degenerato in una scenata con urla reciproche ed è finito con una porta sbattuta. Quando un giornalista chiese a Eikenberry se pensava che il presidente afghano fosse “un partner strategico adeguato”, lui rispose laconico: “Il presidente Obama ritiene che lo sia”. Poi scriveva dispacci tremendi che saltarono fuori su Wikileaks: “Ci sono due personalità in competizione dentro di lui. Una: è un individuo paranoico e debole che ha poca familiarità con le nozioni fondamentali del nation building e che è fin troppo consapevole che la sua aura di luce e stima da parte della comunità internazionale è svanita. L’altra: è un politico sempre scaltro che si considera come l’eroe nazionale che può salvare il paese dal programma decentralizzante di Abdullah” (il rivale di Karzai alle politiche del 2009). I litigi con Karzai potevano avere uno stile gelido. Nel 2009, mentre era a cena con il vicepresidente Joe Biden e due senatori americani, a una domanda sul problema della corruzione l’afghano rispose: “Corruzione? Non c’è, e comunque io non c’entrerei”. Poco dopo Biden disse: “Questa cena finisce qui”. Gli americani esasperati si alzarono e se ne andarono.

Karzai negozia con i talebani. Con quelli più ufficiali – che hanno aperto una rappresentanza in Qatar, per intendersi –  alla luce del giorno. E sottobanco con le altre qualità di talebani, quelli più pericolosi. A ottobre s’è fatto beccare dagli americani mentre faceva portare nella capitale un capo dei guerriglieri pachistani per intavolare colloqui riservati. Le forze speciali americane hanno bloccato una macchina dei servizi segreti afghani con a bordo Latif Mehsud, a quanto pare Karzai – o chi per lui – gli avrebbe offerto aiuto nella guerra   contro il governo pachistano, come rappresaglia per l’appoggio dato dal Pakistan ai talebani afghani. Karzai voleva guadagnarsi pure lui la fama di callido burattinaio – come i cugini di Islamabad che da sempre manipolano gruppi terroristici, e così essere considerato con più rispetto da Washington.

A dispetto delle accuse di Karzai, da quando le truppe straniere hanno passato la maggior parte della responsabilità all’esercito afghano nel 2013, le morti tra i civili sono aumentate. Isaf è colpevole nel tre per cento dei casi. Il resto della colpa se lo spartiscono governo afghano e talebani.

di Daniele Raineri e Paola Peduzzi

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