Perché il salario minimo non fa gola ai nostri sindacati ingessati

Se tre indizi fanno una prova, il salario minimo è tornato. Prima la Spd tedesca che ha fondato la propria campagna elettorale su questo tema, poi il segretario del Labour inglese che promette di aumentare il salario minimo in caso di vittoria, poi Barack Obama che lo mette al centro del suo discorso sullo stato dell’Unione. In tempi di crisi, povertà e disoccupazione ai massimi storici, almeno in Italia dove il tasso di disoccupazione è arrivato a febbraio al 13 per cento, potrebbe anche diventare il grande tema sociale del centrosinistra europeo in vista delle elezioni di maggio. Il Pse in effetti ha inserito un riferimento generico nel suo manifesto.

di Andrea Garnero

Perché il salario minimo non fa gola ai nostri sindacati ingessati

Se tre indizi fanno una prova, il salario minimo è tornato. Prima la Spd tedesca che ha fondato la propria campagna elettorale su questo tema, poi il segretario del Labour inglese che promette di aumentare il salario minimo in caso di vittoria, poi Barack Obama che lo mette al centro del suo discorso sullo stato dell’Unione. In tempi di crisi, povertà e disoccupazione ai massimi storici, almeno in Italia dove il tasso di disoccupazione è arrivato a febbraio al 13 per cento, potrebbe anche diventare il grande tema sociale del centrosinistra europeo in vista delle elezioni di maggio. Il Pse in effetti ha inserito un riferimento generico nel suo manifesto. In Italia, Matteo Renzi ha detto al Corriere della Sera che il salario minimo sarà previsto nel disegno di legge delega sul lavoro varato dal governo. Ma forse si stanno facendo i conti senza l’oste. Oltre alla freddezza abbastanza scontata degli industriali, il tema non trova l’unanimità neanche tra i sindacati.

Un anno fa, Jean-Claude Juncker, allora presidente dell’Eurogruppo uscente e ora candidato alla presidenza della Commissione del Partito popolare europeo, ribadì la proposta che aveva già lanciato in passato di un salario minimo europeo. In Italia fu accolto da un corale “no grazie”. Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, disse: “E’ una proposta che noi non condividiamo, il contratto nazionale è uno strumento insostituibile”. Non diverso Raffaele Bonanni (Cisl): “No al salario minimo, indebolirebbe la contrattazione che in Italia dà garanzie più forti”. In un mercato del lavoro come quello italiano in cui i contratti collettivi si estendono erga omnes, cioè a tutti i lavoratori anche se non iscritti al sindacato, i salari minimi sono definiti a livello settoriale per ogni specifica funzione e un minimo di legge non è mai stato una bandiera politica rilevante. Effettivamente i minimi definiti nella contrattazione collettiva in Italia in proporzione al salario mediano (cioè quello del lavoratore esattamente a metà della distribuzione salariale) sono i più elevati in Europa. Si capisce dunque perché i sindacati siano unanimi a rigettare l’idea di un salario minimo nazionale. Ma se si guarda la percentuale di lavoratori effettivamente coperta dal salario minimo contrattuale, scopriamo che l’Italia è anche il paese con la quota di persone “escluse” più elevata, circa il 13 per cento, con picchi di oltre il 40 per cento nel settore dell’agricoltura, del 30 nelle costruzioni e oltre il 20 nelle attività artistiche e intrattenimento e nei servizi di hotel e ristorazione. In mercati del lavoro relativamente rigidi o segmentati, più il salario minimo è elevato, più alto è il numero di persone scoperte. In parole povere, la coperta è corta.

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Come per l’articolo 18, il minimo contrattuale in Italia diventa l’ennesimo diritto parziale o negato a una fetta crescente di lavoratori. In tutti i paesi ci sono persone pagate meno del limite stabilito, ma in Italia la percentuale è la più elevata. In particolare ne sono esclusi i lavoratori in nero e coloro che deliberatamente o per sbaglio ricevono meno del dovuto. Oppure perfettamente nei confini della legge gli indipendenti non coperti dai contratti collettivi, quelle famose partite Iva che rimangono sempre fuori dalla discussione politica e sindacale. Il sistema di contratti collettivi mostra quindi crepe vistose. La via preferita dai sindacati per ridurre il numero degli esclusi è quella di includere i precari nella contrattazione collettiva. Questo non è possibile in un mercato del lavoro sempre più parcellizzato e in cui il contratto dipendente non è più l’unica forma di lavoro subordinato. Una possibilità, più che un vero e proprio salario minimo nazionale, è accompagnare ai minimi contrattuali una forma di equo compenso o sistema di costi di riferimento come chiede Acta, l’associazione dei consulenti del terziario avanzato. I sindacati rischiano di perdere un po’ di potere negoziale. Saranno disposti a farlo pur di estendere la copertura effettiva dei minimi salariali?

di Andrea Garnero

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