Se Mps resta in piedi

Ma quali scandali, ma che nazionalizzazione, a Siena vince il mercato

Duro colpo dal fronte Monte dei Paschi di Siena per i cultori del “banking horror”, genere giornalistico-mediatico che sul caso ha avuto i massimi interpreti nel quotidiano il Fatto (con giri di valzer di Repubblica), nelle paginate di Milena Gabanelli sul Corriere della Sera e nelle puntate della trasmissione “Report”, nelle occupazioni senesi di Beppe Grillo, nelle concertazioni tra procure e relativi pool, con susseguenti fughe di notizie, per smascherare gli intrecci sempre “torbidi” tra finanza rossa e massonica. Leggi tra Pd ed esponenti di punta dell’allora Pdl. Il tutto con l’appassionata partecipazione dei vari Antonio Ingroia e Luigi De Magistris.

Ma quali scandali, ma che nazionalizzazione,  a Siena vince il mercato

Duro colpo dal fronte Monte dei Paschi di Siena per i cultori del “banking horror”, genere giornalistico-mediatico che sul caso ha avuto i massimi interpreti nel quotidiano il Fatto (con giri di valzer di Repubblica), nelle paginate di Milena Gabanelli sul Corriere della Sera e nelle puntate della trasmissione “Report”, nelle occupazioni senesi di Beppe Grillo, nelle concertazioni tra procure e relativi pool, con susseguenti fughe di notizie, per smascherare gli intrecci sempre “torbidi” tra finanza rossa e massonica. Leggi tra Pd ed esponenti di punta dell’allora Pdl. Il tutto con l’appassionata partecipazione dei vari Antonio Ingroia e Luigi De Magistris, delle immancabili associazioni dei consumatori, e dall’altra parte del centrodestra al quale slitta la frizione, con la “scoperta” che con il Monti bond da 4,3 miliardi concesso al Monte Paschi nel 2012 (erede peraltro di un Tremonti bond del governo Berlusconi) al modico tasso del 9 per cento a salire, avremmo potuto, nientemeno, risparmiarci l’Imu sulla prima casa. Accade dunque che la Fondazione Mps, già azionista di controllo della banca certo per conto della sinistra locale, ha ceduto in rapida successione una quota dell’8,5 per cento al fondo americano BlackRock, il 4,5 al Fintech Advisory di New York, riconducibile al finanziere messicano David Martìnez, e il 2 per cento al Btg Pactual Europe, base londinese e capitali brasiliani. E dunque la Fondazione che ancora a dicembre controllava il 33,5 della banca – ed entrava in conflitto con il presidente Alessandro Profumo su tempi e modi dell’aumento di capitale – scende ora al 5,5, con l’impegno a sottoscrivere per almeno il 2,5 per cento sia la ricapitalizzazione sia la restituzione del prestito del Tesoro.

Allora non ci sarà più bisogno della “statalizzazione certa”, come la grande stampa  e autorevoli commentatori politici parteggiavano, e miliardi del prestito che torneranno al contribuente. E che di questi tempi certo male non fanno. Ora forse i nostri John Grisham verificheranno che Antonella Mansi, ex Confindustria e presidente della Fondazione, è “amica di Matteo Renzi”, così come il nuovo sindaco di Siena Bruno Valentini.

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Si sta insomma già lavorando per il sequel di questo romanzo finanziario-criminale, scritto a varie mani, sui derivati Alexandria e Santorini, sottoscritti dal presidente di allora Giuseppe Mussari con la banca d’affari giapponese Nomura e quella tedesca Deutsche Bank. Una storia di derivati, appunto – di contratti finanziari, di scambio di titoli come se ne fanno a centinaia. Una prassi certo mal gestita dal management di allora, ma una storia finanziaria che non riguarda la Spectre né tanto meno si da bollare come una Lehman Brothers bis, come ricostruì il Foglio nello scorso maggio: l’unica che ha trovato puntuale riscontro nei fatti e nei ricaschi giudiziari e non nei talk-show. Il dibattito televisivo si è infatti piuttosto concentrato per più di un anno a scavare nel vuoto oltre il buco, in nome del solito benaltrismo. Perché se c’era per forza “una nuova Tangentopoli”, allora la Consob ovviamente “dormiva”, la Banca d’Italia “non vigilava”, e i giudici ordinari che non convalidavano ordini di sequestro miliardari di collaterali, disposti da pubblici ministeri “coraggiosi”, certamente volevano insabbiare lo scandalo “epocale”, già paragonato a quello della Banca Romana con Crispi e Giolitti. Come appunto scrisse il Foglio, tra la versione del circo mediatico e quella dei fatti ballavano cifre, modalità, clausole e protagonisti: cioè in un’inchiesta finanziaria, tutto.

Eppure i giornaloni (con il gotha bancario tra gli azionisti del Corriere della Sera) davano per certo uno di questi due finali di partita: o la nazionalizzazione del Monte Paschi, oppure la consegna a un “socio forte” mai realmente identificato. E’ piuttosto significativo quanto ha dichiarato ieri Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Acri, l’associazione delle Casse di risparmio, persona considerata tra i consiglieri della presidentessa Mansi non solo in questo delicato finale di partita: “La Fondazione sta operando bene a salvaguardia del suo patrimonio, anche rispetto a interessi terzi”.

Evidentemente finora nessuno aveva preso in considerazione lo scenario numero tre: quello di una normale privatizzazione di mercato, che certo sembrava complessa anche agli occhi degli analisti ma che di fatto si sta concretizzando. Così, come nel pieno del gran parlare di derivati, pochi hanno avuto l’onestà di spiegare che anche quello era mercato, gli strumenti finanziari sui quali gira il mondo. Patologia globale forse, non crimine. Forse richiedeva troppa fatica andare ad analizzare le cause e le possibili conseguenze, anche positive, del dissesto finanziario che ha fiaccato la più antica banca del mondo, ed è stato molto più comodo gridare al solito Grande complotto.   

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