Il senno di poi contro la Cia

L’inchiesta di seimila e rotte pagine con cui la commissione Intelligence del Senato smonta l’efficacia degli interrogatori “duri” messi in piedi dalla Cia negli anni più duri, appunto, della guerra al terrore è ancora riservato, ma stormi di uccellini informati e interessati ne cinguettano da tempo con i giornalisti di Washington, i quali non disdegnano mai nuovi pallettoni da scaricare ex post sulla legacy presidenziale di George W. Bush. L’implicita elevazione di Barack Obama, che della guerra al terrore doveva essere il curatore fallimentare, è un virtuoso effetto collaterale per l’establishment che continua, nonostante tutto, ad amare il presidente.

Il senno di poi contro la Cia

L’inchiesta di seimila e rotte pagine con cui la commissione Intelligence del Senato smonta l’efficacia degli interrogatori “duri” messi in piedi dalla Cia negli anni più duri, appunto, della guerra al terrore è ancora riservato, ma stormi di uccellini informati e interessati ne cinguettano da tempo con i giornalisti di Washington, i quali non disdegnano mai nuovi pallettoni da scaricare ex post sulla legacy presidenziale di George W. Bush. L’implicita elevazione di Barack Obama, che della guerra al terrore doveva essere il curatore fallimentare, è un virtuoso effetto collaterale per l’establishment che continua, nonostante tutto, ad amare il presidente. Il fatto che colpisce del report in questione è che arriva oltre dieci anni dopo la fase acuta della guerra, quando stabilire cosa ha funzionato e cos’è andato storto è un gioco da burocrati avulsi dal contesto o da più o meno occulti coltivatori di agende politiche.

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Un decennio più tardi un’inchiesta del genere può diventare facilmente un oggetto contundente nelle mani della sinistra indignata per le deprecabili e infruttuose torture commesse in giro per il mondo dalla Cia benedetta da Bush, ma nel 2002 o nel 2003 era un’altra storia, la guerra non si combatteva al Congresso e la sicurezza non era un valore astratto. Non si sapeva esattamente quali metodi avrebbero fruttato informazioni vitali, anche a costo di violare, per senso di urgenza ed estrema necessità, i diritti solennemente protetti in patria, e quali invece si sarebbero rivelati futili se non controproducenti. L’urgenza non giustifica scelte sciagurate, ma la “malizia” a posteriori, per usare la formula di Abramo Lincoln, è arma obliqua e non molto precisa per fare giustizia del passato. Il documento segreto e chiacchierato è già diventato la chiave di un sanguinoso scontro di potere fra una fazione del Senato, capitanata dall’ottuagenaria Dianne Feinstein, e l’agenzia di Langley, con accuse reciproche di spionaggio che configurerebbero una grave violazione costituzionale. Le inchieste del ramo legislativo sono una sacrosanta forma di garanzia democratica, ma tempismo inadeguato e reconditi scopi politici non dovrebbero inquinarne le intenzioni.

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