Il paradiso di Diablo

Brook Busey andava a messa tutte le mattine alle 8,10, prima di andare a scuola. Prima di abbandonare la provincia americana standard, di fare la spogliarellista, prima di lavorare in una specie di sexy shop. Prima di raccontare queste vicende in un blog molto sboccato e leggero e di tatuarsi una versione stilizzata di se stessa in lingerie sul braccio con la scritta “Johnny’s Girl”. La scritta poi è scomparsa, perché Johnny è scomparso dalla sua vita. Brook era una ragazza cattolica che andava a scuola dai preti, prima di essere notata da un produttore con un gran fiuto, prima di mettersi a scrivere sceneggiature agrodolci piene di slang e di sarcasmo, di vincere un Oscar al primo colpo per un “filmetto indipendente con degli attori canadesi”, come dice lei, trasformato chissà come in un blockbuster globale e oggetto di culto che non aveva intenzione di diventarlo, “Juno”.

Il paradiso di Diablo

Brook Busey andava a messa tutte le mattine alle 8,10, prima di andare a scuola. Prima di abbandonare la provincia americana standard, di fare la spogliarellista, prima di lavorare in una specie di sexy shop. Prima di raccontare queste vicende in un blog molto sboccato e leggero e di tatuarsi una versione stilizzata di se stessa in lingerie sul braccio con la scritta “Johnny’s Girl”. La scritta poi è scomparsa, perché Johnny è scomparso dalla sua vita. Brook era una ragazza cattolica che andava a scuola dai preti, prima di essere notata da un produttore con un gran fiuto, prima di mettersi a scrivere sceneggiature agrodolci piene di slang e di sarcasmo, di vincere un Oscar al primo colpo per un “filmetto indipendente con degli attori canadesi”, come dice lei, trasformato chissà come in un blockbuster globale e oggetto di culto che non aveva intenzione di diventarlo, “Juno”. Prima, insomma, di diventare Diablo Cody. Nome che dà quel senso di sabba incipiente dove si commetteranno chissà quali diavolerie, ma con il diavolo non c’entra nulla, è soltanto la coincidenza di una canzone degli Arcadia intitolata “El Diablo” ascoltata mentre attraversava in macchina la cittadina di Cody, nel Wyoming, che poi è anche il posto dov’è nato Jackson Pollock. Soltanto una coincidenza, si diceva, e lei era soltanto una ragazza in cerca di qualcosa che non era necessariamente una ribellione alla sua vita precedente e quindi la sua non è necessariamente la storia della liberazione violenta da un certo tradizionalismo oppressivo. Quella che parla con il Foglio non è la solita ragazza incazzata con il mondo che ha ritrovato se stessa dando frustate all’ordine costituito, ma una ragazza sposata con due figli che è molto contenta di non avere tempo per girare tutti i film che vorrebbe. In uno spettro che va dalle Femen alla chiesa pentecostale, Diablo Cody si colloca da qualche parte nel mezzo, anche se si proclama con orgoglio femminista e combatte le inclinazioni maschili di Hollywood con altre tre sceneggiatrici alleate, Dana Fox, Liz Meriwether e Lorene Scafaria. Si fanno chiamare “The Fempire” e il giorno dell’uscita del film a cui qualcuna di loro ha lavorato noleggiano una limousine e fanno il giro dei cinema di Los Angeles per raccogliere le impressioni del pubblico. Al terzo cinema di solito sono troppo ubriache per afferrare le risposte.

Diablo padroneggia la sacra arte di sparigliare le carte. In “Juno” lo aveva fatto sontuosamente, mettendo su carta la meravigliosa storia di una teenager rimasta incinta dopo una serata al gusto di tic tac all’arancia che scappa via da una clinica abortiva perché c’è puzza di dentista. Aveva gettato nello scompiglio gli inseguitori di pensieri convenzionali in fatto di vita e  adolescenza. Era una storia serissima e leggerissima, senza velleità omiletiche né morale da incartare e portare a casa, un brindisi alla vita fatto con il linguaggio gergale e pure un po’ sgrammaticato della ragazzina qualunque nell’America qualunque che porta avanti una gravidanza indesiderata per istinto e common sense, riconoscimento di un’evidenza afferrabile intuitivamente, senza compulsare manuali di bioetica. E dopo il parto la ragazzina non fonda un consultorio pro life, ma riprende a essere se stessa. La battuta che in pratica chiude il film è: “Possiamo farci adesso?”. “Ok”. Non è il dialogo fra due che aspirano a cambiare il mondo forti di concetti imparati alla severa scuola dell’esperienza.

L’assenza di una morale appiccicata nei titoli di coda, genere “la favola insegna che”, è l’elemento che rendeva la storia di Juno un meraviglioso spaccato di vita sine glossa. Con la stessa leggerezza esibita nella sceneggiatura, Diablo è andata fra le lacrime a ritirare la statuetta avvolta in un improbabile abito leopardato con spacco, costume perfetto per prendersi in giro e prendere in giro l’intero establishment cinematografico nel quale sguazza ma al quale non appartiene. Nel suo primo film da regista, “Paradise”, uscito lo scorso autunno non nelle sale cinematografiche ma on demand sulla tv via cavo, manda all’aria altre convenzioni. Racconta la storia di Lamb – l’agnello innocente, altro nome parlante, come quello di Juno, la fertile Giunone – ragazza angelica cresciuta in una stereotipica comunità protestante e beghina del Montana e coinvolta in un incidente aereo assieme al suo promesso sposo. L’escursione sull’apparecchio biposto era la prima uscita senza genitori, ma qualcosa va storto, l’aereo precipita, il fidanzato muore sul colpo e lei riesce chissà come a uscirne, ma il suo corpo è martoriato, coperto di ustioni, tenuto faticosamente insieme da bende speciali che ne impediscono il disfacimento.

La folla radunata in chiesa per ascoltare la testimonianza del ritorno di Lamb dalla quasi morte alla vita ci rimane parecchio male quando lei, evidentemente messa in crisi dagli eventi, pronuncia le parole dello scandalo: “Dio non esiste”. Silenzio teso. E raddoppiando la posta: “Alle prossime elezioni potrei votare un candidato democratico!”. Tramestio scandalizzato. Ci si muove per le contee del paradosso e dell’ironia, come prescrive il genere di Diablo, ma la fede messa alla prova della vita e della morte quella no, è roba seria, ci sono in gioco le cose ultime, e il registro svolazzante non significa necessariamente indulgere alla frivolezza. “Mi interessava l’idea di una fede incrollabile improvvisamente messa alla prova – dice Diablo al Foglio – e di una persona che si trova a essere catapultata nel mondo dopo aver vissuto tutta la vita in una comunità chiusa, protetta dagli agenti esterni”. Il parallelo biografico ci sta tutto, dice, “anche se la mia era una famiglia normale”, ed è in particolare la reazione ad avvicinare regista e protagonista: uscire, andarsene, ribellarsi, rovesciare tutto. Lamb vuole sfidare il sistema – il suo sistema, insulare e sterilizzato – e andare a peccare nel posto più peccaminoso e ovvio a disposizione, un paradiso luccicante che può comprare con il risarcimento favoloso che ha incassato dall’assicurazione: Las Vegas. Non parte però senza il set di piatti di porcellana di casa, ché chissà quali malattie si possono contrarre nel maldestro tentativo di divertirsi. Lamb vuole una nottata senza limiti e regole, vuole ritrovare se stessa dopo gli anni dell’oppressione e della rinuncia, vuole bere whisky per la prima volta e infilarsi nel letto di uno sconosciuto.

Las Vegas, impero delle possibilità, si trasforma presto nel luogo della delusione, simbolo dell’inadeguatezza di fronte alla ricerca di significato che ispira Lamb. “Sono affascinata dall’esperienza della delusione. Volevo descrivere l’ingresso nel mondo di una ragazzina dopo l’isolamento in modo realistico, e la verità è che quello che sembra appagante spesso è deludente”, spiega Diablo, che già nella scenggiatura di “Young Adults” aveva rappresentato l’immagine convenzionale della ragazza non più giovanissima, Charlize Theron, che rimane intrappolata fra i suoi confusi desideri d’indipendenza e la vita normale che ha rifiutato in nome di chissà quale illusione. La vita suburbana dell’ex fidanzato con moglie, figli, cane e station wagon, un inferno borghese, era assai più felice dei tormenti solitari della città che promette e delude. 

Lungo la via di Lamb si materializzano due improbabili angeli custodi, una cantante depressa e un barista britannico, a loro volta outsider di un mondo che imprigiona invece di liberare. Ed è strano, spiega la regista, “perché io amo Las Vegas, mi sono sempre divertita lì”, ma tutto ciò che Lamb cerca in fondo ai bicchieri che non riesce a trangugiare, nelle impossibili conversazioni in bagno con una spogliarellista sciupata, nella liberazione da ogni vincolo del passato è “amore incondizionato”. Proprio come Diablo.

“Ho sempre avuto un disperato bisogno di attenzione, di essere amata. Anche per Juno era uguale. In fondo alla fine tutto quello che scrivo parla di questo, e dei passaggi, anche dolorosi e complicati, che portano lì”, dice. Il paradosso è che la comunità oppressiva del Montana messa alla prova del mondo esterno non sembra più così oppressiva. Nel mondo di Diablo le eroine desiderano disperatamente una vita normale, una famiglia, qualcuno di cui prendersi cura, la stabilità del focolare, non la dissipazione e il brivido che vola via. Parecchio conservatore come ideale, no? Diablo ride a sentire l’aggettivo “conservatore”, che dalle parti di Hollywood tende a non essere considerato un complimento, ma in fondo non si casca troppo lontano. Finisce che tutti i personaggi di Diablo si compiono nell’esperienza del ritorno a casa più che in quella dell’avventura senza legami, una riproposizione del figliol prodigo nella suburbia americana, e anche la regista stessa è parte in causa.

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S’è stufata una vita fa di quelli che la considerano perché era quella-che-faceva-la-spogliarellista e poi ha vinto l’Oscar, stagionale fenomeno da baraccone, e anche per questo ha continuato a scrivere ma girando alla larga dai circoli che contano a Hollywood, s’è trasferita fuori Los Angeles e ha messo su famiglia. “Ho girato ‘Paradise’ mentre ero incinta e portavo sul set mio figlio di un anno. Ero molto nervosa, sai, è il primo film, e soprattutto ero molto spaventata dalla gestione del rapporto con gli attori, cosa che non avevo mai fatto”. E com’è andata? “Da una parte molto bene – dice Diablo – nel senso che con gli attori è stato fantastico e sinceramente credo che molto dipendesse dall’energia materna che trasmettevo. Dall’altra è stato faticosissimo. Ho capito che questo è molto più di un lavoro. Ho tante idee e un sacco di voglia di fare altri film, ma ho due figli e un marito molto preso dalla sua carriera, com’è giusto che sia, quindi si tratta di fare delle scelte. Ma la verità è che non poter fare tutti i film che vorrei non mi pesa”. “Paradise” ha ricevuto un’accoglienza non del tutto calorosa da parte della critica. Non è entrato nel giro della grande distribuzione un po’ per scelta un po’ per necessità. Alcune chiese protestanti lo hanno anche boicottato, invitando i fedeli a evitare “ad ogni costo” il film colpevole di promulgare i più beceri stereotipi sull’America rurale. Il regista ed ex politico repubblicano Steve Laffey ha anche diffuso un controdecalogo per spiegare perché “Paradise” non è la solita brodaglia anticristiana di Hollywood, ma un nemico più sottile e insidioso. Il film, secondo Laffey, promuove esplicitamente una serie di false concezioni. Nell’ordine: i cristiani sono obbligati a donare i loro averi alla chiesa, sono razzisti, odiano in particolare i musulmani, non vanno a Disneyland perché il parco sostiene il matrimonio gay, pensano che si possa prendere l’Aids da un piatto, fanno il lavaggio del cervello ai figli con l’“homeschooling”, le ragazze cristiane perbene non vanno al college e non si tagliano mai i capelli, i cristiani odiano in particolare gli ebrei, non credono nella scienza e votano rigorosamente per il Partito repubblicano. “Me l’aspettavo – ride la regista – e ho fatto un lavoro enorme per non urtare la sensibilità dei fedeli. Sul set la protagonista, Julianne Hough, diceva sempre ‘dovrei tagliarmi i capelli, apparire sanguinante e malconcia, così sembra che nemmeno abbia fatto un incidente’ ma la cosa avrebbe creato ancora più problemi. ‘Lascia perdere’ le dicevo io… Il fatto è che quando si parla di religione è inevitabile che qualcuno si lamenti, perché non c’è una vera conversazione su questo tema. E’ per questo che non ho voluto cambiare il soggetto, anche se tanti me l’hanno sconsigliato”.

E qual è il tuo rapporto con la religione? “Sono una persona religiosa, certamente, il cattolicesimo della mia famiglia mi ha segnato. La mia è una fede tradizionale? Uhm, fammici pensare [ride]… no, non direi proprio. Ma a un certo punto della mia vita mi sono dovuta fare delle domande su quello che avevo vissuto, e la religione esercita un grande fascino perché ha a che fare con le domande importanti della vita. Per qualche ragione però l’industria cinematografica in generale non se ne occupa, se non con film indipendenti bruttissimi o con trame sostanzialmente irreligiose o blasfeme. Oppure deve esserci qualcuno posseduto dal demonio, altro cliché di cui non se ne può più”. Eppure qui si parla di una fede contrastata, quasi sopraffatta dall’insensatezza di una tragedia. “E’ una fede messa alla prova, vero, ma non è del tutto sopraffatta. C’è uno choc pazzesco all’origine del plot, anzi non è solo uno choc nel senso psicologico e interiore, perché Lamb è danneggiata fisicamente: ha perso, almeno in parte, la sua virtù più apprezzata dalla comunità, la bellezza. Questo succede nelle chiese protestanti del Montana e anche a Hollywood, chiaro, ho visto un sacco di attrici smettere di essere considerate dopo i quarant’anni perché non sono più sexy…”. A parte Meryl Streep, intendi? “Hai beccato l’unica grande eccezione alla regola, ma, dicevo, la perdita della bellezza fisica è una cosa interessante perché spinge la protagonista a chiedersi qual è il suo valore. Per capirlo, e per riscoprire di essere amata per ciò che è ad esempio dalla sua famiglia, deve imbarcarsi in un viaggio un po’ assurdo in una città assurda dove, stranamente, incontra personaggi che hanno desideri e storie molto simili ai suoi. Tutti agli occhi della loro comunità sono dei falliti, degli emarginati, dei buoni a nulla. E tutti hanno bisogno di qualcuno che li ami non per quello che sono in grado di fare”. Amore incondizionato è quel cerca a Las Vegas l’agnello innocente che si lascia alle spalle il Montana e le sue convenzioni opprimenti, salvo poi tornare sui suoi passi. Amore incondizionato cercava la meravigliosa Juno, “possiamo farci?” era il suo modo adolescenziale di domandarlo al ragazzo brufoloso, e amore incondizionato cercava la Charlize Theron di “Young Adults” frustrata da una vita distratta e sconnessa, fuori fuoco. Questo amore incondizionato è il paradiso nascosto che brilla in fondo a ogni storia agrodolce di Diablo.

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