Il Lupo di Wall Street è più protetto in Europa che negli States

I ministri delle Finanze dell’Eurozona, ieri, hanno dato il via libera a una tranche di 8,3 miliardi di euro di aiuti per la Grecia. Con sei mesi di ritardo rispetto alla scadenza originaria, dopo aver contrattato su un ulteriore pacchetto di riforme strutturali da offrire in cambio, Atene incasserà dunque una prima rata da 6,3 miliardi entro la fine del mese; “aiuti” che il paese dovrà quasi subito girare alla Banca centrale europea che negli scorsi mesi – assieme a Fondo monetario internazionale e Commissione Ue – ha acquistato i titoli di stato del paese europeo che dal 2010 non ha più accesso al mercato dei capitali.

Il Lupo di Wall Street è più protetto in Europa che negli States

I ministri delle Finanze dell’Eurozona, ieri, hanno dato il via libera a una tranche di 8,3 miliardi di euro di aiuti per la Grecia. Con sei mesi di ritardo rispetto alla scadenza originaria, dopo aver contrattato su un ulteriore pacchetto di riforme strutturali da offrire in cambio, Atene incasserà dunque una prima rata da 6,3 miliardi entro la fine del mese; “aiuti” che il paese dovrà quasi subito girare alla Banca centrale europea che negli scorsi mesi – assieme a Fondo monetario internazionale e Commissione Ue – ha acquistato i titoli di stato del paese europeo che dal 2010 non ha più accesso al mercato dei capitali. Il contribuente europeo, come noto, paga Atene affinché Atene, a sua volta, ripaghi le istituzioni europee diventate sue creditrici. Già l’anno scorso il Fondo monetario internazionale spiegava come la gestione iniziale della crisi greca, e il troppo tempo impiegato per ristrutturare l’elevato debito pubblico del paese, avesse condotto a questa situazione un po’ paradossale: “La ritardata ristrutturazione del debito pubblico ha fornito una finestra per i creditori privati di Atene (innanzitutto banche francesi e tedesche, ndr) per ridurre la loro esposizione e spostare il debito nelle mani di istituzioni pubbliche. Questo spostamento è avvenuto su larga scala, e il limitato coinvolgimento dei privati quando una prima ristrutturazione è alla fine avvenuta, ha lasciato i contribuenti e le istituzioni pubbliche appesi all’amo”. Così è nato uno dei tanti “sussidi impliciti” che gli stati europei hanno garantito alle principali banche del continente da quando è iniziata la crisi. Al punto che ormai da mesi – secondo il capitolo 3 del Global Financial Stability Report appena pubblicato dal Fmi – il nostro continente è quello più generoso con le grandi banche, addirittura più di quanto non lo siano gli Stati Uniti, la patria del Lupo di Wall Street spesso oggetto di critiche per gli intrecci tra politica e finanza.
[**Video_box_2**]Gli analisti del Fmi ribadiscono che una delle più pericolose “eredità” della crisi risiede nella nozione di “banca troppo grande per fallire”. Detto in altre parole, quando un istituto sistemico finisce in ginocchio, lo stato ritiene di dover intervenire per evitare conseguenze nefaste per tutta l’economia: se però esiste l’aspettativa di un salvataggio garantito, ecco che la banca in questione si potrà finanziare a costi più bassi di quanto non sarebbe richiesto dal profilo di rischio; inoltre banche di questo tipo saranno incentivate a crescere per dimensioni e per quantità di rischi che si assumono. Ricapitalizzazioni con i fondi pubblici e altre garanzie concesse dagli stati dopo il crac di Lehman Brothers (vedi la garanzia che l’Irlanda estese nel 2008 ai depositi delle banche e a quasi tutti i detentori di bond bancari) hanno aggravato il problema. Riforme come il Dodd-Frank act negli Stati Uniti e l’Unione bancaria in Europa sono concepite anche per ridurre tali sussidi impliciti. Solo che in America il processo funziona, in Europa molto meno, per ora. Le grandi banche statunitensi, per esempio, nel 2013 avevano costi di funding (finanziamento) inferiori di 15 punti base rispetto agli istituti “normali”, mentre nell’Eurozona il vantaggio era di 60-90 punti base. Il Fmi, calcolando i differenziali degli spread sui bond bancari, l’andamento dei credit default swap e i voti delle agenzie di rating, ha tentato pure una quantificazione di questi sussidi ai grandi istituti: tra 2011 e 2012 gli Stati Uniti hanno garantito 15-70 miliardi di dollari di “aiutini” impliciti alle loro banche sistemiche, l’Eurozona la cifra monstre di 90-300 miliardi.

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