Ambienti collaterali

Il giustizialismo ambientalista intacca sempre di più gli interessi di nevralgici siti produttivi dell’industria pesante nazionale e di impianti energetici importanti, oltre che l’onorabilità dei loro amministratori. Il guaio è che le azioni contundenti delle varie magistrature inquirenti e dei tribunali giudicanti solo accidentalmente riescono a tutelare la salute dei cittadini. Più spesso ottengono risultati differenti. E’ il caso della condanna di primo grado comminata lunedì dal tribunale di Rovigo a Franco Tatò e Paolo Scaroni in quanto manager che si sono susseguiti alla guida dell’Enel nel periodo antecedente al 2005 (quando è arrivato Fulvio Conti, finito assolto).

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Ambienti collaterali

Il giustizialismo ambientalista intacca sempre di più gli interessi di nevralgici siti produttivi dell’industria pesante nazionale e di impianti energetici importanti, oltre che l’onorabilità dei loro amministratori. Il guaio è che le azioni contundenti delle varie magistrature inquirenti e dei tribunali giudicanti solo accidentalmente riescono a tutelare la salute dei cittadini. Più spesso ottengono risultati differenti. E’ il caso della condanna di primo grado comminata lunedì dal tribunale di Rovigo a Franco Tatò e Paolo Scaroni in quanto manager che si sono susseguiti alla guida dell’Enel nel periodo antecedente al 2005 (quando è arrivato Fulvio Conti, finito assolto). Entrambi sono stati  giudicati “sodali tra loro” e quindi condannati a tre anni di reclusione e cinque di interdizione dai pubblici uffici con l’accusa di non essersi interessati al contenimento delle emissioni inquinanti della centrale elettrica a olio combustibile di Porto Tolle pur senza avere danneggiato la salute della popolazione locale. Bisogna attendere le motivazioni, ma fin d’ora la sentenza presenta qualche stranezza. La prima sta nel fatto che il nesso causale tra il danno alla popolazione (malattie e morte per agenti inquinanti nell’aria) non è stato dimostrato: figura soltanto nelle perizie epidemiologiche dei consulenti chiamati dal pubblico ministero Manuela Fasolato. Perizie dal valore metodologico dubbio che infatti sono state considerate erronee dal tribunale (in caso contrario, va da sé, la condanna sarebbe stata ben più grave). Eppure era su queste basi che si è costruito l’intero processo. Alcuni responsabili diretti della gestione dell’impianto (il direttore della produzione e i capi centrale dell’epoca) sono stati assolti, seconda stranezza. La conseguenza (accidentale) dell’intervento giudiziario semmai ha una ricaduta politica e riguarda la carriera professionale di Scaroni, il quale difficilmente adesso potrà ambire al ruolo di presidente dell’Eni – di cui è amministratore delegato da nove anni – in vista del rinnovo degli incarichi apicali nelle società a controllo statale.

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I capi di imputazione non sono compresi nella lista di onorabilità stilata dal ministero del Tesoro ma, vista l’esposizione mediatica del caso, la “promozione” di Scaroni sarebbe sconveniente per il governo. Le conseguenze inattese dei provvedimenti giudiziari però non si fermano all’Enel ma hanno riguardato anche l’acciaieria Ilva. E’ da notare il “miracolo” prodotto dalle azioni congiunte dei magistrati di Taranto (con sequestri agli impianti produttivi) e di quelli di Milano (con i sequestri alle disponibilità liquide della famiglia Riva). I giudici sono riusciti a mettere d’accordo gli ambientalisti e i Riva, che adesso avranno una “convergenza di interessi”. Infatti la domanda che si fanno pubblicamente i Verdi, per bocca del portavoce Angelo Bonelli, e che frulla nella testa degli imprenditori milanesi è più o meno la stessa: dov’è finita l’urgenza per la tutela dell’ambiente? Il piano ambientale dell’Ilva, infatti, è stato approvato per decreto a gennaio ma non è ancora pubblicato in Gazzetta ufficiale. Un rallentamento nella pubblicazione che Bonelli riconduce alla necessità del commissario dell’Ilva, Enrico Bondi, di assicurarsi risorse finanziarie fresche, con garanzia pubblica della Cdp, per guadagnare tempo in vista della presentazione del piano industriale che deve seguire a stretto giro quello ambientale. La fretta che aveva mosso la magistratura quasi due anni fa pare insomma scomparsa visto che Bondi è in carica da dieci mesi. Ma pochi si pongono il dubbio. Sarà perché a Taranto – altro “miracolo” – le emissioni dell’Ilva sono calate ben al di sotto dei limiti di legge dato che la produzione d’acciaio s’è ridotta di quasi la metà rispetto all’anno scorso. In questo senso, l’obiettivo “salutistico” dei magistrati è stato raggiunto (accidentalmente) al caro prezzo di una carenza di liquidità conclamata. Altra crisi, altro “miracolo”: l’aria del savonese è più inquinata oggi che l’11 marzo scorso, quando la centrale elettrica a carbone di Vado Ligure della Tirreno Power è stata chiusa con provvedimento di sequestro dal gip, Fiorenza Giorgi. Le emissioni – comprese quelle di anidride solforosa che la centrale sbuffa – sono salite nei giorni 13, 14 e 16, scriveva ieri in esclusiva il sito locale ligure Ivg, portando a conforto i dati dell’Agenzia ambientale regionale (Arpal). Allora era la centrale a inquinare così tanto? Eppure l’inchiesta ha sigillato la Tirreno sulla base di discutibili statistiche matematiche sui casi clinici fornite da perizie di parte ambientalista. Adesso la Tirreno perde centinaia di migliaia di euro ed è nel limbo: il ministero dell’Ambiente pretende un immediato inizio dei lavori di riconversione degli impianti, ma i lavori non possono iniziare perché ostaggio dei ricorsi di comitati ambientalisti locali presentati al Tar che arriveranno a sentenza solo a maggio.

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