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Alzare le braccia troppo presto. Il ciclismo e la beffa dell'ultimo metro

Alzare le braccia al cielo sotto il traguardo è il simbolo della vittoria nel ciclismo. C'è chi lo fa con la tranquillità e la naturalezza del campione, chi inventando mosse particolari, chi mimando un colpo di pistola, chi manda baci, chi urla, chi non lo fa proprio. C'è poi chi le braccia le alza, poi si accorge di averlo fatto troppo presto e allora si dispera e si maledice. E' la beffa dell'ultimo metro, la maledizione dell'esultanza. Perché nel ciclismo questa è contemporanea alla vittoria, a volte pure preventiva. Niente a che vedere con altri sport.

Alzare le braccia troppo presto. Il ciclismo e la beffa dell'ultimo metro

Alzare le braccia al cielo sotto il traguardo è il simbolo della vittoria nel ciclismo. C'è chi lo fa con la tranquillità e la naturalezza del campione, chi inventando mosse particolari, chi mimando un colpo di pistola, chi manda baci, chi urla, chi non lo fa proprio. C'è poi chi le braccia le alza, poi si accorge di averlo fatto troppo presto e allora si dispera e si maledice. E' la beffa dell'ultimo metro, la maledizione dell'esultanza. Perché nel ciclismo questa è contemporanea alla vittoria, a volte pure preventiva. Niente a che vedere con altri sport.

L'ultimo a cadere nel circolo del sorpasso all'ultimo metro è Oscar Gatto. Buon corridore, non certo un fenomeno, battuto sul traguardo di Zottegem alla tre giorni di La Panne, corsa in Belgio di preparazione alle classiche del pavé, da Peter Sagan, che invece fenomeno lo è.

 

Vittoria gettata al vento certo, ma non si crucci Gatto: è comunque entrato a tutti gli effetti nel gotha dei gabbati, dei sorpassati sulla linea del traguardo per esultanza prematura. Assieme a lui in tanti: gregari e campioni, velocisti e cacciatori di classiche. La beffa più grande probabilmente è quella che occorse a Frits Hogerheide, allora gregario di Rick Van Looy, nella 10a tappa della Vuelta di Spagna del 1970. Mai vincente, un po' goffo in bicicletta, con occhiali grandi e spessi, ma gran lavoratore, l'olandese se ne va da solo a quasi 100 km dal traguardo, incrementa vantaggio, sembra irraggiungibile. Alle sue spalle però parte all'inseguimento Anatole Novak, nemmeno lui campione, ma scaltro e indomito. Recupera terreno, minuti, all'ultimo chilometro è alle spalle dell'olandese di nemmeno 30 secondi. Ma Hogerheide non se ne accorge, alza le mani a 100 metri dall'arrivo, il francese accelera disperatamente e sul traguardo lo beffa.

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Meno lampante ma più pungente è quanto accadde alla Milano-Sanremo 2004. Dopo 297 km parte lo sprint, Zabel esce forte, con la coda dell'occhio osserva gli altri, decide di aver vinto, alza le mani al cielo. Però viene beffato da Oscar Freire per 17 centimetri. La disperazione non gli renderà la vittoria.
Non solo carneadi o pokeristi di Sanremo. Anche i cannibali sono caduti in trappola. Merckx si invola, Adorni gli si piazza alla ruota, non gli da un cambio, gli promette che non farà la volata. Il traguardo si avvicina, Merckx si prepara ad esultare, Adorni lo sfila e vince. Dopo il traguardo continua e scappa, si nasconde per paura di ritorsioni. Verrà premiato il giorno dopo.

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