Gli aeroplanini di Rio

Non è un bel posto. Rivoli di acque grigie, porte sbarrate ovunque e il silenzio tetro del coprifuoco. Un lampo bianco sale dagli ultimi tetti affacciati sulla strada dell’aeroporto. E’ il segnale che la polizia militare sta entrando. Le vedette sono ragazzini, di guardia giorno e notte per annunciare visite sgradite. Gli “aeroplanini” li chiamano, gli aeroplanini dei narcos, un esercito di adolescenti. Della Maré, 130 mila persone in quindici favelas cresciute una accanto all’altra addosso all’ingresso settentrionale di Rio de Janeiro come le capanne di paglia crescevano nel Medioevo attorno alle mura dei castelli, molto si parla nelle cronache carioca e quasi mai per notizie positive.

di Angela Nocioni

Gli aeroplanini di Rio

Non è un bel posto. Rivoli di acque grigie, porte sbarrate ovunque e il silenzio tetro del coprifuoco. Un lampo bianco sale dagli ultimi tetti affacciati sulla strada dell’aeroporto. E’ il segnale che la polizia militare sta entrando. Le vedette sono ragazzini, di guardia giorno e notte per annunciare visite sgradite. Gli “aeroplanini” li chiamano, gli aeroplanini dei narcos, un esercito di adolescenti. Della Maré, 130 mila persone in quindici favelas cresciute una accanto all’altra addosso all’ingresso settentrionale di Rio de Janeiro come le capanne di paglia crescevano nel Medioevo attorno alle mura dei castelli, molto si parla nelle cronache carioca e quasi mai per notizie positive. Territorio conteso da tre gruppi di narcotrafficanti in guerra fra loro, la Maré occupa lo spazio stretto tra le due principali arterie che collegano la città al suo aeroporto internazionale, la Avenida Brasil e la Linha Vermelha. Impossibile nasconderla. Chiunque arrivi a Rio dall’aeroporto deve passarle di fianco. Vede i muri scrostati della Maré prima della statua del Cristo redentore, prima del mare.

Dai primi di aprile la megafavela sarà occupata dall’esercito. Il governo di Rio non ce la fa a tenere a bada i narcos, in controffensiva armata da tre mesi. A giugno iniziano i Mondiali di calcio. A ottobre si vota per le presidenziali. La presidente Dilma Rousseff, favorita secondo i sondaggi per una conferma del mandato già al primo turno, non ha esitato a spedire in soccorso al governatore Sérgio Cabral, suo alleato, le truppe federali. I furgoni neri con il teschio e le tibie incrociate, simbolo del Battaglione delle operazioni speciali della polizia militare, il famoso Bope raccontato dal film “Truppa d’élite” che nel 2007 vinse l’Orso d’oro a Berlino, sono già entrati da venerdì scorso per preparare la strada all’esercito. Pattugliamenti, irruzioni, retate. Lunghe sparatorie tutti i pomeriggi. La polizia militare nega. Dalle scuole della Maré confermano invece di aver dovuto far stendere i bambini a terra in classe più volte tutti i pomeriggi da venerdì. I negozi sono chiusi. Nessuno può vendere una bottiglia d’acqua a un poliziotto senza essere punito dai narcos come collaborazionista. Meglio chiudere e aspettare. L’unico comunicato del Bope è stato chiaro: “Siamo venuti per restare”. Anche l’esercito non se ne andrà fino alla fine dei Mondiali.

All’Observatório de Favelas, associazione fondata tredici anni fa da ricercatori sociali e residenti, sono furiosi e sgomenti. “E’ un enorme passo indietro, l’occupazione militare a tempo indefinito riafferma la logica della guerra”, dice la responsabile dell’Osservatorio, la psicologa Raquel Willadino. “Ce l’aspettavamo – assicura invece Claudia Ribeiro Da Silva, direttrice del Museu da Maré – perché la Coppa del mondo si avvicina e nessuno ha davvero intenzione di mandare da noi la Upp”. Upp sta per Unidades de Polícia Pacificadora, il fiore all’occhiello della politica di sicurezza del governo di Rio, di cui è responsabile il braccio destro del governatore Cabral (e di lui molto più popolare) José Mariano Beltrame. Il piano è stato avviato nel 2008. L’idea era non eliminare il traffico di droga, ma sottrarre il controllo del territorio ai narcos. Nella logica del governo, la presenza stabile in favela della polizia pacificatrice fatta di agenti giovani con una preparazione specifica, in teoria meno corrotti e violenti della polizia tradizionale, dovrebbe rappresentare la presenza dello stato. In un secondo momento, sempre in teoria, agli agenti dovrebbero essere affiancati medici, infermieri, insegnanti, assistenti sociali. Si tratta della fase due, celebrata forse con troppo anticipo in Brasile e all’estero, della tanto sbandierata Upp social che avrebbe dovuto recuperare allo stato comunità off limits portandoci dentro ospedali, scuole, campi sportivi. E che è rimasta però un oggetto misterioso nella maggior parte delle favelas occupate (38 finora). Anche perché un’ondata di attacchi militari dei narcos ha rivelato fragilità inattese nel sistema e ha messo in scacco la politica di sicurezza di Rio. Quattordici agenti delle Upp uccisi dal 2012, alcuni con secchi colpi di pistola alla testa, nelle gigantesche baraccopoli (alcune sono delle città informali, con palazzine di sette piani, negozi e servizi) della Rocinha, Alemão, Pavão-Pavãozinho. I trafficanti, lontani dall’essere sconfitti e spostatisi solo di qualche chilometro, si sono scatenati negli ultimi dieci giorni. Auto della polizia assaltate, autobus bruciati e la principale via d’accesso alla città paralizzata dalla rivolta.

Il piano di pacificazione è sconfitto? L’invio dell’esercito è la prova che non si può cercare la pace a Rio senza fare la guerra? Il governo locale ammette che il numero degli omicidi, calato negli ultimi anni, è cresciuto del 20 per cento dal 2012. A sentire l’ex capo della Upp, il comandante Robson Rodrigues, la reazione dei trafficanti proverebbe il successo della nuova strategia. “Si tratta della più importante politica di sicurezza tentata in Brasile negli ultimi anni – dice Robson – Obbliga la polizia a riprendere il suo ruolo di prevenzione e di mediazione dei conflitti. Fosse solo per questo, saremmo già di fronte a un risultato straordinario. Abbiamo 10 mila agenti che vivono stabilmente nelle comunità e la loro presenza è approvata dal 75 per cento degli abitanti nelle zone interessate, secondo i dati dell’Istituto Data Favela”.

Di tutt’altra idea è Marcelo Freixo, deputato del Psol, partitino uscito dalla sinistra del Pt, il Partito dei lavoratori al governo del Brasile dal 2003. “La politica di sicurezza è diventata un puro strumento di propaganda – sostiene Freixo – Quattrocento agenti dei Battaglioni speciali sono stati fatti entrare stabilmente nell’ultimo fine settimana nelle favelas della zona nord di Rio e hanno annunciato una risposta estremamente dura ai narcos”, dice Freixo. “Il problema è che le risposte durissime della polizia militare sono selettivamente miopi. Curiosamente la stragrande maggioranza di persone uccise dalla polizia risulta essere morta durante azioni di resistenza all’arresto, se fosse vero dovremmo credere che in un solo anno 1.330 persone hanno resistito violentemente alla polizia a Rio de Janeiro. Miopi e anche daltoniche – aggiunge – vista la quantità di neri tenuti arbitrariamente in arresto in questa città. Norme del codice penale ereditate dagli anni della dittatura militare, come quella che consente l’arresto quando l’accusato rappresenta un pericolo grave all’ordine pubblico, consentono ai giudici restrizioni di libertà personali totalmente arbitrarie”. Uno degli ultimi episodi di violenza da parte della polizia diventato notizia è stato l’assassinio di una cameriera, Claudia Silva Ferreira, uccisa dalla polizia militare nella zona nord di Rio mentre camminava con in mano una tazza di caffè, non una mitraglia. E’ stata caricata probabilmente già morta nel portabagagli della volante, da lì è caduta rimanendo impigliata alla macchina ed è stata trascinata per 350 metri. La scena, filmata da un automobilista col telefono cellulare, è finita in rete. “In quell’area della città, competenza del nono battaglione della polizia militare – racconta Freixo – l’anno scorso sono state uccise 18 persone in atti di supposta resistenza all’arresto. Più di una al mese. E’ chiaramente una zona fuori controllo, cosa facciamo? Uno stato militare? Mandiamo la Upp in ognuna delle favelas di Rio? Sono più di mille”.
La questione della sostenibilità è un argomento molto serio. Nelle favelas più piccole – per esempio in quella minuscola dietro all’Avenida atlantica di Copacabana, vetrina dell’Upp sul cui ripido accesso ormai si inerpicano entusiasti anche i turisti – dove il rapporto tra agenti e popolazione è molto alto, la pacificazione funziona. All’Alemão, alla Rocinha, le più grandi e popolate, dove la presenza della polizia è minore, il sistema presenta invece molti buchi neri. Nelle favelas di Rio vivono un milione e duecentomila persone. Le Upp in pianta stabile sono già più di diecimila. Impossibile mantenere un’occupazione militare simile, tantomeno moltiplicarla.

Il dilemma è se continuare a investire risorse in una strategia di sicurezza che si sta mostrando comunque vulnerabile agli attacchi dei narcos, o se riprendere la vecchia via, mai risultata vincente, della persecuzione militare a tappeto dei trafficanti. L’avvicinarsi dell’apertura dei Mondiali non favorisce la serenità delle scelte. Puntuale, a mesi alterni, arriva anche l’allarme terrorismo.
“Vai ser a Copa do mundo do terror”. Sarà la Coppa del mondo del terrore. Il tono è beffardo, ma la minaccia è stata considerata serissima. L’avrebbero pronunciata, in una concitata conversazione telefonica, due capi di medio livello del Primeiro comando da capital (Pcc), la principale organizzazione di narcotrafficanti del Brasile con 11 mila uomini, settemila dei quali sulla piazza di San Paolo, oltre ai 130 mila affiliati detenuti. Il gruppo è noto per possedere un arsenale di armi da guerra tecnologiche, della cui potenza di tanto in tanto dà spettacolare saggio con l’abbattimento di elicotteri colpiti in volo. Emir Sader, vecchio intellettuale marxista in quota lulista, non crede all’emergenza. “I narcos non hanno nessun interesse a disturbare i Mondiali di calcio, non hanno bisogno di pubblicità – osserva – In quel mese i problemi per l’ordine pubblico saranno semmai le manifestazioni di protesta, le televisioni di tutto il mondo sono ansiose di riprendere black bloc in azione, e i black bloc rispunteranno”. Vero è che i narcos, di solito, non disturbano i grandi eventi sportivi così come hanno un religioso rispetto del Carnevale.

I due detenuti intercettati mentre parlano da un cellulare all’altro dalle celle del carcere Presidente Venceslau, a ovest di San Paolo, svelano i dettagli di un piano di attacco militare allo stato durante i Campionati del mondo di calcio. L’informazione è confermata da altri dialoghi ascoltati negli ultimi mesi dall’intelligence della polizia paulista. “Stanno trasmettendo ordini espliciti al cellulare perché vogliono che si sappia”, dice uno dei 23 investigatori del Grupos de Atuação Especial de Repressão ao Crime Organizado che ha diretto l’inchiesta.

Da stralci di intercettazioni pubblicate dal quotidiano Estado do sao Paulo, si deduce che la minaccia dell’esplosione di violenza durante il momento di massima visibilità planetaria del paese ospite della Coppa del mondo di calcio avrebbe lo scopo di ricattare le autorità brasiliane e impedire così il trasferimento della cupola del Pcc dalle prigioni normali al Regime Disciplinar Diferenciado, il corrispondente del nostro carcere duro previsto dall’articolo 41 bis. La strategia prevederebbe una escalation. Prima una protesta di massa nelle carceri non appena la cupula del Pcc dovesse essere trasferita a condizioni detentive più dure, e poi, in caso di conferma della misura, attacchi militari nelle grandi città e guerra aperta a esercito e polizia.

Il Pcc conosce bene le carceri, è nato come organizzazione criminale nella Casa di custodia di Taubaté, la grande prigione di San Paolo, e si è scelto, come evento fondativo nella leggenda interna della banda, l’uccisione di 111 detenuti il 2 ottobre del 1992 nel carcere di Carandiru durante un intervento della polizia. Da lì, la costruzione mitica dell’obiettivo sociale della narcobanda che si spaccia nell’immaginario suburbano come una rete di “Robin Hood” del Secondo millennio votata a combattere la respressione dei detenuti. In realtà fattura come una multinazionale in affari illegali. Solo con la vendita delle droghe a San Paolo guadagna più di 5 milioni di dollari al mese. Poi c’è il settore immobiliare e la grande impresa, nemmeno tanto sotterranea, dei trasporti informali. La maggior parte dei piccoli bus che vanno zigzagando per le metropoli brasiliane è controllata dal Pcc. Primeiro comando negli ultimi cinque anni ha guadagnato grandi fette di mercato a discapito del vecchio gruppo narco di Rio de Janeiro, il Comando Vermelho (comando rosso) grazie al cambiamento delle rotte del narcotraffico: San Paolo con i suoi 11 milioni di abitanti è diventato il principale mercato di droga del Brasile.

La diffusione del contenuto delle intercettazioni telefoniche sta creando molta tensione nei preparativi, già caotici, della gestione dell’ordine pubblico durante i Mondiali. Dopo la relazione sui risultati dell’inchiesta al Gabinetto di gestione integrata del comando militare sud-est dell’esercito, il comandante generale della polizia militare, colonnello Benedito Roberto Meira, ha messo in stato d’allerta tutti i battaglioni. Temono la guerra aperta perché non si possono garantire contemporaneamente la libera circolazione e la sicurezza, quando c’è una ondata di attacchi militari in corso. C’è bisogno di isolare zone, di chiudere strade. E come si fa durante la Coppa del mondo? Il potere di ricatto di una organizzazione in grado di tenere in scacco l’esercito, anche se per un breve periodo, nei giorni del Mondiale è enorme. Le telecamere delle tv dell’intero pianeta puntate sui campi di calcio del Brasile sono un’arma micidiale.

Una recente prova della capacità di fuoco del Pcc la si è avuta due anni fa quando San Paolo è stata teatro di attacchi mirati alla polizia militare: 106 agenti uccisi. La prima grande dimostrazione di forza Primeiro comando l’ha data invece nel 2006. Per otto giorni le più grandi carceri del Brasile si sono ammutinate sotto la direzione dei detenuti del Pcc, mentre decine di gruppi armati attaccavano caserme e centrali di polizia scatenando il panico nelle metropoli. Allora i morti accertati furono 154, quasi tutti agenti carcerari e poliziotti civili e militari, ma anche alcuni ignari passanti coinvolti nelle sparatorie.

Uno dei sostenitori del carcere duro per i capi narcos è attualmente il governatore di San Paolo, Geraldo Alckmin, che ha scelto come cavallo di battaglia della sua politica di sicurezza la tolleranza zero ai privilegi concessi ai detenuti ricchi nelle carceri, cominciando dalla necessità di impedire loro di entrare in possesso dei telefoni con i quali continuare a governare l’organizzazione dentro e fuori dalle prigioni. La polizia sostiene di aver sventato un attentato contro di lui preparato dal Pcc.
Le intercettazioni disegnano una relazione fitta di collaborazione e ricatto reciproco costante tra i detenuti del Pcc e molti poliziotti. Risulta diffusa la pratica di sequestri lampo in caserma di persone legate ai narcos, fermate con qualsiasi scusa e trattenute finché la negoziazione con i capibanda chiamati a pagare un riscatto non si è conclusa. In alcune telefonate si ascoltano anche agenti della Deic, la Delegacia Estadual de Investigações Criminais, offrire a membri del Pcc archivi di computer e pen-drive requisiti durante le operazioni di polizia. Tra gli intercettati c’è anche Marco Williams Herbas Camacho, conosciuto come Marcola o come Playboy, il capo del Pcc, famoso per non dare mai ordini al telefono. In una sua conversazione registrata qualche mese fa si vanta di aver ripulito le carceri di San Paolo dal crack. “E’ merito mio se quella merda non gira più in cella”, dice. Marcola, 45 anni, nato nella periferia di San Paolo, ha passato la metà della sua vita in carcere. L’ultima condanna l’ha presa per una serie di assalti a istituti di credito: 44 anni.

Ha cominciato come scippatore in un sobborgo paulista. Ha studiato in cella. Si vanta di aver letto tremila libri. Recita a memoria passaggi dell’“Arte della guerra” del cinese Sun Tzu. Ogni tanto cita Trotzky e Lenin. Raccomanda ai suoi uomini di leggere il “Principe” di Machiavelli. Durante l’ultimo Mondiale ha fatto spedire nel carcere di Avaré, nell’estrema periferia di San Paolo, sessanta televisori giganti perché i detenuti potessero seguire le partite. “Paga o Pcc” era il tam tam di cella in cella.
E’ diventato il capo del Pcc nel 2002. La mossa vincente per lui è stata quella di capire che il traffico di droga era miglior affare dei sequestri di persona. Quando si è aperta la guerra per il controllo del mercato si è imposto per le sue qualità politiche, prima che per le sue doti nell’organizzazione militare. Ha saputo far trattare una pace armata ai narcos carioca di Terceiro comando e Amigos dos Amigos, che avevano ormai perso la guerra per il controllo del territorio di Rio con i tradizionali rivali del Comando Vermelho, ma continuavano a sparargli addosso. La mediazione del Pcc funzionò e il ruolo di primo capo narco per Marcola venne così consacrato.

Anche il Comando Vermelho ha un evento mitico fondativo ambientato in carcere. Secondo la storia orale che i detenuti si tramandano, alla fine degli anni Trenta un gruppo di delinquenti comuni si unì a detenuti politici nella prigione dell’Ilha grande, vicino Rio. Marcola però ha saputo fare quello che al Comando Vermelho non è mai riuscito. Ha saputo inquadrare l’enorme rete di venditori al dettaglio di droghe di San Paolo, un insieme disarticolato di piccoli nuclei in guerra tra loro, e porla al servizio di un potere centrale. Il Pcc ha una organizzazione che prevede addirittura tribunali interni oltre a una direzione centrale (che si chiama Sintonia Final Geral), ma rimane l’insieme di tanti piccoli venditori al dettaglio armati. E’ una nebulosa che, all’occorrenza, sa muoversi come un esercito. Agile, come solo può esserlo un esercito di ragazzini.

di Angela Nocioni

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