Dislessico famigliare

Piccolo lessico per individuare chi ha vinto e chi ha perso al grande gioco della famiglia italiana (e un po’ anche europea). Famiglie unipersonali e nuclei familiari. Le famiglie costituiscono un universo assai generale nel cui grembo si può trovare letteralmente di tutto. Esse comprendono, infatti, anche quelle cosiddette unipersonali, ovvero formate da una sola persona, e dunque secondo il senso comune assai poco “famiglie”. Si attaglia al senso comune di famiglia, semmai, la definizione di nucleo familiare ch’è, per citare l’Istat, “un insieme di persone tra loro coabitanti che sono legate dal vincolo di coppia e/o rapporto genitore-figli”.

Dislessico famigliare

Piccolo lessico per individuare chi ha vinto e chi ha perso al grande gioco della famiglia italiana (e un po’ anche europea).

Famiglie unipersonali e nuclei familiari. Le famiglie costituiscono un universo assai generale nel cui grembo si può trovare letteralmente di tutto. Esse comprendono, infatti, anche quelle cosiddette unipersonali, ovvero formate da una sola persona, e dunque secondo il senso comune assai poco “famiglie”. Si attaglia al senso comune di famiglia, semmai, la definizione di nucleo familiare ch’è, per citare l’Istat, “un insieme di persone tra loro coabitanti che sono legate dal vincolo di coppia e/o rapporto genitore-figli”. Insomma, è soltanto quando parliamo di nuclei familiari che intendiamo le vere famiglie, mentre quando ci riferiamo a tutte le famiglie, senza distinzione alcuna, è implicito che comprendiamo in esse anche i cosiddetti single, coloro che vivono da soli e hanno un foglio di famiglia presso l’anagrafe comunale che attesta come la composizione della famiglia sia limitata alla sola loro persona. Poi ci sono le situazioni assai particolari, nel senso di assai poco rappresentate, ormai, delle famiglie con più nuclei e di quelle senza nuclei. Le prime corrispondono un po’ alle vecchie famiglie patriarcali, e si verificano quando sotto lo stesso tetto co-abitano un nucleo diciamo così centrale – il padre-patriarca con la moglie e gli eventuali figli non sposati – e altri nuclei rappresentati dai figli con le loro situazioni familiari. Le seconde corrispondono a situazioni di comunità in cui tante persone singole (ad esempio anziani) si trovano a condividere la vita in una residenza che non è di alcuna di loro e senza che tra di loro vi siano legami di coppia o di genitore/figlio. Complessivamente, queste realtà assommano al 3 per cento del totale delle famiglie italiane. Molto schematicamente si può rappresentare la realtà della famiglia italiana dicendo che di 100 famiglie 30 sono formate da una sola persona e 70 da nuclei familiari a tutti gli effetti, ovvero da almeno due persone.

Famiglia nucleare. E’ molto di moda dire della famiglia d’oggi chiamandola “nucleare”, la “famiglia nucleare”. In sé, per quello che abbiamo appena visto, questa definizione non significa molto, perché parlare di famiglia nucleare significa semplicemente escludere che si tratti di famiglia formata da una sola persona. Ci sono poco meno di 17 milioni di famiglie nucleari in Italia, dunque la realtà è indiscutibilmente quella, da noi come negli altri paesi, della famiglia nucleare – e ancora fondata sul nucleo uomo-donna. Semmai è molto più esplicativo di quel che è successo alla famiglia italiana ricordare che neppure una dozzina di anni fa la composizione era di 24 famiglie unipersonali e di 76 nuclei familiari ogni 100 famiglie, cosicché mentre allora c’erano 3,2 nuclei familiari ogni famiglia unipersonale oggi ci sono appena 2,3 nuclei familiari per ogni famiglia unipersonale. 3,2 e 2,3, stessi numeri, ma a posizioni invertite, una differenza tutt’altro che piccola. La famiglia nucleare ha perso posizioni in tutto l’occidente, e non solo in Italia, a favore della famiglia unipersonale.

Famiglia tradizionale. Per famiglia tradizionale si intende di solito la famiglia formata dalla coppia unita in matrimonio e aperta ai figli. L’indissolubilità del legame centrato sulla fedeltà fra i coniugi (ma ben più, va riconosciuto, sulla fedeltà della donna verso l’uomo che non viceversa) e sull’obbedienza da parte dei figli all’autorità dei genitori, e segnatamente a quella del padre, sono caratteri che hanno contrassegnato a lungo la famiglia tradizionale ma che sono andati perduti con l’andare del tempo, pur se in misura accelerata piuttosto di recente e specialmente a datare dall’introduzione del divorzio.

Strano destino quello della famiglia tradizionale in Italia. Per un verso essa gode infatti di una sorta di monopolio, non essendoci una legislazione ad hoc per il riconoscimento delle coppie/famiglie di fatto e omosessuali. Eppure il suo prestigio è in costante contrazione, e più ancora l’appeal che essa esercita nel mondo contemporaneo, com’è possibile capire anche soltanto dal crollo dell’indice di nuzialità, sceso in Italia a 3,4 matrimoni annui ogni 1.000 abitanti – dopo aver superato più volte gli 8 matrimoni annui ancora negli anni 60 del secolo scorso – e in Europa a un pur sempre assai modesto 4 per mille.

Single e “veri single”. Famiglie unipersonali da un lato e, a maggior ragione, nuclei familiari dall’altro sono realtà tutt’altro che omogenee al proprio interno. Nelle famiglie unipersonali troviamo infatti i vedovi, i separati/divorziati e i celibi/nubili. E’ di tutta evidenza che si tratta di situazioni assai diverse. I vedovi costituiscono famiglie unipersonali loro malgrado, i celibi/nubili di norma per loro scelta. Nel mezzo stanno i separati/divorziati, che seppure hanno fatto una scelta, non è azzardato pensare che sia stata, almeno rispetto alle speranze di partenza, loro malgrado. Delle oltre 7,2 milioni di famiglie unipersonali italiane, celibi/nubili e vedovi rappresentano ciascuno poco meno del 40 per cento mentre poco più del 20 per cento è rappresentato da separati e divorziati. Ma la cosa degna di rilievo è che ad aumentare maggiormente sono state le famiglie unipersonali di celibi/nubili, vale a dire di coloro che non sono mai stati sposati.

Del resto è il trionfo di celibi e nubili in generale, e non soltanto di quelli che lasciano la famiglia di origine senza però costituire dei veri nuclei familiari ma soltanto delle famiglie unipersonali in quanto né si sposano né si uniscono in coppie di fatto. Se consideriamo i celibi/nubili di 25 e più anni (non è male ricordare che l’età media delle donne al matrimonio era ancora di 24 anni all’inizio degli anni 70) l’aumento è stato negli ultimi venti anni di quasi 5 milioni di persone, due milioni più dell’aumento complessivo della popolazione verificatosi nel frattempo. Quelli che potremmo chiamare i “veri single” sono oggi ben 10,5 milioni. Un fenomeno in crescita in molti paesi europei, se non proprio in tutti.
Coppie di fatto. Chi pensa che le coppie di fatto rappresentino la grande novità anche in Italia si rassegnino, non è così. Le coppie di fatto in Italia non sfondano, punto primo. Non salvano la famiglia, punto secondo. Celebrate come il grande boom in tema di famiglia, le coppie di fatto sono ferme da noi al 7 per cento delle coppie, un milione o poco più di coppie, dopo vent’anni in cui non si è fatto che celebrarne in lungo e in largo la novità, dopo l’istituzione dei registri delle coppie di fatto in tanti comuni italiani (dove conducono una vita stenta, nonostante la pubblicità) e in attesa di un loro riconoscimento legislativo a tutti gli effetti come unioni civili – o come intenderemo chiamarle. Quanto a salvare la famiglia, non se ne parla. Queste coppie infatti non si aggiungono alle men che mediocri quantità di coppie che si uniscono in matrimonio ma semmai ne sottraggono al matrimonio, la formazione di coppie/famiglie resta a livelli minimi, cambia quasi esclusivamente la composizione interna alle coppie/famiglie. Erano tutte o quasi sposate trent’anni fa mentre oggi 7 su 100 sono rappresentate da coppie di fatto. Anche sommate insieme, coppie unite in matrimonio e coppie di fatto non fanno che diminuire. In Italia la famiglia si forma a ritmi insufficienti, e comunque assai minori di quelli dell’Europa continentale e del nord, dove pure essa si accompagna a fortissimi tassi di divorzialità di quasi un matrimonio su due.

Coppie di fatto non conviventi. Piuttosto, sembra prendere piede una realtà di coppia di fatto non co-abitante, una tipologia ad ancora minore tasso di responsabilità, in pratica il livello minimo della responsabilità, allorquando da una si passa a due persone che stanno assieme. Possiamo chiamarla tipologia di famiglia? Non pare – né si azzarda a considerarla tale l’Istat. Ma possiamo farlo, se ci va di farlo, purché sia chiaro che sotto questo livello di responsabilità non si può andare in una relazione di coppia e che non rimane altro da raschiare dal fondo di quel barile chiamato famiglia.

Ora, sarà pure la crisi a costituire un’aggravante, ma certo sconcerta che l’ascesa delle coppie di fatto – mai stata travolgente in Italia – sia stata bloccata dal subentrare di una tipologia di (non) famiglia o per meglio dire di (non) coppia ad ancora più basso tasso di responsabilità, da quella coppia di fatto non convivente nella quale il tasso di responsabilità reciproca dei componenti tra di loro è al minimo livello possibile mentre raggiunge lo zero assoluto il livello di responsabilità dei suoi componenti in quanto coppia nei confronti della società. Sta trionfando una tipologia di coppia, insomma, pressoché inesistente socialmente, che naviga sotto il pelo dell’acqua, che non si vede e non si manifesta che in un ambito privato di conoscenze e relazioni. Che non ha obblighi verso la società né si aspetta da essa riconoscimenti: non morali, ma neppure giuridico-legali. Va da sé che quando dico che “sta trionfando” mi rifaccio a valutazioni assai problematiche e indirette di un fenomeno ch’è molto difficile afferrare, date le sue caratteristiche così fenomenologicamente sfuggenti, nella sua consistenza quantitativa.
Famiglie ricostituite. Ci sono sempre state, solo che oggi, dopo l’introduzione del divorzio, sono molto più numerose di sempre. Sono quelle famiglie formate da uno o entrambi i coniugi che hanno già avuto una precedente esperienza matrimoniale, chiusa per la morte dell’altro coniuge o per divorzio. Su un totale di 200-220 mila matrimoni annui sono circa 30 mila quelli in cui almeno uno sposo viene da un precedente divorzio, quasi il 15 per cento dei matrimoni, una cifra ch’è andata assestandosi dopo un’ascesa iniziale. Per dare un’idea di come le famiglie ricostituite, conseguenti a secondi matrimoni, siano una realtà legata in modo del tutto particolare all’introduzione del divorzio, basti dire che i secondi matrimoni implicanti almeno un vedovo sono soltanto 3-4 mila l’anno, qualcosa come un decimo di quelli in cui almeno uno sposo è un divorziato. Il divorzio ha assestato un maglio terrificante al matrimonio nel mentre, ma non si tratta di una contraddizione quanto di una conseguenza, provvede a tamponarne almeno in parte le perdite continue col secondo matrimonio dei divorziati – ovviamente celebrato con rito civile.

Famiglie allargate. Considerando che quasi otto famiglie italiane su dieci hanno meno di quattro componenti un po’ viene da sorridere nell’ascoltare il continuo ricorso, nel dibattito sulla famiglia in Italia, all’espressione di “famiglie allargate”, che di allargato sembrano avere, più che non la loro concreta consistenza, l’allargamento della definizione. E infatti se prima con famiglia allargata si intendeva semplicemente la famiglia nella quale convivevano più generazioni – nonni, genitori e figli – o altri componenti della parentela, come qualche zio in su cogli anni che non si era sposato, oggi si tende a includere in questa tipologia tutte le famiglie che scaturiscono dalla formazione di nuove famiglie da parte di componenti che sono prima passati attraverso la “scomposizione” delle loro famiglie operata dal divorzio o, comunque, dalla fine di precedenti esperienze di famiglia. Così oggi una coppia nella quale i componenti provengono da precedenti esperienze di famiglia portando ciascuno con sé dei figli va a formare, con questi figli, una famiglia allargata nel senso assai moderno ch’è stato impresso al termine. Ma l’allargamento ben di rado è tale da contemplare anche soltanto un figlio da entrambi i componenti delle nuova coppia-famiglia. Le famiglie così allargate sono piuttosto poche che molte – probabilmente assai meno di 100 mila, accumulatesi nel tempo, su 17 milioni di nuclei familiari – anche se cinema e tv fanno a gara a farcele apparire in proporzioni industriali. Per capirlo basti dire che i matrimoni con sposi divorziati o vedovi “entrambi” al secondo matrimonio sono meno di 10 mila l’anno e che per il calcolo della probabilità non più di un terzo di questi matrimoni saranno tra coniugi che portano “ciascuno” propri figli nella nuova famiglia.

Famiglie monogenitoriali. Anche queste famiglie derivano in grande maggioranza da separazioni e divorzi, e non da stati vedovili. Rispettivamente poco più del 70 e del 60 per cento delle separazioni e dei divorzi riguardano coppie con figli. Divorzi e separazioni comportano dunque la formazione di famiglie unipersonali da un lato, quando non ci sono figli o al coniuge non vengono affidati i figli che ci sono, e di famiglie monogenitoriali dall’altro, quando essendoci figli questi vengono affidati a uno dei coniugi, di norma la madre – e questo nonostante le diverse forme di affidamento, come quello condiviso, d’oggigiorno. La realtà delle famiglie monogenitoriali è ben più corposa, numericamente e umanamente, delle tanto pubblicizzate famiglie allargate, pur se in qualche misura ne costituiscono per così dire il potenziale serbatoio. Sono infatti quasi 2,3 milioni, il 13 per cento dei circa 17 milioni di nuclei familiari, una realtà in crescita anche se è dimostrato che la presenza dei figli, specialmente se più di uno, abbassa le probabilità di separazione e, ancora di più, quelle di divorzio.

Famiglie numerose e famiglia minima. Pochi forse sanno che le famiglie composte da sei e più persone sono state a lungo le famiglie più rappresentate nel nostro paese (e, pur se meno a lungo, anche in molti altri paesi della stessa Europa). Agli inizi del secolo scorso, al censimento del 1911, ammontavano addirittura al 33 per cento delle famiglie. Una famiglia su tre aveva almeno sei componenti. Ancora nel 1951 le famiglie di almeno sei componenti continuavano a rappresentare ben il 20 per cento di tutte le famiglie, una famiglia su cinque. E una famiglia su dieci a cavallo tra gli anni 60 e 70. Certo, la discesa era stata netta, in sessant’anni tra il 1911 e il 1971 eravamo pur sempre passati dal 33 per cento al 10 per cento delle famiglie di questa ampiezza, da una famiglia di almeno sei componenti ogni tre famiglie a una ogni dieci famiglie. Ma le famiglie numerose continuavano a essere numericamente rilevanti e ben visibili nel panorama sociale. Oggi, rappresentano a stento l’uno per cento delle famiglie. In pratica, non esistono più.

Se si prende la fotografia della famiglia italiana negli anni 50 del secolo scorso e la confrontiamo con quella di oggi vediamo che nella prima fotografia le famiglie di almeno quattro componenti sono la grande maggioranza mentre sono una netta minoranza, poco più del 20 per cento, nella seconda fotografia. La differenza sta anche nel fatto che mentre oggi le famiglie di due e tre membri restano in gran parte di queste dimensioni, nonostante il passare degli anni, non evolvono, non diventano più grandi, se non in proporzioni minori, quelle di allora di due e tre componenti non restavano affatto così, col passare degli anni aumentavano di dimensione e diventavano quasi al gran completo di almeno quattro componenti, mentre una cospicua frazione delle stesse arrivava a cinque o più componenti. Le dinamiche sono dunque andate in direzioni opposte tra allora e oggi: verso la famiglia numerosa, allora; verso la famiglia minima, oggi. Di 100 coppie oggi 37 non hanno figli, 30 hanno un solo figlio, 27 due figli e 6 tre figli. E’ questo il quadro della famiglia minima odierna. E questo per fermarci ai nuclei familiari veri e propri. Perché altrimenti occorrerebbe considerare anche il 30 per cento di famiglie formate da una sola persona.

Si può tirare una conclusione, dopo questo rapido passaggio tra i protagonisti della famiglia italiana degli ultimi decenni? Si può, vista oltretutto la limpidezza del panorama. Ci sono stati vincitori e vinti. Hanno vinto i veri celibi e le vere nubili, le famiglie formate da una sola persona e quelle formate da un solo genitore più i figli, le coppie di fatto non conviventi.
Hanno indiscutibilmente perso le famiglie tradizionali, le coppie con figli, le coppie sposate, le famiglie numerose.

Tra vincitori e vinti c’è poi una zona d’ombra rappresentata da quanti sono descritti come vincitori ma che dai dati non si direbbero tali, e sono le coppie di fatto e le famiglie allargate. Le famiglie ricostituite stanno a mezza strada, potrebbero formarsi a ritmi più intensi, ma non ci riescono.
Il super-vincitore? La famiglia minima. L’Italia è un paese ormai fondato sulla famiglia minima. Di questo passo, tra due-tre decenni sulla non-famiglia.

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