Ora insorge chi ha bardato l’Italia

“Questo signore” che fa parte degli “illuminati”, lo ha apostrofato Luigi Angeletti della Uil. “Ripropone ricette che hanno già mostrato il loro fallimento”, ha commentato Susanna Camusso della Cgil. “Autorità che spesso parlano a vanvera”, ha aggiunto Raffaele Bonanni della Cisl. Un fuoco di fila sindacale come quello di ieri, indirizzato contro la Banca d’Italia e il suo governatore Ignazio Visco, non si vedeva almeno dai tempi della famigerata lettera inviata nel 2011 dalla Banca centrale europea al governo italiano, cofirmata dall’allora governatore di Palazzo Koch Mario Draghi, e con annessa ricetta riformatrice e rigorista.

Ora insorge chi ha bardato l’Italia

“Questo signore” che fa parte degli “illuminati”, lo ha apostrofato Luigi Angeletti della Uil. “Ripropone ricette che hanno già mostrato il loro fallimento”, ha commentato Susanna Camusso della Cgil. “Autorità che spesso parlano a vanvera”, ha aggiunto Raffaele Bonanni della Cisl. Un fuoco di fila sindacale come quello di ieri, indirizzato contro la Banca d’Italia e il suo governatore Ignazio Visco, non si vedeva almeno dai tempi della famigerata lettera inviata nel 2011 dalla Banca centrale europea al governo italiano, cofirmata dall’allora governatore di Palazzo Koch Mario Draghi, e con annessa ricetta riformatrice e rigorista. Solo che l’occasione per far sollevare tutti (confindustriali inclusi), stavolta, è stata una più innocua commemorazione di Guido Carli (ex Bankitalia, ex Confindustria, ex Tesoro): “I problemi odierni dell’Italia – ha detto Visco in quella sede – sono molto simili a quelli che si potevano osservare al termine del governatorato Carli: ‘Lacci e lacciuoli’, intesi come rigidità legislative burocratiche, corporative, imprenditoriali, sindacali, sono sempre la remora principale allo sviluppo del nostro paese”. Poi un’equa distribuzione di colpe, tra politica e parti sociali, per le riforme mancate: “I movimenti della politica e del corpo sociale sono apparsi impediti”. Emma Marceglia, che da presidente della Luiss ospitava l’evento, non ha potuto far finta di nulla: “Il governo ha bisogno di alleanze nella società”, altrimenti niente riforme, ha replicato. Dove per “alleanze nella società” s’intende quella con le parti sociali, ovviamente. Anche l’ex numero uno di Confindustria, infatti, ha compreso che la sferza di Visco non è un esercizio teorico: suona piuttosto come un autorevole suggerimento al governo a proseguire sulla strada annunciata delle riforme, più precisamente a insistere con un metodo che Matteo Renzi assicura non sarà quello della concertazione a tutti i costi con le parti sociali. Vale sia per la riforma del mercato del lavoro, bersaglio di critiche dentro e fuori il Parlamento, sia per i tagli alla spesa pubblica, osteggiati da variegati e diffusi interessi particolari.

Un crinale, quello della concertazione, sul quale negli ultimi 20 anni si è spesso giocata la vita dei governi. Oltre che il loro reale tasso di riformismo. Il governo Letta, scomparso prematuramente all’inizio di quest’anno, nel settembre 2013 aveva scritto la Legge di stabilità all’ombra del Patto di Genova siglato da Confindustria e sindacati a una festa del Pd: il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, aveva osato criticare la scarsa lungimiranza delle richieste, ma poi era subito stato rimbrottato da Palazzo Chigi. Prim’ancora c’era stata la fallita parentesi bersaniana, quella che nel 2013 tentò di surrogare il magro risultato elettorale del Pd invitando a Palazzo Chigi perfino il Touring club e le associazioni antimafia per concordare l’attività di governo.

L’esecutivo tecnocratico di Mario Monti, invece, era stato un ciclone inatteso per le parti sociali. La battaglia contro lo spread rampante, secondo le convinzioni più profonde del professore bocconiano, era solo una parte del tutto: l’obiettivo, in nome dell’“interesse generale” più volte evocato, era riacquisire per l’Italia il titolo di “democrazia” da “vetocrazia” ch’era diventata negli ultimi anni. Detto da un presidente arrivato da Bruxelles per nomina quirinalizia e senza investitura popolare suonava come un paradosso. Ma sindacati e confindustriali capirono l’antifona. In fondo erano stati loro e non i tecnocrati – disse una volta il premio Nobel per l’Economia e studioso dell’Italia Edmund Phelps – a “privare i cittadini del diritto di votare per il sistema economico che ritengono migliore per loro” proprio a suon di “concertazione”. Monti li sfidò, approvò un’ambiziosa riforma delle pensioni senza passare nemmeno per la solita Sala verde di Palazzo Chigi affollata di sigle “sociali”, proseguì con un pacchetto di liberalizzazioni che riguardava anche gli azionisti intoccabili della Confindustria (le grandi partecipate), preparò il taglio dei sussidi pubblici alle imprese, si rifiutò poi di sedere accanto alla Camusso che lo attaccava sulla riforma del lavoro, prima di dichiarare infine in Parlamento una resa parziale sulla cancellazione dell’articolo 18, tra richiami dei partiti di maggioranza e del Quirinale. Subito dopo, l’abbraccio corporativo tornò a stringersi. Dopo il cedimento sull’articolo 18 che garantisce dal 1970 la non licenziabilità per motivi economici dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato, fu domato anche il governo più amato dal manager più odiato d’Italia (Sergio Marchionne, ad della Fiat fuoriuscita da Confindustria, disse: “Mi auguro resti premier a vita”). Paradigmatica la sorte degli sgravi fiscali in cambio di contratti aziendali che premiassero la produttività: approvati dal governo, vennero resi operativi soltanto sotto elezioni, con i burocrati ministeriali in grado di annacquare i contenuti più dirompenti. Risultato: Confindustria e sindacati si intestarono 1,6 miliardi di risorse pubbliche concedendo poco o nulla in cambio.

Riforma del mercato del lavoro e spesa pubblica, d’altronde, sono le due stelle polari di ogni concertatore che si rispetti. Dei governi Berlusconi, in materia di politica economica, oggi si ricordano soprattutto gli ultimi strascichi, le manovre finanziarie a ripetizione, la ricerca affannosa di risorse per accontentare Bruxelles, le coperture da trovare con la lotta all’evasione fiscale invece che con un più comprensibile ritocco dell’età pensionabile. Ma il primo governo Berlusconi, eletto nel 1994 dopo aver battuto nelle urne la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto, era caduto presto su qualcosa di ben più dirimente che un alleato scapestrato o un avviso di garanzia: la riforma delle pensioni fu il casus belli. Gli industriali di Viale dell’Astronomia, anche in quell’occasione, dimostrarono di che pasta riformatrice erano fatti: va’ avanti tu, noi ti seguiamo, suggerirono all’allora Cavaliere in una cena romana dove padrone di casa era l’Avvocato Agnelli. Lui andò avanti, poi però alle spalle, invece che gli industriali, si ritrovò piazza San Giovanni, piazza del Popolo e Circo Massimo riempiti da centinaia di migliaia di manifestanti convocati da Cofferati (Cgil), D’Antoni (Cisl) e Larizza (Uil) “contro la Finanziaria tagliapensioni”. Troppo in ritardo arrivarono gli appelli dei Nobel e degli economisti (tra cui Romano Prodi) a favore della riforma, o i distinguo dei dirigenti confindustriali: lo spirito della “più grande manifestazione di tutti i tempi”, come l’aveva definita Massimo D’Alema, aveva già prevalso. Fatto fuori Berlusconi, che agli occhi delle parti sociali aveva torto nel merito ma soprattutto nel metodo – reo di aver scavalcato nella sostanza il “protocollo” del 23 luglio 1993 che il presidente del Consiglio Ciampi aveva firmato con Cgil, Cisl, Uil e la Confindustria di Luigi Abete per sancire il principio della “concertazione” in cambio di timide revisioni degli assetti contrattuali nella direzione del decentramento – la riforma delle pensioni riuscì ad avviarla il governo di Lamberto Dini. Concertando, e smorzando.
Seguì il governo Prodi, seppure per poco, dal maggio ’96 all’ottobre ’98: fu questo un esecutivo che la spuntò sulle leggi Treu che regolarizzavano il lavoro interinale, ma il cui presidente del Consiglio si dimise una prima volta sulle 35 ore settimanali invocate da Rifondazione, e poi definitivamente sempre per dissapori con Rifondazione. Fuori però pesava soprattutto l’ostilità dei sindacati, anche del più moderato come la Uil che sosteneva mancasse “la condizione di base, che noi consideriamo fondamentale, del tavolo della concertazione”. E le pressioni degli industriali, che ottennero alla fine uno sgravio dell’Irap dai dubbi effetti pro crescita. A Prodi successe D’Alema, il cui operato si misura nella distanza che ci fu tra una firma con Tony Blair in calce a un documento riformista sull’occupazione (firma poi scomparsa dopo le rimostranze sindacali) e il Patto sociale del dicembre 1998 con sindacati e Confindustria. “Un protocollo che celebrò la concertazione ma che di fatto, sancendone la trasformazione in diritto di veto e aggravandone gli effetti negativi sulla crescita, ne segnò il tramonto definitivo”, dice al Foglio Michele Tiraboschi, giuslavorista e allievo di Marco Biagi. Il tutto mentre i socialdemocratici tedeschi, così spesso citati nei talk-show italiani di questi mesi, rendevano più flessibile il mercato del lavoro e razionalizzavano gli ammortizzatori sociali e il welfare.

Proprio all’operato di Biagi, invece, fu legata l’ultima potente sortita anti concertativa del centrodestra, con il secondo governo Berlusconi del 2001. “Nel Libro bianco stilato dal giuslavorista – dice Tiraboschi – si esortava a sostituire la concertazione con il dialogo sociale”. L’esecutivo risponde innanzitutto agli elettori: quindi dialoga con le parti sociali, ma poi decide anche senza di loro. La Legge Biagi, con la riforma del contratto a termine e i posti di lavoro aggiuntivi che ne discesero, fu approvata così: “Un vero atto di coraggio. Una discontinuità così netta non si vedeva dai tempi del decreto di San Valentino con il quale, sfidando la Cgil, Craxi aveva assestato un colpo decisivo al meccanismo della scala mobile”. Seguirono manifestazioni oceaniche contro il “Patto per l’Italia” che voleva toccare anche l’articolo 18. Poi ci fu l’omicidio di Biagi da parte delle nuove Br. Lì dove un decennio più tardi si sarebbe fermato Monti, si attestò pure il centrodestra: piuttosto che sfidare tutto e tutti preferì avviare una “concertazione stretta” con Confindustria, Cisl e Uil. A ogni arretramento della politica sulle riforme, però, da vent’anni corrisponde un avanzamento dei veti delle parti sociali: nel 2006 il centrosinistra tornò al governo, smontò la riforma Maroni delle pensioni, e il 23 luglio 2007 (anniversario dell’accordo di Ciampi) il premier Prodi e il ministro Damiano siglarono un protocollo con le parti sociali su previdenza, lavoro e competitività. Su questi temi si decide tutti assieme, cioè spesso non si decide.

Cari Visco e Renzi, se toccate “lacci e lacciuoli” tanto resistenti, estote parati.

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