La campagna d’Ucraina e la telefonata di Putin a Obama

Ieri il presidente russo Vladimir Putin ha chiamato il presidente americano Barack Obama durante la sua visita a Riad, in Arabia Saudita. I due hanno discusso una proposta fatta da Washington per risolvere la situazione in Ucraina e per ora si sono accordati su questo: ci sarà presto un incontro tra diplomatici dei due paesi, probabilmente il segretario di stato John Kerry e il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov. La Casa Bianca, che ha diffuso la notizia della telefonata fra i due leader, non fornisce dettagli sulla proposta, se non che durante la chiamata Obama ha detto a Putin che gli Stati Uniti vorrebbero vedere una soluzione diplomatica che includa il ritiro russo dalla penisola di Crimea e la garanzia che Mosca non ordinerà l'invasione di altre parti dell'Ucraina.

La campagna d’Ucraina e la telefonata di Putin a Obama

Ieri il presidente russo Vladimir Putin ha chiamato il presidente americano Barack Obama durante la sua visita a Riad, in Arabia Saudita. I due hanno discusso una proposta fatta da Washington per risolvere la situazione in Ucraina e per ora si sono accordati su questo: ci sarà presto un incontro tra diplomatici dei due paesi, probabilmente il segretario di stato John Kerry e il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov. La Casa Bianca, che ha diffuso la notizia della telefonata fra i due leader, non fornisce dettagli sulla proposta, se non che durante la chiamata Obama ha detto a Putin che gli Stati Uniti vorrebbero vedere una soluzione diplomatica che includa il ritiro russo dalla penisola di Crimea e la garanzia che Mosca non ordinerà l'invasione di altre parti dell'Ucraina.

Le agenzie d’intelligence americane dicono all’Amministrazione Obama e al Congresso che la Russia si prepara a invadere l’Ucraina e ci sono le prove ma – attenzione – non c’è la certezza definitiva. Resi insicuri dall’abbaglio preso a febbraio, quando dissero che il Cremlino non aveva intenzione di prendersi la Crimea e invece successe il contrario, fregati dal fatto che la leadership russa a cominciare dal presidente Vladimir Putin non parla al telefono, intercettabilissimo, e anche dal non avere droni in volo su quell’area, gli analisti americani notano comunque che le ventimila truppe ammassate sul confine orientale dell’Ucraina non sono impegnate in esercitazioni, come in teoria dovrebbero, nascondono le proprie posizioni come a volerle schermare dalle foto satellitari e accumulano cibo e medicinali, necessari a rifornire le linee logistiche se intendono procedere al grande balzo. Scrive un conoscitore informato come l’inglese Mark Galeotti che l’obiettivo del blitz russo – che lui considera improbabile, “ma Putin pensa diversamente da noi” – sarebbe spostare rapidamente in avanti il confine e farsi festeggiare come “liberatori” dalle popolazioni locali pro Russia nell’est dell’Ucraina, in modo da presentare al mondo un nuovo fatto compiuto, come accaduto a sud, in Crimea.

Prima della Vremya Cha, dell’ora zero, toccherebbe ai “turisti russi”, quindi agli infiltrati delle forze speciali, assieme alla rete di sostenitori locali e ad alcuni agenti dei servizi segreti ucraini – l’Sbu – che si considerano ancora leali all’ex presidente Viktor Yanukovich, preparare il terreno per l’avanzata dei soldati. Già adesso non passa giorno senza la notizia di arresti di “provocatori” mandati dalla Russia nell’est, per fomentare disordini e per sorvegliare quello che succede; ma in questa fase successiva alla rivolta del Maidan, sui media ucraini circola ogni tipo di notizia, pure se infondata e specie se contiene elementi di paranoia antirussa.

Il neo governo di Kiev con le truppe russe pronte ai confini fronteggia anche una crisi interna. Il gruppo ultranazionalista Settore di destra assedia la Rada, il Parlamento, chiedendo giustizia e le dimissioni del ministro dell’Interno Arsen Avakov dopo l’assassinio di un leader, arrestato dalla polizia e poi trovato cadavere a Rivne, nell’ovest del paese. Avakov risponde così: “Sono banditi” e il capo del consiglio di sicurezza, Andriy Parubiy, che è del partito di estrema destra Svoboda, dice che bisognerebbe dichiarare illegali i militanti del Settore di destra (se di presa del potere fascista si tratta, come la propaganda russa non manca mai di dire, non è per nulla compatta). Tra crisi interna e crisi esterna, è cominciata pure la campagna elettorale per le presidenziali del 25 maggio. In testa ai sondaggi c’è il magnate del cioccolato Petro Poroshenko, con il 25 per cento. Poroshenko ha fatto una fortuna con dolci che ricordavano il kitsch sovietico, ma ora è odiato da Mosca, che gli chiude le fabbriche. I due candidati dei gruppi ultranazionalisti assieme non superano il 3 per cento.

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