Il problema non è YouTube, ma è: chi vuole buttare giù Erdogan?

Il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu è un uomo dall’atteggiamento felpato. Il governo turco è polarizzato dall’aggressività del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, che in questa campagna elettorale per le elezioni amministrative (si vota domani) ha tenuto almeno due comizi al giorno, sempre davanti a folle enormi e ringhiando accuse contro il complotto interno e internazionale che sta cercando di distruggere la Turchia. Erdogan è arrivato a consumarsi la voce, giovedì durante un comizio il dolore alla gola lo costringeva a parlare di qualche ottava più alta.

di Eugenio Cau

Il problema non è YouTube, ma è: chi vuole buttare giù Erdogan?

Il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu è un uomo dall’atteggiamento felpato. Il governo turco è polarizzato dall’aggressività del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, che in questa campagna elettorale per le elezioni amministrative (si vota domani) ha tenuto almeno due comizi al giorno, sempre davanti a folle enormi e ringhiando accuse contro il complotto interno e internazionale che sta cercando di distruggere la Turchia. Erdogan è arrivato a consumarsi la voce, giovedì durante un comizio il dolore alla gola lo costringeva a parlare di qualche ottava più alta (e su YouTube, finché è rimasto online, i video del suo discorso con voce in falsetto hanno avuto migliaia di visite), ieri ha cancellato alcuni incontri perché non riusciva più a parlare. Davutoglu non ha mai condiviso con Erdogan lo stile aggressivo, ma ieri a Konya il premier era assente (è stato mostrato alla folla un suo video registrato), Davutoglu l’ha sostituito e la sua rabbia sembrava genuina. “Il 31 marzo tutti capiranno qual è il loro posto”, ha detto.

Davutoglu aveva una buona ragione per essere arrabbiato. Giovedì le intercettazioni che da due mesi sono pubblicate su YouTube e diffuse su Twitter e che riguardano aspetti imbarazzanti dell’establishment dell’Akp (ma ne sono uscite alcune anche sull’imam Fethullah Gülen, che nella lotta tutta islamica per il controllo dello stato turco è il leader dello schieramento avverso) hanno fatto un salto di qualità. Le voci registrate non parlano più di mazzette e di appalti truccati e di piccole censure ai canali televisivi. Non riguardano nemmeno il presunto video erotico che avrebbe come protagonista Erdogan e di cui si favoleggia da settimane. L’ultima intercettazione è stata registrata dentro all’ufficio del ministro degli Esteri turco, ha come protagonisti Davutoglu, il potente capo dell’intelligence Hakan Fidan e altri funzionari, riguarda i possibili piani di attacco della Turchia in Siria contro lo Stato islamico, l’organizzazione jihadista che controlla ampie zone della Siria e dell’Iraq, compresa l’area della tomba di Suleyman Shah. E’ un lembo di terra di poche centinaia di metri quadrati dove è sepolto uno dei capostipiti della dinastia ottomana e che grazie a vecchi accordi internazionali è territorio turco sorvegliato da soldati turchi. Nell’intercettazione, che è stata confermata dal ministero della Difesa come autentica, benché manipolata, la difesa della tomba di Suleyman Shah è citata come possibile ragione di un’incursione dell’esercito turco in Siria.

Giovedì, dopo che un atto di spionaggio ha mostrato che la Turchia non è in grado di mantenere riservati nemmeno i suoi piani top secret, benché da dicembre, dall’inizio della crisi politica, il governo abbia rimosso dal loro incarico migliaia di funzionari considerati infiltrati di quello “stato nello stato” che per Erdogan è l’organizzazione economico-religiosa di Fethullah Gülen, le preoccupazioni di Erdogan si sono moltiplicate. “Se un incontro di questo livello è stato intercettato altri potrebbero esserlo”, ha detto a Reuters un alto funzionario turco. “Non sappiamo chi sia in possesso delle registrazioni”. Da mesi il premier denuncia un complotto ai danni del suo governo e della Turchia, ma fino a oggi i suoi bersagli erano stati soprattutto Gülen e la magistratura gulenista. Le accuse a una “lobby del tasso d’interesse”, iniziate dopo le proteste di Gezi park, facevano soprattutto riferimento a generici speculatori occidentali, e in maniera più velata alla popolazione ebraica. Ma la lista dei nemici di Erdogan è molto più lunga, e nasce dal fallimento della strategia regionale impostata da Ankara.

Erdogan aveva puntato sulla caduta del regime del presidente siriano Bashar el Assad e si era scontrato con i paesi che Assad lo sostenevano, dall’Iran alla Russia. In Siria Erdogan deve affrontare anche lo Stato islamico, che minaccia non la tomba di Suleyman Shah e le zone curde al confine con Siria e Iraq. Insieme a Russia e Ucraina, la Turchia è il principale paese che si affaccia sul mar Nero, oggi area di conflitto a causa della penisola di Crimea. In Egitto il premier turco era stato il migliore alleato del governo dei Fratelli musulmani e del presidente Mohammed Morsi, rovesciato questa estate da un colpo di stato militare appoggiato dall’Arabia Saudita e dagli Emirati arabi.

Se fino a due anni fa Erdogan era il leader capace di coniugare islam e democrazia che mostrava l’esempio alle piazze che rovesciavano dittatori in tutto il mondo arabo, oggi, dopo una lunga campagna che lo ha trasformato in un autocrate ossessivo, è un leader circondato da nemici. La scorsa settimana il governo turco ha bloccato Twitter, giovedì, dopo l’intercettazione sulla Siria, YouTube. I commentatori internazionali si sono concentrati sulla violazione della libertà d’espressione, alcuni sondaggi sostengono che dopo i blocchi la popolarità di Erdogan, sempre altissima, sia calata, ma l’idea che il sistema democratico turco sia messo alla prova dalle sole velleità autoritarie del premier è parziale. Le ultime intercettazioni hanno suscitato la preoccupazione della Nato, di cui la Turchia è il membro più orientale, e fanno pensare che Erdogan abbia compiuto un errore strategico a occuparsi esclusivamente del nemico interno.

Le elezioni locali di domani sono diventate per Erdogan e l’Akp un referendum sul governo e su tutto il sistema Turchia. Si vota a Istanbul, dove alcuni sondaggi pronosticano un testa a testa con l’opposizione kemalista del Chp, si vota ad Ankara e in decine di altri centri importanti. L’Akp resta in vantaggio in tutte le città più grandi, ma Erdogan sa che se le cose non andranno come spera, l’establishment potrebbe muoversi per una sua rapida sostituzione, ancor prima delle elezioni politiche di quest’estate.

di Eugenio Cau

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi