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Se non avete ancora capito a cosa servono i bitcoin, pensate alla musica digitale

Per capire cosa significhi per il campo della moneta la diffusione di Bitcoin forse è il caso di guardare a cos’è accaduto nel campo della discografia con l’avvento della musica digitale. In entrambi i casi l’innovazione tecnologica ha permesso a singoli individui, sparsi, disorganizzati e sconosciuti tra loro, di mettersi in rete per sfidare le posizioni dominanti di enormi organizzazioni: la concentrazione del mercato musicale nelle mani delle major discografiche nel primo caso, il monopolio legale degli stati nazionali sulla moneta nel secondo. La seconda analogia riguarda il processo di decentralizzazazione come passo necessario per consentirne la diffusione in modo stabile.

di Luciano Capone e Giacomo Zucco

Se non avete ancora capito a cosa servono i bitcoin, pensate alla musica digitale

Per capire cosa significhi per il campo della moneta la diffusione di Bitcoin forse è il caso di guardare a cos’è accaduto nel campo della discografia con l’avvento della musica digitale. In entrambi i casi l’innovazione tecnologica ha permesso a singoli individui, sparsi, disorganizzati e sconosciuti tra loro, di mettersi in rete per sfidare le posizioni dominanti di enormi organizzazioni: la concentrazione del mercato musicale nelle mani delle major discografiche nel primo caso, il monopolio legale degli stati nazionali sulla moneta nel secondo.

La seconda analogia riguarda il processo di decentralizzazazione come passo necessario per consentirne la diffusione in modo stabile. Nel campo musicale dapprima giunse Napster a sparigliare le carte: il celebre programma di file-sharing creato dagli imprenditori Fanning e Parker si diffuse rapidamente a partire dal 2000. Il successo di questa piattaforma, tramite cui centinaia di migliaia di utenti potevano caricare e scaricare canzoni in formato mp3, fu notevole, e per un certo tempo sembrò destinato a durare, mettendo in pericolo la sopravvivenza dei giganti della discografia. Ma la minaccia era solo apparente: il servizio era centralizzato e proprietario e quindi era un obiettivo facilissimo da individuare da colpire. E il colpo arrivò, mortale: nel luglio 2001 un giudice ordinò la cessazione dell’attività per violazione delle leggi sul copyright, condannando inoltre la società a versare un indennizzo di 26 milioni di dollari e ad ulteriori 10 milioni di anticipi sulle future royalties per riprendere l’attività. Per poter far fronte alle spese e riaprire Napster tentò di fornire il servizio a pagamento, un esperimento che fallì miseramente. Dopo altri tentativi destinati alla medesima sorte, la vera novità apparve con i primi sistemi totalmente decentralizzati ed open source, come Morpheus e LimeWire fino ad arrivare al protocollo BitTorrent, tramite cui vengono scambiati quotidianamente milioni di canzoni, film e serie tv. Una dinamica molto simile può essere rintracciata anche nel campo della moneta: i pionieri del tentativo di concorrenza digitale alle valute nazionali furono dei servizi proprietari e centralizzati, come E-gold e Liberty Reserve che come Napster vennero legalmente perseguiti fino alla chiusura. Anche qui la vera discontinuità è arrivata con un protocollo open-source e decentralizzato come Bitcoin.

C’è un’ultima analogia, che ancora deve essere verificata, ma per la quale sembrano sussistere diverse premesse. A differenza di ciò che molti analisti avevano ipotizzato, lo scambio clandestino di file musicali tramite servizi digitali non ha affatto sostituito la distribuzione da parte di importanti colossi commerciali: ha invece costretto questi ultimi ad evolversi per reggere la pressione competitiva. Mentre gli attori più passivi del mercato hanno perso tempo a brandire le leggi e demonizzare lo scambio di mp3, mettendosi nell’insostenibile posizione di chi ostacola il progresso tecnologico per difendere dei “diritti acquisiti”, i più attivi hanno incorporato i vantaggi delle nuove tecnologie e trovato nuovi modi per monetizzare la loro intermediazione, anche a costo di ridurre pesantemente margini e privilegi. L’industria discografica ha dovuto abbandonare o ridimensionare vecchi modelli di business come la vendita di cd per rispondere alle richieste di consumo musicale più flessibile ed economico. Sono arrivate così iTunes, YouTube, SoundCloud e Spotify che, con i loro modelli basati sul consumo personalizzato e sulla pubblicità, generano utili e conquistano quote di mercato pur nel rispetto dei vincoli legali sulla proprietà intellettuale.

Non è da escludere che nel campo monetario si verifichi qualcosa di simile: se anche la diffusione di Bitcoin non dovesse mai portare come nei più sfrenati sogni dei libertari alla sostituzione completa delle valute a corso legale, molto probabilmente gli stati nazionali e le rispettive banche centrali dovranno cedere alla pressione concorrenziale di questa rivoluzione tecnologica evolvendosi e rinunciando ad alcuni privilegi.

di Luciano Capone e Giacomo Zucco

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