Vincere o governare?

Renzi, Obama e la ricerca disperata di un nuovo collante per le sinistre

Era già successo durante l’incontro molto cordiale tra Matteo Renzi e François Hollande ed è successo di nuovo ieri durante l’incontro altrettanto cordiale tra Matteo Renzi e Barack Obama. Per carità. Ci sono gli abbracci. I sorrisi. Le battute. Le strette di mano. I flash dei fotografi. La profonda sintonia. La lotta senza quartiere contro le diseguaglianze. La battaglia comune per un mondo pieno di amore, di gioia e di piena occupazione. D’accordo. Ma oltre alle nobili dichiarazioni d’intenti. Oltre alle voci grosse contro i populismi. Oltre alla condivisione per un percorso sulla crescita.

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Renzi, Obama e la ricerca disperata di un nuovo collante per le sinistre

Era già successo durante l’incontro molto cordiale tra Matteo Renzi e François Hollande ed è successo di nuovo ieri durante l’incontro altrettanto cordiale tra Matteo Renzi e Barack Obama. Per carità. Ci sono gli abbracci. I sorrisi. Le battute. Le strette di mano. I flash dei fotografi. La profonda sintonia. La lotta senza quartiere contro le diseguaglianze. La battaglia comune per un mondo pieno di amore, di gioia e di piena occupazione. D’accordo. Ma oltre alle nobili dichiarazioni d’intenti. Oltre alle voci grosse contro i populismi. Oltre alla condivisione per un percorso sulla crescita. Oltre a tutto questo, tra Obama, Hollande e Renzi, siamo sicuri che esista un tratto comune, un progetto politico, un orizzonte culturale che possa trasformare il triangolo Oba-Re-Hol in qualcosa di diverso dalla semplice parola “change”, dal generico concetto di “cambiamento”, in qualcosa che possa far rivivere quello che un tempo rappresentò il formidabile triangolo formato alla fine degli anni Novanta da Bill Clinton, Tony Blair e Gerhard Schröder? Negli ultimi tempi, molti osservatori (ieri lo ha fatto il Wsj con un commento di Daniel Henninger, la scorsa settimana lo ha fatto il think tank Policy Network con un paper sul tema) hanno notato che oggi la vera forza delle sinistre è da collegare più a una propensione al suicidio delle destre che a una condivisione reale di un nuovo progetto culturale (ed è per questo, secondo il Wsj, che la sinistra spesso vince le elezioni ma non riesce a governare). La riflessione ha una sua pertinenza ma non affronta un punto che potrebbe essere il vero senso politico dell’abbraccio tra Obama e Renzi.

Dal punto di vista tattico – anche in vista del semestre europeo e anche in vista di una fase in cui le sinistre continentali difficilmente riusciranno ad avere la maggioranza all’interno del prossimo Parlamento europeo – il gioco di sponda tra Renzi e Obama potrebbe infatti dare l’opportunità al presidente del Consiglio di raddoppiare la sua partita e di portare a livello europeo la stessa sfida che il Rottamatore sta tentando di portare avanti nel nostro paese con mille difficoltà: rivoltare la sinistra come un calzino e far sì che il nuovo collante dei progressisti sia diverso dalla semplice espressione “anti austerità” (espressione che non ha portato fortuna in Italia a Pier Luigi Bersani e che non sembra portare fortuna in Inghilterra neanche al capo del New Labour Ed Miliband). Renzi osserva Obama con lo sguardo innamorato di chi in qualche modo si sente l’Obama italiano (#yeswecan) ma allo stesso tempo il presidente del Consiglio nutre la consapevolezza che oggi la stella del presidente americano non brilla più come un tempo. E che dunque per essere sufficientemente popolari occorre marcare anche dal punto di vista mediatico una distanza con gli Stati Uniti su alcuni temi – vedi la questione del taglio sugli F-35, vedi il tentativo dell’Italia di tenere aperto con Putin un forte canale diplomatico, vedi il caso Marò (ieri Renzi ha chiesto un sostegno a Obama sulla questione e lo scorso 26 febbraio durante una telefonata con il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon Renzi ha minacciato di ritirare alcuni soldati italiani impegnati in missioni militari in caso di non collaborazione dell’Onu per riportare a casa i Marò). Se c’è però un punto sul quale invece è possibile individuare una condivisione sincera tra il presidente americano e il premier italiano quel punto riguarda la necessità di agire all’interno delle istituzioni europee per stimolare – triangolando con la Banca centrale europea – un processo di politiche espansive simile a quello portato avanti negli ultimi anni dal presidente americano. La Bce naturalmente non è la Fed, e sarà difficile per Renzi riuscire a giocare di sponda con Hollande per allentare la presa rigorista della signora Merkel. Ma l’impressione è che l’unico collante che potrebbe dare al trio Oba-Re-Hol la possibilità di replicare l’esperienza del trio Clinton, Blair e Schröder passa da qui. Passa dalla capacità di “rottamare” l’improduttiva politica dell’anti austerity. Passa dalla possibilità di far rivivere in Europa lo spirito degli anni Novanta puntando su un concetto semplice. Sul concetto dell’“enterprising state” (copyright Policy Network). Dove lo stato deve diventare uno stato imprenditore. Dove lo stato non può continuare a portare avanti la politica della lagna, del per favore dateci più soldi. Dove chi governa, soprattutto a sinistra, deve imparare a fare i conti con un nuovo modello di stato sociale (in cui molto semplicemente i soldi non ci sono più). E dove insomma esiste un solo modo per evitare che la forza della sinistra sia legata esclusivamente alla debolezza degli avversari. Tre concetti, che poi sono gli stessi sui quali alla fine degli anni Novanta puntarono Blair, Clinton e Schröder: produttività, flessibilità e riforme da cavallo senza attingere troppo al portafoglio dello stato. Renzi in qualche modo ci sta provando in Italia. E chissà che con il sostegno di Obama il presidente del Consiglio non riesca a sbarazzarsi dello sterile modello “anti rigorista” dei socialisti europei e a spostare il suo obiettivo sul resto dell’Europa

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